Il mondiale di noi bambine, era il 1970

Il mondiale di noi bambine, era il 1970

La quarta elementare di Campegine, 1970. Le bambine furono protagoniste della prima partita di calcio femminile del paese (cr. Clara Cagossi)

Gli azzurri in Messico, noi piccoline nel campo del paese

Era la primavera del 1970 e frequentavo la quarta elementare a Campegine, un paese piccolo, di quelli dove la scuola, la parrocchia e il campo sportivo stanno tutti a portata di voce. All’epoca il calcio era una cosa seria. Talmente seria da essere riservata esclusivamente ai maschi. A scuola venivano organizzate partite tra le classi, rigorosamente maschili, e durante l’orario scolastico tutti gli alunni venivano accompagnati al campo sportivo, quello a fianco della parrocchia, per assistere.


Bambini e bambine insieme in campo in Argentina (cr. TitiNicola Wikimedia commons)

I maschi erano tifosi accaniti, rumorosi, competenti. Urlavano consigli, proteste, giudizi tecnici che neppure alla Domenica Sportiva. Le femmine, invece, stavano a bordo campo con un entusiasmo più composto, quasi educato. Guardavano, applaudivano quando c’era da applaudire, ma senza sentirsi davvero parte del gioco. Il calcio non era roba loro. Così stavano le cose.
O almeno così erano sempre state.


Esultanza delle olandesi nel mondiale del 2019 (cr. Liondartois Wikimedia commons)

Un giorno, nella primavera di quell’anno, qualcosa si incrinò. Un gruppetto di compagne di classe, di cui anch’io facevo parte, iniziò a borbottare. All’inizio sottovoce, poi sempre più chiaramente. Perché noi no? Perché solo loro? Possibile che il calcio sia solo un gioco per i maschi?

Con un coraggio che ancora oggi mi sorprende, ci rivolgemmo al nostro maestro. Protestammo e chiedemmo una partita di calcio femminile: quarta contro quinta. Il maestro ci ascoltò. E, fatto non scontato per quegli anni, non rise. Anzi. Accettò la proposta con una naturalezza che oggi definiremmo all’avanguardia. Ci diede carta bianca e ci disse di organizzarci.


Le calciatrici inglesi nel mondiale del 2019 (cr. Liondartois Wikimedia commons)

Gli accordi con le alunne di quinta furono rapidi. Erano più numerose di noi, dettaglio che allora sottovalutammo, e decisamente entusiaste. Si fissò la data dell’incontro, tenendo conto del tempo necessario per gli allenamenti.

Allenamenti, già. Di allenamento ce n’era un disperato bisogno. Nessuna di noi aveva mai giocato a calcio. Le regole erano un mistero, il fuorigioco una parola esotica e il concetto di resistenza fisica una teoria mai sperimentata.

Dopo aver discusso sul da farsi, decidemmo di chiedere aiuto ai maschi. Alcuni ci snobbarono con aria di sufficienza, come se stessimo profanando un territorio sacro. Altri, invece, presero a cuore la richiesta. Ci aiutarono a organizzare allenamenti pomeridiani al campo sportivo, spiegandoci come si tira, come si passa, dove si corre e, soprattutto, quando fermarsi a respirare.

Quei pomeriggi restano uno dei ricordi più belli. Il campo, il pallone che rotolava storto, le risate, le cadute, i consigli urlati e l’idea, nuova e potentissima, che stavamo facendo qualcosa che prima non era permesso.
Arrivò finalmente il giorno della partita.


Le formazioni di Italia e Germania, semifinale del 1970 (da Fb Pagine di sport)

A pensarci oggi, nella nostra testa quella sfida aveva la solennità dei Mondiali di calcio che proprio quell’anno si giocavano in Messico, il famoso mondiale di Italia-Germania 4-3: le telecronache enfatiche e il calcio serio dei grandi come inevitabile termine di paragone, anche se in campo c’eravamo noi, bambine in affanno con le ginocchia sbucciate.

La sfida si rivelò più faticosa del previsto. Per me, il risultato più grande fu arrivare alla fine con il cuore in gola e il fiato corto, ma ancora in piedi. Diverse compagne della quarta si arresero prima del fischio finale. La panchina non bastò a garantire i cambi.


Pelè festeggia la vittoria del Mondiale, 21 giugno 1970 (da El Grafico Wikimedia commons)

La quinta, da questo punto di vista, era messa meglio. Aveva più giocatrici, più energie e alla fine terminò la partita in superiorità numerica e vincente anche nel conteggio dei gol.
Nella nostra squadra, però, si verificò l’episodio più memorabile. All’inizio del secondo tempo, una compagna, ignara del cambio di porta, segnò un autogol tanto clamoroso quanto involontario. Per un attimo ci fu silenzio, poi scoppiammo a ridere, lei compresa.

Al di là del risultato, della fatica e dei muscoli indolenziti, fu un’esperienza esaltante per tutte. Nel nostro piccolo mondo di grembiuli e quaderni, quella partita segnò un momento importante. Non avevamo cambiato il mondo, ma avevamo spostato un confine. E per noi, bambine di quarta elementare, fu una vittoria enorme.

 

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