La corazzata Potiomkin non è una cagata pazzesca

La corazzata Potiomkin non è una cagata pazzesca

Ugo Fantozzi grida "La corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca" (fotogramma da "Il secondo tragico Fantozzi")

Il ragionier Fantozzi e la cultura di sinistra

Le luci spente, lo schermo si illumina. Uomini oppressi da un potere che impone la sua verità. Uno di loro grida la realtà e gli altri lo seguono nella rivolta. Brutale, scatta la repressione. Stiamo parlando del marinaio Vakulinciuk e della Corazzata Potëmkin o del ragionier Fantozzi e del suo Secondo tragico film che la parodizza, storpiandone titolo e nome del regista, addirittura rigirandone le scene clou per la mancata concessione dei diritti? Di tutti e due e anche di altro. Perché, per andare all’arrembaggio della Corazzata, il tandem Villaggio-Salce ne ha adottato l’impianto narrativo e il messaggio libertario. L’obiettivo non è il divino Ejzenstein ma i burocratici sacerdoti del suo culto, non è la luna ma il dito inanellato che la indica.

Due fronti

È il 1976. Senza coordinamento ma con micidiale efficienza, scatta l’attacco congiunto ai tic e ai vizi dogmatici della cultura di sinistra. Del fronte orientale si occupa Villaggio: “La corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca”. Di quello interno, Nanni Moretti: “No! Il dibattito no!” in Io sono un autarchico.


Particolare dal poster del film "La Corazzata Potemkin" (cr. Wikimedia commons)

Passano gli anni, si dissolve l’Urss e si estinguono i dibattiti nei cineforum che, va ricordato, non erano i tuttora vegeti incontri con l’autore ma le faticose discussioni del pubblico presente. Così come va ricordato che il dibattito era una pratica generale, un elemento identitario negli anni Sessanta e Settanta – nel film di Moretti segue uno sconclusionato spettacolo teatrale d’avanguardia -, un rito ingenuo e spesso incompiuto con cui si voleva inverare la Virtù della partecipazione civile.

Spariti gli obiettivi su cui cordialmente ironizzavano ed espropriate ai loro autori, restano quelle due sentenze definitive. Scolpite nella memoria collettiva, armi letali disponibili per un uso improprio, a prescindere, preferibilmente per opporre comico a intellettuale, divertimento a noia, popolo a elite, utili a glissare sul merito delle cose. Una vera eterogenesi dei fini. E il crescente successo del linguaggio assertivo che si nega, appunto, al dibattito, volendo, ci dice qualcosa anche della distopia in cui ci stiamo immergendo con l’era di Trump e Musk, dove il discorso perentorio domina e le fake news veleggiano vincenti verso il regno della post-verità. Ma non divaghiamo…

Le falsità

È il 2017. La Cineteca di Bologna proietta La corazzata con l’accompagnamento musicale di una grande orchestra. Piazza Maggiore è gremita. I presenti con meno di quarant’anni, se non sono cinéphiles, probabilmente non hanno mai visto il film né la sua parodia ma tutti conoscono la sentenza fantozziana. Nei giorni precedenti sono state realizzate interviste di strada: “Quanto dura La Corazzata” è la domanda, “tre o quattro ore” la risposta prevalente. La proiezione ripristina la verità: il film dura soltanto 75 minuti, meno di un qualsiasi Pieraccioni: fotografia potente, improvvisi primi piani, inquadrature inconsuete e mai superflue, montaggio serrato, evocativo e coinvolgente. Liberato dai paludamenti degli esegeti dogmatici e dalle battutacce dei disinformati, il film centenario continua a sprizzare giovinezza e vitalità, per quello che mostra e per come lo mostra. Idee e struttura narrativa che hanno diffuso il loro retaggio nel tempo, influenzando il cinema, l’arte ma anche, più prosaicamente, la pubblicità che della teoria del montaggio delle attrazioni di Ejzenstein fa largo e costante impiego.


I marinai della Potemkin in una scena del film di Eizenstein (cr. Wikimedia commons)

E il nostro ragioniere? Ho riguardato anche Il secondo tragico Fantozzi. Si ride ancora, non sempre, ma la carica innovativa della comicità di Villaggio, di cui anch’io sono stato un fan, si è spenta. L’iperbole e il grottesco di cui si nutriva non mordono più, per usare una citazione berlingueriana: “Si è esaurita la spinta propulsiva”. Certo, è destino comune a ciò che è stato nuovo diventare vecchio e risaputo ma resta comunque il senso, un po’ deludente, di una semplice sequenza di gag, a volte divertenti, a volte no. La parte migliore penso sia l’incipit quasi metafisico, con la microscopica utilitaria sperduta nel parcheggio della grande e moderna azienda vuota dove, solitario, veglia un borghese piccolo piccolo, vittima e piantone del potere, il ragionier Ugo che non seguirà le orme di Vakulinciuk e non farà mai la sua rivoluzione.

Riproduzione riservata