Smith e Jefferson, il pensiero contro l'arbitrio
Adam Smith e Thomas Jefferson (cr. C.W. Peale per Jefferson Wikimedia commons)
I legami fra ordine economico e diritto alla felicità
Kirkcaldy, città affacciata sul mare della Scozia, si trova a 5.387 chilometri di distanza in linea d’aria da Philadelphia, in Pennsylvania. I luoghi sono accomunati da una virtuosa storia economica: a Kirkcaldy fu inventato il linoleum, Philadelphia fu per lungo tempo descritta come Workshop of the World, l’Officina del Mondo, per il fitto tessuto industriale durante lo scintillante sviluppo statunitense nell’Età dell’Oro.

La targa apposta a Kirkcaldy in onore di Smith (cr. J. Eaton-lee Wikimedia commons)
Oltre al dinamismo economico, le due città hanno conosciuto un vibrante fervore intellettuale, funzionando da incubatrici di modernità: nel 1776, infatti, mentre a Philadelphia le 13 colonie del Nuovo Mondo scrivevano la Dichiarazione d’Indipendenza da Giorgio III del Regno Unito, un uomo di Kirkcaldy, Adam Smith, suddito della Corona inglese, pubblicava il suo capolavoro in cinque libri, “Indagine sulla natura e le cause della Ricchezza delle Nazioni”.

Allan Ramsay "Re Giorgio III" (Wikimedia commons)
Pubblicata a Londra il 9 marzo 1776, l’opera arrivò in Italia nel 1791 quando, a Napoli, furono date alle stampe le pagine di Smith, che ebbero grande successo nei circoli Illuministi. L'idea chiave alla base del pensiero smithiano è che l’economia non può svilupparsi grazie al disegno di un legislatore ma in virtù di azioni individuali dall’esito imprevedibile: la metafora della “mano invisibile” descrive le conseguenze non intenzionali del comportamento umano, che usa il sistema dei prezzi e la divisione del lavoro come meccanismi di comunicazione e coordinamento.
Nel libro IV della “Ricchezza”, Smith, simpatizzando con gli indipendentisti americani, pur non essendo un rivoluzionario in senso politico, si schiera contro le politiche mercantiliste della Corona: il sistema coloniale britannico, basato sul monopolio, obbligava gli americani a commerciare solo con la madrepatria e la tassazione, in assenza di una rappresentanza nel Parlamento di Londra, era un abuso tale da rendere legittima la resistenza.

H.C. Christy "La firma della Costituzione" (Wikimedia commons)
Queste convinzioni resero il filosofo scozzese un naturale compagno di viaggio dei Padri Fondatori, su tutti Thomas Jefferson, mano (in)visibile dietro alla Dichiarazione d’Indipendenza. Il testo, approvato dal Congresso continentale il 4 luglio 1776, ritiene “per sé stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità”.

La Indipendence Hall (cr. Artico2 Wikimedia commons)
“La Ricchezza” e “La Dichiarazione” sono dunque attacchi frontali all’autorità arbitraria, rappresentata dal potere politico del Re e da quello economico dei monopoli protetti dallo Stato. La “Dichiarazione” fu il primo atto di politica estera delle colonie, in base al quale l’indipendenza da Londra veniva raggiunta attraverso un’alleanza con la Francia di Luigi XVI, assolutista e cattolica, molto lontana dai diritti inalienabili dei Padri Fondatori.

J.S. Duplessis "Re Luigi XVI" (Wikimedia commons)
Il concetto di proclamare l’indipendenza è stato replicato molte volte dai movimenti di autodeterminazione: nel passaggio dal mondo degli imperi a quello degli stati sovrani, “La Dichiarazione” ha stabilito il principio secondo cui ogni gruppo che si considera popolo ha il diritto di cercare un posto uguale tra le potenze della terra, in base ad una dinamica che ha modellato il XX secolo e continua a influenzare la relazioni internazionali odierne.

Il leader vietnamita Ho Chi Minh (cr. Museeé Annam Wikimedia commons)
Il 2 settembre 1945, Ho Chi Minh, ad Hanoi, rivendicò il diritto alla vita, alla libertà e alla felicità dei vietnamiti per proclamare l’indipendenza del paese dai francesi: colui che da lì a breve sarebbe diventato l'innominabile della politica estera americana, utilizzò le stesse parole dell’atto fondativo degli Stati Uniti, dichiarando al mondo che un nuovo soggetto politico autonomo stava nascendo.
Sebbene Smith fosse un filosofo, che ragionava empiricamente senza però ricorrere a strumenti matematici oggi centrali nell’analisi dei processi di produzione e consumo, tutti gli economisti successivi, da David Ricardo fino a Milton Friedman passando per Marx e Keynes, si sono confrontati con le sue teorie, confermandole o confutandole.

Ricardo e Friedman (cr. T. Phillips e Barcrach studios Wikimedia commons)
Estremamente attuali sono le riflessioni smithiane sul rapporto tra commercio e guerra. Negli anni ‘90, dopo la caduta della Cortina di Ferro, si diffuse l’idea che l'integrazione commerciale avrebbe reso obsoleta la guerra, perché dove transitano le merci non passano gli eserciti (dopotutto, due paesi con McDonald's potrebbero mai scontrarsi?).
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Un ristorante Mc Donald's simbolo della globalizzazione (cr. A. Proimos Wikimedia commons)
Nonostante sia provato dai dati che i processi di globalizzazione abbiano fornito a molte persone i mezzi per migliorare il proprio status esistenziale, ciò non si è tradotto in un superamento degli istinti predatori e delle dinamiche di potenza degli stati. Oggi, mercantilismo e guerre doganali rappresentano un ritorno in grande stile di quella gelosia di commercio che Smith denunciava già nel 1776. Il paradosso del prezzo della pace e del costo della libertà appare evidente: le stesse istituzioni che rendono una società libera e prospera, possono minare la sua volontà di difendere la pace e la libertà stessa.
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