Il Louvre, la piramide e la paura del nuovo
La piramide al centro del complesso del Louvre (cr. Volodymyr Nebir Wikimedia commons)
Le città museo e quelle che si trasformano
In molti, visitando il Louvre a Parigi, abbiamo vissuto una contrastante sensazione, vedendo la piramide di vetro e acciaio dell'architetto sino-americano Ieoh Ming Pei al centro di un cortile barocco. Da un lato si apprezza il coraggio, finanche azzardo, dall'altro il disappunto per il mancato rispetto del carattere unitario del palazzo.

L'architetto Ieoh Ming Pei con il violinista Itzhak Perlman (cr. Bernard Gottfryd Wikimedia commons)
Assodato che oggigiorno il rispetto del passato é condiviso da tutti, la sensazione che si prova davanti alla piramide del Louvre è dovuta al fatto che in quel caso il rapporto tra storicità e contemporaneità è stato portato a livelli estremi e interessanti.
Il cantiere per la costruzione della piramide (cr. Joseolgon Wikimedia commons)
La piramide del Louvre muove una sequenza di domande che tormentano la cultura architettonica contemporanea. Il rispetto del passato significa dialogo, interpretazione o intangibilità? La risposta del Louvre è un dialogo quasi alla pari, controverso ma plausibile, dal quale però scaturisce una seconda domanda. Nel dialogo tra epoche il linguaggio contemporaneo può essere usato o va negato?
La Cour Napoleon (cr. Thomas Bresson Wikimedia commons)
Qui le opinioni probabilmente divergono. In un’epoca malata di nostalgia e spaventata dal futuro l’uso di acciaio e vetro può essere considerato un insulto e molti si fanno sacerdoti del “una volta era meglio”. Supponendo che questi abbiano ragione sorge una terza domanda, e la risposta non è scontata. Cosa rappresenta il passato, un vecchio edificio o anche un edificio che sembra vecchio? Un edificio vecchio è tale perché costruito nel passato, ma soprattutto perché è stato costruito con le cognizioni culturali e tecnologiche della sua epoca.
La Cour Napoleon in una mattina di sole (cr. GillyBerlin Wikimedia commons)
Il passato ricostruito oggi è finzione, artificio retorico inutile, una pietra tombale sull’intelligenza. Ogni meraviglia del passato che ammiriamo oggi era una sconvolgente novità per i suoi contemporanei e ogni copia o simulacro successivo si annulla in essa. Per esempio l'aspetto unitario della Cour Napoleon, in cui é inserita la piramide del Louvre, è frutto di lavori e distruzioni durati due secoli e mimeticamente ispirati allo stile del padiglione dell'Orologio, ma terminati quando lo stile barocco era tramontato da tempo.
Il Louvre visto dall'interno della piramide (cr. I.P. Alves Wikimedia commons)
L'ala Richelieu del Louvre, quella su Rue de Rivoli, é un intervento ottocentesco, cronologicamente più vicino alla piramide di Pei che al padiglione barocco di Lemercier. Chi contesta la piramide voluta da Mitterrand, in realtà la confronta con un contesto a sua volta moderno, ma eseguito come falso storico. La sfida quindi non è moderno contro storico, bensì tra due facce della stessa contemporaneità, quella che reclama contro quella che rifiuta il proprio tempo.
Richelieu con Anna d'Austria, di autore ignoto (coll. privata Wikimedia commons)
La realtà è che le città interessanti ospitano architetture di epoche e stili diversi, sedimentate, affiancate o ibridate le une alle altre, compresa quella contemporanea. Nonostante queste evidenze fa discutere che una architettura contemporanea si affianchi gagliardamente ad un edificio storico, ma non è sempre stato così, altrimenti molte città oggi non avrebbero alcuni loro capolavori.
Si tratta di un fenomeno recente che oscilla tra un giusto rispetto del patrimonio storico e un patologico rifiuto della contemporaneità. Difendere e tutelare il nostro patrimonio storico è fondamentale, ma significa anche saper riconoscere e difendere anche ciò che di bello è stato costruito negli ultimi cento anni. Al contrario limitarsi sempre a denigrare qualsiasi edificio moderno, perché privo di decorazioni, o con il tetto piano o fatto di materiali non tradizionali è un atteggiamento ignorante, becero e retrogrado.
Canaletto, "Regata sul Canal Grande", 1740, National Gallery (Wikimedia commons)
C’è anche la posizione cerchiobottista, che si manifesta in ogni discussione polarizzata, in questo caso è quella di chi dice il moderno va bene ma altrove. Difendere il valore storico delle nostre città e del paesaggio significa che non esiste un altrove in cui relegare la contemporaneità, al contrario significa cercare e selezionare il meglio nel nuovo che emerge proprio perché arricchisca e valorizzi ciò che abbiamo già.

Siena, città opera d'arte (cr. MarkusMark Wikimedia commons)
Questa apparentemente è una disquisizione di natura culturale, ma sottende un discorso politico che in questi anni assume sempre più rilievo. Il riaffermarsi del nazionalismo si accompagna al revisionismo storico anche in architettura, con due manifestazioni esplicite, molto diffuse anche sui social, l’odio per il movimento moderno e la nostalgia per architetture cosiddette tradizionali o presunti stili nazionali, esattamente come avvenuto nella seconda metà dell’Ottocento.
Il centro storico di Rothenburg (cr. Berthold Werner Wikimedia commons)
In altri tempi e ancor oggi in altri continenti, quando i soldi giravano si risistemavano le città, la roba vecchia si demoliva e si costruiva tutto nuovo, salvando solo alcuni edifici più importanti. Fino alla fine dell’ancien regime anche le chiese e i palazzi più importanti venivano trasformati o rimpiazzati da edifici nuovi, con stili più alla moda. Si conservavano solo quelli che avevano raggiunto a suo tempo un livello di magnificenza e grandezza tale da guadagnarsi il rispetto dei posteri.
L'architetto Frank Lloyd Wright e il Canal Grande di notte (cr. P. Clenet Wikimedia commons)
Esaurita la lunga epoca del barocco e del tardobarocco, con l’Ottocento il mondo occidentale cambia e con lui le città, che spinte dalla rivoluzione industriale crescono a dismisura creando l’occasione perché l’architettura diventi accessibile a tutti e non solo più prerogativa di chiesa e nobiltà. Tutte le grandi città europee dell’Ottocento sono state radicalmente trasformate, salvo quelle che, raggiunto il proprio apogeo di ricchezza e potere, si sono congelate nello stile di quell'ultima stagione di grandezza, museificandosi, come nel caso di Siena, Rothenburg, York, Bruges, Salamanca o della più famosa e bella di tutte le città museo, Venezia.
Il Canal Grande e il ponte di Rialto (cr. MarkusMark Wikimedia commons)
Venezia é un caso esemplare di repulsione del moderno, avendo perso per esempio alcune occasioni con la storia dell'architettura moderna, dal progetto per l'ospedale di Le Corbusier, alla casa sul Canale Grande di Frank Lloyd Wright. In realtà fino alla fine dell'Ottocento era più o meno tutto permesso, compreso fare una facciata nuova per Santa Maria del Fiore a Firenze o un pinnacolo sulla crociera di Notre Dame, ma soprattutto si poteva buttare via pezzi di città ed edifici non ritenuti importanti per costruirne di nuovi. L'Ottocento ha radicalmente trasformato le nostre città, anche se oggi lo notiamo meno, perché dopo la più tarda delle stagioni del barocco l'architettura si è fatta più mimetica, ripescando e rimescolando stili precedenti, o peggio reinventando anche quelli originali.
La facciata della cattedrale di Firenze (cr. C1815 Wikimedia commons)
L'avvento del razionalismo e poi del cosiddetto International style non ha placato l'ansia di trasformazione delle città, che anzi, complici le guerre, ha fatto tabula rasa di ciò che c'era prima, almeno fino agli anni '70. Si pensi a Bruxelles, splendida cittadina delle Fiandre, prima devastata dagli sventramenti e ricostruzioni ottocentesche legate all'arricchimento coloniale del piccolo Paese e poi dagli interventi altrettanto devastanti degli anni '50 e '60 legati al boom post bellico e all'enfasi del futuribile scatenato dell'Expo del '58. Arrivando verso i giorni nostri l'idea di conservazione e storicizzazione o dialogo con la storia si è affermato, portando alla tutela integrale dei centri storici, unico contributo italiano, nello specifico bolognese, dato alla storia dell'urbanistica moderna.
La Grand Place a Bruxelles (cr. Ray swi-himn Wikimedia commons)
Noi quindi oggi non solo non demoliamo più gli edifici costruiti prima del XX secolo, ma qualsiasi intervento, anche il più piccolo, se visibile deve essere mimetico per non turbare il contesto storico. Per questo noi italiani quando andiamo all'estero rimaniamo facilmente stupiti e contrariati dal vedere edifici nuovi a fianco di edifici antichi o semplicemente vecchi.
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