007, licenza di uccidere il padre

007, licenza di uccidere il padre

Roger Moore a Cortina in una foto per "Solo per i tuoi occhi" (Crediti Wikimedia commons)

Il destino di Fleming, annientato da Bond

Nel novembre 1956 Anthony Eden, già ministro degli Esteri di Churchill nell’ora più buia del Regno Unito e ora Primo ministro, è un uomo politicamente morto e fisicamente provato. La prima fase della crisi di Suez, quella dei Royal marines a Port Said, si è conclusa da poche  settimane: Nasser si è elevato a simbolo dell’anticolonialismo, Suez è rimasta in mano agli egiziani ed Eisenhower non vuole saperne delle rivendicazioni anglo-francesi sul Canale. Eden ha bisogno di riposo e sceglie di rifugiarsi a Goldeneye, residenza giamaicana di un giornalista anglo-scozzese, Ian Fleming. In un flusso costante di telegrammi da Washington, Mosca, Parigi, Tel Aviv e Londra, Eden deciderà proprio nel gazebo di Goldeneye il ritiro totale e incondizionato delle truppe britanniche da Suez: i coloniali gioielli della corona affondano ai Caraibi. Perché Goldeneye e perché Ian Fleming?


Ian Fleming e il suo romanzo Casino Royale, atto di nascita di 007 (da Facebook)

Per rispondere a queste domande dobbiamo risalire alle dinamiche della buona società inglese degli anni ‘50, dove alleanze e amicizie si costruivano su una diplomazia informale fatta di mogli, mariti e amanti di entrambi. L’idea di Goldeneye come rifugio dall’ipertensione venne a Clarissa, moglie di Eden e nipote di Churchill, amica di Ann Charteris, già Rothermere e ora Fleming, ossia sposa di Ian, proprietario di Goldeneye, bungalow comprato grazie ai soldi di una ex amante: residenza spartana ma dotata di piscina e affacciata sull’Oceano, si rivela ideale per la coppia Eden e un’occasione per Fleming che, ospite di un primo ministro, non ha carenza di materiale per autopromuoversi.

L’agente nato ai Caraibi

Goldeneye era già stata protagonista di grandi cose, non politiche ma letterarie: fu proprio lì che Ian Fleming, nel febbraio del 1952, diede vita, con il romanzo Casino Royale, a Bond, James Bond. Oggi 007, 73 anni dopo la nascita, è un’icona pop, riconoscibile anche dal più piccolo dettaglio, sia esso la Walther PPK, l’Aston Martin, l’Omega o il “mi-sol-re diesis-re naturale” del tema di John Barry per “007- From Russia with love”. Sorte non altrettanto stellare è invece toccata al demiurgo dell’universo Bond. Certo, libri e saggi sono stati scritti al riguardo (si pensi a “Il Caso Bond” di Umberto Eco e Oreste Del Buono) ma la cifra comune di tutti questi scritti è sempre stata quella di parlare di Bond, non di Fleming. Nel 2023 lo scrittore Nicholas Shakespeare ha però pubblicato una mastodontica biografia del vero Mister Bond, “Ian Fleming: The Complete Man”. Il libro è lungo ma disegna un bel ritratto di Fleming.

Nato nel lusso creato dal nonno Robert, banchiere scozzese che come John Rockefeller costruisce un impero dal nulla, Ian si forma tra la Scozia, Eton, Sandhurst e Kitzbuhel; tenta il concorso da diplomatico ma fallisce: sceglie la via del giornalismo, lavorando prima per Reuters poi per il Sunday Times, dove dopo la guerra ricoprirà la carica di Foreign Menager. Durante la Seconda guerra mondiale Fleming è un agente segreto della Marina: lavora nei fumosi uffici di Londra, non è uomo d’azione ma d’intelletto: importante sarà ad esempio il suo ruolo nel convincere a suon di contante i generali spagnoli a dissuadere Franco dall’entrare in guerra a fianco dell’Asse. I rapporti con il mondo dell’intelligence continueranno anche nel dopoguerra quando al Sunday Times costruirà una rete di giornalisti-spie sparsi in tutto il mondo. Negli anni ‘50 realtà e finzione convivono, Fleming si occupa di esteri ma pensa ad una carriera da scrittore, ha tanto materiale a disposizione, gli anni della guerra l’hanno visto schierato in prima linea davanti a battaglioni di documenti nemici: mette a frutto la sua esperienza, crea 007, che allo stesso tempo è Fleming così come Fleming è Bond. Entrambi sono uomini vittoriani, anacronistici, affezionati ad un impero che dopo il 1945 comincia a sciogliersi al sole; allo stesso tempo però amano la modernità, il progresso tecnologico, lo spazio, la Nuova Frontiera, il sesso, l’alcool: non è un caso che grande appassionato di Bond fu Kennedy che Fleming conobbe da senatore ma frequentò anche da presidente.

Vittima e carnefice

Dal 1952 al 1964 Fleming scriverà ben 14 storie di Bond, diventando vittima e carnefice nei confronti della sua creatura, in maniera simile ad Arthur Conan Doyle: entrambi infatti diventano schiavi dei propri personaggi, cercano di farli fuori ma, a furor di pubblico, devono riportarli in vita. Ian Fleming muore il 12 agosto 1964, a 56 anni, ucciso dal fumo e dall'alcol, dopo una partita di golf: una morte molto inglese. Oggi, 60 anni dopo, rimane molto dello scrittore Fleming, meno dell’uomo: un fato comune a diversi autori che vengono soverchiati dai loro stessi “figli di penna”.

“Mr Fleming to me you are the epitome of the English cad”

“ Mrs Leither, you’re so right. Let’s have a Martini”

(“ Mr Fleming lei è la quintessenza del mascalzone inglese”

“Signora Leither ha così ragione. Prendiamo un Martini”)

(Brano riferito a Marion Oatsie Leither in Nicholas Shakespeare, Ian Fleming: The Complete Man)

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