Villaggio e Fantozzi fra i “nuovi mostri”

Villaggio e Fantozzi fra i “nuovi mostri”

Fantozzi durante la partita di tennis entrata nel mito (cr Lapresse Wikimedia commons)

L’umiliazione a cui crediamo di essere sfuggiti

Cinquant'anni fa, il 27 marzo 1975, usciva nelle sale italiane il film "Fantozzi" con la regia di Luciano Salce, primo di una saga di dieci pellicole. iosonospartaco celebra il personaggio che ha segnato gli italiani e che a mezzo secolo di distanza non ha perso un briciolo della propria attualità

Prima dell’enorme successo di Fantozzi (Salce, 1975, dal libro omonimo dell’attore, pubblicato da Rizzoli nel 1971) Paolo Villaggio aveva conquistato la popolarità come cabarettista e paroliere di Fabrizio De André, poi lavorando alla radio e soprattutto col programma televisivo Quelli della domenica, andato in onda alla fine degli anni sessanta.

Per l’occasione l’attore-autore aveva reinterpretato un personaggio, il Professor Otto Kranz, già messo in scena ai tempi della compagnia teatrale goliardica “Baistrocchi”. Lo stesso personaggio, inutilmente sadico e incapace, sarebbe comparso in un film, sempre di Luciano Salce, del 1978: Professor Franz tedesco di Germania dal quale resta indimenticabile la gag, poi ripresa, delle polpette di gallina.

Come accennato, Salce aveva diretto Villaggio in Fantozzi nel 1975, e avrebbe replicato un anno dopo col Secondo tragico Fantozzi.


La crocifissione in sala mensa, scena iconica di "Fantozzi" (fotogramma dal film di Salce)

E’ ben noto come il personaggio dell’impiegato masochisticamente travolto da sfortuna e umiliazione sia entrato nel senso comune; più raro, pur nella notorietà e nel successo, il riconoscimento “ufficiale” della fratellanza con Fracchia. In una bella scheda pubblicata negli anni ottanta Sandro Casazza parlava addirittura di gemelli eterozigoti e lo stesso Villaggio avrebbe di ciò dato conferma: «Fantozzi è quasi una marionetta, il personaggio della metà degli anni ’70 che vive l’equazione consumismo=felicità… Fracchia è un complessato con l’esasperazione della timidezza, strafottente con i deboli, mentre non riesce neanche a rivolgere la parola ai potenti. Il direttore di un ospedale psichiatrico mi scrisse che Fracchia più di tutti piaceva ai ricoverati e aggiungeva: lei è arrivato inconsciamente a rappresentare i segni della malattia, della psicosi affettiva, il terrore di non essere amato».

Comunque la si pensi, l’originalità che Villaggio traeva dall’esperienza del cabaret e dal tagliente, nonché sublime, spirito genovese, mi sembra innegabile. Altro discorso si farebbe tenendo conto della crisi del cinema e magari la sua identificazione coi “Nuovi mostri”, cioè coi comici che negli anni settanta il cinema italiano aveva assorbito dall’arte varia del cabaret, appunto, del teatro leggero e, in particolare, dalla televisione.


Fantozzi al volante della sua Bianchina (fotogramma dal film di Salce)

A tale proposito Gianni Volpi usò parole illuminanti: «…Sono presenze che esibiscono se stesse, e una condizione che sta prima dei contenuti. Così, alla fine, il Bestiario di un cinema selvaggio, sformato, che riversa a getto continuo figure laide e disperate nella loro fisicità ostentata e volgare, è più autentico e legato a nostrane sottorealtà e sottoculture di quanto non appaia. S’è detto: a ciascuno il suo specchio deformante».

Allora, gli Abatantuono, i Calà, i Pozzetto, i Montagnani, solo per fare qualche nome, sono poi tanto inferiori a Paolo Villaggio? Inferiore, certo, è la commedia che interpretarono rispetto a quella “all’italiana” che al tempo suo si era posta come altro specchio deformante della nostra società. Villaggio, tuttavia, ha avuto qualche riconoscimento inatteso. Mi riferisco a Goffredo Fofi che nel ’95 ha scritto: «Il suo successo risiede nella sua incredibile diversità: nel suo ricordare l’umiliazione cui tutti si crede di essere ormai sfuggiti (…) Ci vorrebbe qualcuno di molto bravo che a questo punto mettesse insieme, con l’aiuto di Villaggio, le gag e le scene migliori e montasse, come si fa per gli scrittori, un’antologia con Il meglio di Fantozzi. Potrebbe anche risultarne un capolavoro».

Si coglie, in Fofi, la traccia del grandioso recupero che fece di Totò. Anche il Principe lavorava in un cinema popolare, “tirato via”, sovente con registi pressati dal minimo budget. Ma quel cinema popolare era Uno cioè il media di spettacolo principale. Non è così da molti anni, ormai, e non lo sarà più.
                                                                              

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