Sanon, il sorriso del re per un giorno

Sanon, il sorriso del re per un giorno

L'allenatore Trevisan insieme a Emmanuel Sanon (al centro) e Philippe Vorbe. Autore: Sconosciuto / Archivio stampa Fonte: Documentazione storica d'archivio Motivi per la pubblicazione libera: Fotografia semplice scattata in ambito pubblico oltre vent'anni

Il gol all’Italia nel 1974 segnò la vita dell’haitiano

Il mondiale del 1974 è uno fra i più importanti nella storia del calcio, tecnicamente parlando. Si gioca in Germania, lo vince la Germania (ancora Germania ovest) e rappresenta il passaggio di consegne fra il calcio all’antica – ruoli e raggi d’azione ben determinati – giocato dai tedeschi, con una squadra di campioni incredibili ma arrivata al capolinea, e il calcio moderno, quello degli olandesi che arrivano secondi e cambiano il modo di concepire lo sport.


La principessa Anna d'Inghilterra e il suo fidanzato Mark Phillips a cavallo presso un centro equestre a Boekelo, Paesi Bassi. Fotografo:Hans Peters per l'agenzia Anefo. Nationaal Archief (Archivio Nazionale dei Paesi Bassi), numero di inventario 926-7769. Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication (Rilasciato nel pubblico dominio senza restrizioni sul diritto d'autore dall'archivio)


Una storia a parte merita l’Italia, seconda quattro anni prima in Messico e reduce da una serie di vittorie bellissime e inutili, come quella del 14 novembre 1973 a Wembley, nel giorno delle nozze della principessa Anna con Mark Phillips.


E' di Capello, qui con Sandro Mazzola e  Ferruccio Valcareggi a Coverciano, il gol di Wembley. Foto di autore sconosciuto, Pubblico Dominio, via Wikimedia Commons

Per la prima volta nella storia del calcio gli azzurri sconfiggono gli inglesi, 1-0 con gol di Capello nel finale dopo una sgroppata di Chinaglia sulla fascia e intervento balordo di Shilton. E’ un trionfo personale per Zoff, che para anche l’imparabile e qualche tempo dopo si guadagna la copertina del settimanale americano Newsweek.



Per la sua prestazione Zoff, qui in allenamento con la Juventus, si meritò la copertina di Newsweek. Autore sconosciuto / Foto d'archivio. Immagine nel pubblico dominio in Italia (L. 633/1941, art. 92) e negli Stati Uniti.

C’è anche una vittoria 2-0 contro il Brasile in amichevole a Roma, con l’arbitro che trasforma in gol un pallone che picchia contro la traversa e rimbalza in campo. Solo l’arbitro e il guardalinee vedono un gol che non c’è e che riabilita quello fasullo assegnato agli inglesi nella finale del 1966.

Insomma è un’Italia in grande forma. Anzi, era. Perché all’alba del 1974 il meccanismo che regge gli azzurri di Valcareggi è completamente ingrippato. Non solo emergono contrasti di spogliatoio ma moltissimi fra i convocati sono in condizioni fisiche difficili per non dire pietose. E’ una squadra che si presenta fuori tempo massimo però in Italia non se ne accorge nessuno. Piuttosto gli azzurri sono presentati come i difensori dell’orgoglio italiano fra gli emigrati in Germania, quelli che sapranno ripetere le gesta del Messico.


La formazione dell'Italia contro Haiti. Autore: Fotografo non identificato / Agenzia di stampa (Archivio Storico Editoriale). Licenza: Riproduzione protetta da diritto d'autore. Immagine pubblicata esclusivamente a scopo didattico, culturale e scientifico, in conformità con l'art. 70 della Legge 22 aprile 1941 n. 633 (Legge sul diritto d'autore italiana), senza fini di lucro.

Il girone non è facile ma poteva andare peggio. L’Italia è con l’Argentina - che va presa seriamente sempre, a prescindere -, con la Polonia – della quale nessuno ha intuito la potenza – e con una  squadra arrivata dai Caraibi della quale poco si sa - Haiti - salvo che a portarla ai mondiali è stato un allenatore italiano, Ettore Trevisan.

Si comincia proprio contro Haiti, e per fortuna nessuno fra i giornalisti italiani si mette a parlare di squadra di ridolini come nel 1966 prima della Corea del nord; comunque l’idea è di contare i gol con il pallottoliere. Si gioca a Monaco, nello stadio che ospiterà la finale, segnale interpretato come beneaugurante.


L'Olympiastadion come appariva nel 2016 (cr. Amre-Marie Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

Il 15 giugno del 1974, un sabato, però del pallottoliere non c’è bisogno perché nel primo tempo contro Haiti di gol non se ne vede nemmeno uno, anche se il morale dei tifosi continua a restare alto. La Rai registra interviste fra gli italiani in curva (sono cinquantamila) e tutti sono sicuri che quel mondiale lo vinceranno gli azzurri.


Pneumatici in fiamme bloccano una strada a Hinche, Haiti, durante le proteste antigovernative del febbraio 2019. Foto di Voice of America (VOA), disponibile su Wikimedia Commons / Pubblico Dominio

Gli haitiani si presentano con la massima umiltà. Tecnicamente non hanno granché da dire, dalla loro hanno soltanto dei fisici pazzeschi. Si sono qualificati in modo sorprendente e il premio più grande per loro è andarsene per qualche settimana da Haiti, un posto che il Beato Angelico avrebbe preso a modello per dipingere l’inferno, fra una famiglia di dittatori al potere e le bande di criminali armati di machete che terrorizzano la povera gente.

Sono tutti sull’album delle figurine Panini ma nessun bambino scambierebbe delle doppie per averli. Solo di due di loro si sa qualcosa: uno è il portiere Francillon, che alcuni hanno ribattezzato il diavolo nero, l’altro è un attaccante piombato direttamente dalla chiesa (la sua squadra è il Don Bosco, e chi frequenta il sudamerica sa che per i cattolici di là Don Bosco si trova appena una virgola sotto Dio). Si chiama Emmanuel Sanon e sembra una statua greca. In Europa i curriculum degli haitiani sono tutti sulla fiducia perché nessuno li ha mai visti giocare: potrà mai sbucare dal nulla qualcuno meglio di Gerd Muller o di Gigi Riva?


Gigi Riva in azzurro. Archivio del quotidiano Corriere della Sera. Fotografo: Sconosciuto (Fotografo dell'agenzia Ansa) [o identificato in alcuni registri come ANSA/DC]. La foto è considerata una fotografia semplice priva di carattere artistico il cui copyright, secondo la legge italiana Legge 22 aprile 1941 n. 633, articolo 92, è scaduto dopo 20 anni dalla data di produzione (1968).

Eppure qualcosa succede. Capita che per tutto il primo tempo l’Italia di gol non ne fa neanche uno e la situazione esplode all’inizio della ripresa. Alleggerimento degli haitiani, passaggio verticale per Sanon che si fa trovare pronto evitando il fuorigioco. Parte come un bulldozer, Spinosi cerca di riprenderlo ma non ci arriva, lo tira platealmente per la maglia e non basta. C’è da sperare solo in Zoff. Il portierone fa quello che deve fare, esce dai pali e si fa incontro a Sanon che però lo aggira e lo mette a sedere. Palla sul sinistro, la rete si gonfia e Haiti è in vantaggio sull’Italia. Finisce l’imbattibilità di Zoff in nazionale, durata 1.142 minuti.

E’ la rivincita del terzo mondo contro il primo. Sanon corre come un pazzo verso i compagni a centrocampo. Non ci crede nemmeno lui. In panchina tutti saltano come bambini nelle loro tutine rosse che sembrano comprate nei saldi di un grande magazzino. Sanon diventa il re di Haiti, nell’isola i Duvalier dittatori sono detronizzati, anche se per un giorno solo.

Come va a finire? Finisce che non c’è lieto fine per nessuna delle due. L’Italia vince 3-1 la più strascicata delle partite, con un gol di Rivera, un autogol su una ciabattata di Benetti e il terzo gol di Anastasi. Di quell’Italia-Haiti alla fine si ricordano due cose: il gol di Sanon e il gestaccio di Chinaglia contro Valcareggi al momento di essere sostituito, reazione sbagliata ma almeno sincera e rivelatrice di un clima difficile all’interno della squadra.



Giorgio Chinaglia, qui con Rivera e Paolo Pulici allo Stadio Olimpico prima della partita amichevole Italia-Brasile (2-0), 9 giugno 1973. Autore: Agenzia ANSA (Foto di cronaca non accreditata a un singolo fotografo) Fonte: Wikimedia Commons / Pubblico dominio in Italia (Licenza PD-Italy)

Il resto è storia, pareggio abborracciato con l’Argentina grazie di nuovo a un autogol, sconfitta con la Polonia e tutti a casa per un nuovo rientro con accompagnamento di insulti e il terrore di dovere ricominciare da capo con avversari anni luce avanti a noi. Si riparte da Bernardini e poi da Bearzot e fra i reduci di Monaco si salvano in pochi.

Da parte sua Haiti ne prende 7 con la Polonia e 4 con l’Argentina e risale sull’aereo come se n’era venuta, ma per alcuni la vita cambia. Sanon, che intanto un gol l’ha fatto anche agli argentini, non ha colpito solo gli italiani perché altri si sono accorti di lui. Strappa un contratto con una squadra belga, il Beerschot, e la sua non è una presenza folkloristica, ci resta sei anni e lascia il segno. Finita l’esperienza belga va negli Stati Uniti e gioca in Florida prima e in California poi. E’ bravo ma è il calcio che in America non ha ancora trovato un suo spazio. Si infortuna, smette di giocare e fa l’allenatore.

Un po’ di fortuna la trova anche il portiere Francillon che firma per una squadra tedesca di seconda serie, il Monaco 1860. I 14 gol presi in tre partite non hanno comunque oscurato il suo talento, però in Baviera resta un solo anno per poi tornare in patria. Diventa senatore, ammesso che essere qualcosa ad Haiti sia una bella notizia. Infatti cambia aria e da allora vive negli Stati Uniti.

Sanon muore a 56 anni per un tumore e la storia del calcio mondiale lo ha dimenticato ma chi ha visto Italia-Haiti di quel 15 giugno 1974 non può dimenticare il sorriso di un uomo che diventa re per un giorno.

Un’ultima considerazione. La squadretta di Haiti si è già qualificata per i prossimi mondiali americani, in cui giocheranno 48 squadre, in pratica chiunque. L’Italia, quattro volte campione del mondo, ci sta ancora provando.

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