Salvador, i gol con il pallottoliere

Salvador, i gol con il pallottoliere

Il tabellone indica impietosamente in risultato di Ungheria-El Salvador (dalla pagina Fb Ivan Eginsson Eysturland)

Mondiali 1982, ne prende 10 dall’Ungheria

Nella storia del calcio ci sono date che si ricordano con facilità. Per noi italiani, l’11 luglio è un giorno da festa nazionale, nel 1982 (era domenica) vincemmo il mondiale di Spagna. Ma anche il 9 luglio è una data memorabile, quella del mondiale vinto contro la Francia nel 2006. E per i meno giovani c’è anche il 17 giugno, giorno in cui nel 1970 vincemmo 4-3 la più grande partita della storia contro la Germania, in Messico.

C’è invece una data che, almeno per gli europei, fatica a entrare nella memoria: 15 giugno 1982, un banale martedì. Accade tutto a Elche, non proprio una delle città più famose della Spagna, dove c’è uno stadio da 50.000 posti, più che sufficienti per ospitare una partita del gruppo 3 di qualificazione, fra l’Ungheria e il Salvador.


La formazione della nazionale del Salvador (dalla pagina Fb The vintage football club)

Gli ungheresi sono stati un pezzo importante dell’epopea del calcio anche se nel 1982 la gloria sembra alle spalle: i 22 e il team sono comunque tutti professionisti, gente che al mondiale arriva preparata provenendo da campionati di livello. Fra il poco e il nulla invece si sa dei salvadoregni, arrivati in Spagna a sorpresa quando tutti si aspettavano il Messico.

Cosa accade tecnicamente di interessante in questa partita? Niente. Assolutamente niente. E allora perché il 15 giugno dovrebbe passare alla storia del calcio? Perché in quel giorno si consuma la più clamorosa disfatta nella storia dei mondiali: gli ungheresi vincono 10-1 e visti i valori in campo c’è da domandarsi come i salvadoregni abbiano segnato quell’unico golletto piuttosto che chiedersi come gli ungheresi ne abbiano fatti dieci.


L'ungherese Nyilasi contro il Salvador (dal sito Il Nobile calcio)

Non c’è nulla di più lontano dallo spirito sportivo che il prendersi gioco di avversari troppo deboli o vestiti con divise da gioco vecchie e logore, soprattutto se stiamo parlando di giovani. Determinati risultati eclatanti con distacchi di una decina di gol nel calcio o di cento punti nella pallacanestro gridano vendetta e pongono interrogativi sull’utilità di partite che non portano nulla a chi vince e sono causa di umiliazione per chi perde. Ma qui siamo ai campionati mondiali di calcio, non al torneo delle parrocchie.

In patria

Eppure anche il Salvador, a modo suo, merita un applauso. Il miracolo sta nel fatto che dalle macerie di un paese dilaniato dalla guerra civile e percorso in lungo e in largo da bande di assassini sia stato possibile organizzare una squadra e spedirla in Europa (seppure con l’aiuto dei soldi di una colletta) dopo una miracolosa qualificazione.

La situazione interna del Salvador di quegli anni era qualcosa di simile a un inferno in terra. Il piccolo paese centroamericano viveva in condizioni di povertà assoluta nel terrore di bande di criminali foraggiate dal regime dittatoriale e dalla casta dei latifondisti; il fenomeno migratorio non è problema solo di oggi, era questione anche di allora.


Milizie armate in Salvador (Wikimedia commons)

Come spesso accade, alla tragedia si aggiunge anche qualcosa di grottesco. E’ il 1969 quando il poverissimo Salvador scatena una guerra contro i confinanti dell’Honduras (messi anche peggio di loro) per una controversia sull’uso di territori agricoli esplosa dopo due partite di calcio fra le nazionali. Non a caso si parla di “guerra del calcio” per indicare un conflitto di cui nessuno in Europa sa nulla.

Grottesca o non grottesca, la guerra durata solo pochi giorni lascia sul campo la consueta dose di morti, senza nemmeno un po’ di retorica a celebrarli, perché spesso quando una guerra finisce neanche ci si ricorda perché è cominciata. Del Salvador si parla un paio di anni prima del mondiale - nel 1980 – quando un assassino delle squadre della morte ammazza sull’altare Oscar Romero, arcivescovo della capitale e una delle poche voci ancora udibili contro la violenza, la dittatura e lo sfruttamento dei poveri. Nel 2018 Romero è stato proclamato santo da papa Francesco.


Oscar Romero con papa Paolo VI (Wikimedia commons)

Ebbene in questo quadro non proprio idilliaco un gruppo di giovani calciatori riesce a strappare la qualificazione al mondiale di calcio. Non era la prima volta, il Salvador era comparso anche in Messico, nel 1970. Tre partite, tre sconfitte, nemmeno un gol.


La figurina del Salvador per i mondiale del 1970 

Stavolta anziché nel grottesco si finisce direttamente nell’operetta, con il gruppo di giocatori ridotto per far posto a dirigenti e mogli al seguito che non perdono l’occasione per una trasferta a scrocco in Europa. Ma tutto questo in Spagna lo sanno in pochi. Il viaggio e la sistemazione sono da dimenticare; basta sapere che l’albergo era accanto a un impianto sportivo di tiro al piattello. Non è proprio il massimo allenarsi e riposarsi nel rumore di continue schioppettate.

In campo

Martedì 15 giugno si consuma un evento umiliante, per tutti, anche per il pubblico che assiste. Gli ungheresi trafiggono la difesa salvadoregna con una facilità da torneo del dopolavoro e dopo poco smettono anche di festeggiare. Poi accade l’imponderabile, a dimostrazione che lo sport qualche miracolo lo riserva, anche se non troppo spesso.

L’attaccante del Salvador con il numero 14, un certo Ramirez Zapata, sul 5-0 si ritrova in mezzo all’area ungherese senza che nessuno lo prenda seriamente in considerazione – tanto la partita non ha più alcun senso – raccoglie il tocchetto casuale di un compagno e con una zampatina al rallentatore la mette in gol. Poi si scatena in un’esultanza priva di senso, che prelude agli altri 5 gol ungheresi fino al catastrofico 10-1, massimo scarto mai inflitto nella storia dei mondiali.


L'esultanza di Zapata dopo il gol (fotogramma da youtube)

Le critiche alla gioia eccessiva di Zapata sono infondate. Di questo giocatore restano poche e scarne tracce, che raccontano di militanza in squadre lontane dai grandi palcoscenici. Il suo gol non è valso a nulla ma resta l’unico della sua nazione in un mondiale. Non è poi così poco.

Epilogo

Il Salvador (come anche l’Ungheria) non va oltre il girone iniziale e ritorna a casa, dove ritrova lo scenario infernale lasciato pochi giorni prima che, se possibile, peggiorerà ancora sfociando in aperta guerra civile, fino agli anni 90. Nel mondo quella inutile partita da 10-1 trova spazio nei titoli dei giornali solo per l’entità del punteggio ma viene presto dimenticata, poco dopo iniziano i giorni favolosi degli azzurri di Bearzot.

Il monumento alla riconciliazione realizzato in Salvador (cr. FrankSinatraOg Wikimedia commons) 

Siccome la curiosità è il primo motore della conoscenza, il 10-1 di Ungheria-Salvador è il più clamoroso rovescio nella storia dei mondiali ma non nella storia del calcio; c’è chi ha fatto peggio. E’ successo nel 2001 durante le qualificazioni per i mondiali di Corea-Giappone, nel gruppo delle squadre del Pacifico.


Thompson, autore di 13 gol in una partita (cr. Asian Fc Wikimedia commons)

Si gioca un Australia-Samoa americane che finisce 31-0, e un attaccante che risponde al nome di Thompson ne segna 13 solo lui. Ma quando un solo calciatore in una partita segna 13 volte è lecito pensare che non sia poi una cosa tanto seria.

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