Genova non può attendere

Genova, aprile 1945 (foto concessa dall'Archivio Ilsrec Fondo DF)
La città riconquista la libertà
Il 25 aprile l'Italia festeggia gli 80 anni dalla Liberazione. iosonospartaco affronta l'evento proponendo una serie di servizi in ambito storico e culturale
È passata meno di una settimana da “Second Wind”, il lancio dell’operazione di sfondamento della Linea Gotica occidentale, operato dagli Americani sul confine tra Toscana e Liguria, quando, l’11 aprile 1945, il generale Günter Meinhold, platzkommandant di Genova, si ritrova nello studio del professor Giampalmo all’Istituto di Anatomia Patologica dell’Università genovese, nel quartiere di San Martino. Lì, incontra “Stefano”, al secolo Carmine Alfredo Romanzi, azionista che, informato il Comando militare regionale Liguria, ha da questo l’incarico di aprire un tavolo di trattativa con il generale tedesco. La situazione è delicata: sui monti, a ridosso del capoluogo, le forze partigiane ostacolano il passaggio di qualsiasi trasporto militare che corre sulla camionale, sulla statale 35 dei Giovi e sulla 45, collegamento tra Genova e Piacenza attraverso la Val Trebbia.
Genova aprile 1945 (foto concessa dall'Archivio Ilsrec Fondo DF)
Di giorno, inoltre, il continuo irrompere dei cacciabombardieri alleati sui cieli liguri, impedisce pressoché ogni spostamento, paralizzando tanto il traffico militare, su gomma o su rotaia, quanto quello dei numerosi civili che, quotidianamente, vanno e vengono in direzione di Genova. L’esercito tedesco, d’altro canto, è sulla difensiva, consumato e ridotto all’osso ma ancora lontano dall’essere sconfitto e la posta in gioco, Genova, il suo porto e il suo apparato industriale, è alta. Il clima di precarietà e di incertezza nel quale si tengono i colloqui – saranno tre in totale – riflette l’inconciliabilità delle posizioni degli uomini attorno al tavolo: il generale ambisce ad un cessate il fuoco nel settore di competenza, così da permettere lo sgancio delle truppe e il ritiro nella Val Padana, in cambio di una limitazione alle distruzioni alle infrastrutture, mentre i partigiani – lo chiariranno nel corso delle trattative – ambiscono a una resa senza condizioni.
Verso la seconda metà di aprile, una lenta ma costante emorragia di truppe tedesche da Genova accende i sospetti, più che fondati d’altronde, che i Tedeschi stiano organizzando una ritirata finalizzata alla difesa ad oltranza del Nord Est.
Tra Meinhold e Romanzi, intanto, proseguono i colloqui nella sede del comando piazza: nel corso del loro ultimo incontro, il 23 aprile, la proposta di una tregua che garantisse le minime distruzioni alle infrastrutture, in cambio del via libero alla ritirata delle truppe tedesche, voluta dal Generale e caldeggiata dalla Curia genovese, si scontra con la volontà del Comando Militare che spinge sempre di più verso la resa. Romanzi non è autorizzato a concludere alcun tipo di accordo e propone al Generale di rivedersi il giorno successivo.
Il rapido precipitare degli eventi cambierà sensibilmente questo proposito.
Non è infatti più il tempo dell’attesa: nella notte del 23 aprile, le Squadre di azione patriottica del ponente cittadino, senza autorizzazione da parte degli organi preposti, passano all’azione prendendo possesso delle stazioni ferroviarie, degli stabilimenti e dei presidi militari dei quartieri occidentali della città. Allarmati per il precipitare della situazione, alle 20.30 dello stesso giorno, il Comitato di liberazione nazionale e il Comando Militare si riuniscono per una seduta congiunta straordinaria, presieduta da Paolo Emilio Taviani, presso il Collegio di San Nicola.
Genova, la sede del Cn Liguria all'hotel Bristol (foto concessa dall'Archivio Ilsrec Fondo DF)
Il clima è teso; mancano alcuni rappresentanti – lamenteranno un malinteso – e non c’è accordo sul da farsi, tra i presenti. Solo dopo diverse ore di difficile discussione, si decide, a maggioranza, di diffondere il proclama dell’insurrezione. Sarà lo stesso Taviani, nella mattinata del 26 aprile, ad annunciare via radio la liberazione della città, attraverso il celebre proclama “popolo genovese esulta!”. Per il momento, però, non ci si azzarda a celebrare anzitempo la sconfitta del nemico: in tutta la città fervono combattimenti delle Sap contro i Tedeschi e i fascisti, asserragliati in alcuni punti strategici della città, tra i quali il porto.
Nella mattinata del 24 aprile, gli insorti occupano la sede del comune, presso Palazzo Tursi, insediandovi una nuova giunta presieduta dal socialista Vannuccio Faralli, rinchiuso, sino a poche ore prima, nella IV sezione del carcere di Marassi e liberato nella notte tra il 23 e il 24.
Il tutto, nonostante ampi margini di manovra, personalismi e variazioni sul tema, si è svolto secondo le direttive del “Piano A”, elaborato dal Comando Militare regionale, nel corso dei mesi in campo partigiano, e rivisto, a partire dai primi giorni di aprile, da parte dei comandanti della VI Zona, corrispondente all’incirca all’attuale territorio metropolitano, sotto l’occhio vigile, e un po’ allarmato, della missione inglese Clover e di quella americana Peedee, operanti in questo settore, sin dal loro lancio dietro le linee nemiche, nel gennaio del 1945.
Lo stesso 24 aprile, mentre in tutta la città fiammeggiano gli scontri, viene proclamato, dallo stesso CLN, lo sciopero generale: trasporti e traffico vanno presto in tilt, ostacolando ulteriormente i movimenti delle truppe nazifasciste.Genova aprile 1945 (foto concessa dall'Archivio Ilsrec Fondo DF)
Il 25 mattina, Romanzi raggiunge Meinhold presso il suo quartiere generale di Savignone, nell’immediato entroterra genovese: qui, trova il generale che, convintosi progressivamente dell’inutilità della difesa ad oltranza, ha maturato l’idea di arrendersi al Comitato di liberazione cittadino. Giunto nel pomeriggio a Villa Migone, residenza privata del Cardinale Boetto, nel quartiere genovese di San Fruttuoso, alle 19.30 Meinhold sigla la storica resa delle truppe sottoposte al suo comando, nelle mani di Remo Scappini, comunista, insediatosi la mattina stessa al turno di presidenza del CLN e in quelle di Giovanni Savoretti, Errico Martino e del comandante della piazza Mauro Aloni.Prigionieri tedeschi in via XX Settembre a Genova (foto concessa da Archivio Ilsrec Fondo DF)
Dalla montagna, le formazioni partigiane tardano ad arrivare e, in città, cresce la preoccupazione che gli occupanti possano rivalersi contro i civili e il porto, minacciato – almeno a parole – dal complesso sistema di mine ed esplosivi piazzati nel porto e nelle infrastrutture e dall’imponente sistema di difesa antinave, insediato a ridosso di Monte Moro e presidiato dai marinai della Kriegsmarine. Weegen, il comandante della batteria, una torre binata da 381 e qualche altro grosso calibro sotto mano, fedele agli ordini di Max Berninghaus, comandante del settore costiero ligure della Kriegsmarine che ha disconosciuto Meinhold e la sua capitolazione, si trincera nel complesso in attesa dell’arrivo degli alleati che iniziano ad arrivare nella notte tra il 26 e il 27. Si arrenderà agli Americani del 473° reggimento alle ore 15.00 del 28, sancendo così la caduta dell’ultimo presidio tedesco di Genova.
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