Il cinema degli eroi grandi e piccoli

Alberto Sordi ed Eduardo de Filippo in una foto di scena da "Tutti a casa" di Luigi Comencini
La Resistenza nei film del dopoguerra
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Nell’ampio capitolo del cinema resistenziale, tre film hanno una precisa matrice romana e sono opera di un cineasta della stessa città, Roberto Rossellini. Mi riferisco a Roma città aperta, girato in condizioni di fortuna subito dopo l’ingresso degli Alleati e presentato nel 1945, Era notte a Roma, del 1960, tardo ma scaturito dal nuovo clima politico che si andava preparando in Italia e su cui tornerò, e il “monumentale” Paisà, 1946, che a Roma arrivava dalla Sicilia, per poi proseguire fino al Delta del Po passando per Firenze.Anna Magnani e Aldo Fabrizi in un fotogramma da "Roma città aperta" di Rossellini
Ciò premesso vorrei occuparmi stavolta di opere importanti ma considerate secondarie o addirittura dimenticate.
Il maestro Blasetti
Comincio da Un giorno nella vita, del 1946, opera di un Alessandro Blasetti appena fuoriuscito dalla Cinecittà di regime. Ottimo regista e autore di alcuni film importanti negli anni ’30 e ’40 (penso a Terra madre, alla Corona di ferro e alla Cena delle beffe) nel 1945 si avventura in un soggetto resistenziale che ha come protagonista Amedeo Nazzari. Il tono è quello del melodramma per raccontare di partigiani che si rifugiano in un convento e della strage delle suore poi compiuta dai tedeschi, e tuttavia c’è da notare che questo “furbastro”, già preferito da alcuni gerarchi, ha sempre diffidato della propaganda per guardare a certi modelli americani.Amedeo Nazzari in "Un giorno nella vita" (cr. Alessandro Blasetti Wikimedia commons)
Nello stesso periodo Mario Camerini, famoso per l’ottima “calligrafia” delle sue commedie fra gli anni ’20 e ’30 (protagonista spesso De Sica, e davvero non è poco) aderisce alle nuove tendenze con Due lettere anonime (1945) ambientato nelle fosche luci della Roma occupata.
Un film notevole per molti aspetti, e spesso trascurato, mi pare sia Il sole sorge ancora di Aldo Vergano, 1946. La conclusione tragica nella quale Carlo Lizzani interpreta un prete che deve confortare i partigiani condannati alla fucilazione dà un “senso di popolo” non facile da ritrovare. Lo stesso Lizzani, nel 1951, dirige Achtung banditi, in buona parte finanziato da una sottoscrizione popolare e da alcune cooperative. L'esito, a mio avviso, è incerto, ma sul piano documentario della resistenza nel genovese resta un reperto drammatico prezioso.
Andrea Checchi in una foto di scena da "Achtung banditi" di Carlo Lizzani
Il decennio cinquanta, dominato dai governi centristi e dalla censura, segna una vistosa interruzione dei lavori sul tema della Resistenza ma con le prime avvisaglie del centro-sinistra si prepara un gran ritorno, sia nel dramma che nella commedia e nella farsa. E’ conseguenza dell’azione socialista per la svolta di fase: riconoscere fino in fondo il valore fondamentale della Resistenza.
Indimenticabile Totò
Comincerei dalla commedia e dalla farsa, perché attorno a questi generi vive l’ampiezza del pubblico popolare dell’epoca. Indimenticabili sul versante della farsa sono I due marescialli, (Sergio Corbucci, 1961) e I due colonnelli (Steno, 1962). Entrambi sul tema spinoso e paradossale dell’8 settembre 1943, usano un sistema di equivoci, travestimenti e disavventure che ha fatto la fortuna di squadre di attori ruotanti attorno all’inarrivabile Totò. A quest’ultimo, poi, tocca una delle più liberatorie battute di sempre.
Totò e Roland von Bartrop in "I due colonnelli" di Steno (fotogramma)
Il colonnello italiano (Totò, appunto) è contrario a bombardare un villaggio e l’ufficiale tedesco vorrebbe imporglielo. «Badi che ho carta bianca!» grida il tedesco. E Totò: «C’ha la carta bianca, c’ha…» E il tedesco esasperato e minaccioso ripete: «Ho carta bianca!» e Totò risponde: «E ci si pulisca il culo!».
Tutti a casa
L’8 settembre 1943 è il tema di una delle più belle tragicommedie: Tutti a casa di Luigi Comencini (1960). Un Alberto Sordi straordinario, che accede a nuove complessità drammatiche pur rimanendo fedele a se stesso, chiude l’avventura di un ufficiale sbandato con una svolta morale che lo impegna nell’insurrezione delle quattro giornate di Napoli: «Sono stato il primo a far imbracciare un’arma a Sordi per una nobile causa – ebbe a dire Comencini in un’intervista – ed è stata una dura lotta farglielo fare».
Alberto Sordi e Serge Reggiani in una scena da "Tutti a casa" di Comencini
Un anno dopo lo stesso Sordi, nel ruolo di un partigiano “imboscato” ma poi attivo nel riscatto, esalterà la propria dignità umana e politica con un altro gesto eroico: non la mitragliatrice ma un sonoro ceffone. Parlo di Una vita difficile di Dino Risi: un grande successo popolare del 1961.
(1- continua)
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