Gino Paoli, poeta del desiderio
Gino Paoli nel 2010 nella foto di Elena Torre (Wikimedia commons)
Gli amici, il dubbio, il destino
A pochi giorni dalla morte di Gino Paoli, iosonospartaco pubblica l'intervento del critico Tullio Masoni sull'opera del cantautore e sulla sua influenza nell'Italia dal boom economico ai giorni nostri.
Una domenica d’estate sotto sera, eravamo al chiosco dei gelati dove fino a notte avrebbe suonato il juke-box, quando sentimmo una canzone diversa dalle altre: Grazie. Ci parve strana e affascinante; uno andò a controllare il display per poi tornare con aria perplessa: «Gino Paoli – disse – chi è?». Tre di noi, nei giorni successivi, ricordarono di mettere la moneta per selezionare quella canzone. Tre, perché gli altri del gruppo, almeno nell’immediato, non si lasciarono sedurre. Qualche mese prima avevamo ascoltato, senza sapere chi fosse l’autore, Il cielo in una stanza cantata da Mina. Così Paoli entrò nelle nostre preferenze e ci rimase.
Mina con Johnny Dorelli (da una rivista Wikimedia commons)
Sappiamo che il cantautore genovese ebbe molto successo nei primi anni, poi una flessione che sembrò metterlo ai margini; al ritorno si confermò e aggiunse valore. Come tutti sapevo ben poco della sua origine poetica: Brassens, Prevert, il valzer musette (Senza fine), il jazz; rimasi stupefatto dal commento di un prete che, al ritrovo in parrocchia, sentendo Il cielo in una stanza da una radiolina sbottò allegramente: «Ma questo è gregoriano!».

Con Danilo Rea al castello Visconteo di Pavia nel 2021 (cr. Alex Dechi Wikimedia commons)
Quel prete non prevedeva che gli studiosi di musica leggera si sarebbero posti la domanda, anni più tardi, pur se non ci furono risposte precise. Per quel che mi riguarda, col senno di poi, mi spingo a supporre che il fascino delle canzoni di Paoli creasse un sospetto lievemente blasfemo: la eco rituale/religiosa - andavo in chiesa e qualcosa di somigliante al gregoriano lo avevo sentito – insieme a una sensualità ben avvertibile dalle parole.

Gino Paoli con il cantante e trombettista Nini Rosso (da Radiocorriere Tv 1963 Wikimedia commons)
Per fare un esempio vorrei richiamare qualche verso da Sapore di sale e dalla meno conosciuta ma credo bellissima Vivere ancora.
…Sapore di sale, sapore di mare
Un gusto un po’ amaro
Di cose perdute…
…Poi torni vicino e ti lasci cadere
Così nella sabbia
E nelle mie braccia
E mentre ti bacio
Sapore di sale, sapore di mare
Sapore di te.
Sono versi di esplicito desiderio, e di sorpresa: l’amaro del dubbio e del destino. Sentimenti che coinvolgono l’ascoltatore con un lieve smarrimento e un improvviso mutare dell’abbandono.

Gino Paoli al Premio Chiara del 2018 (cr. Premio Chiara Wikimedia commons)
Vivere ancora è del 1964 e guida una delle più belle scene di Prima della rivoluzione, il film col quale il giovanissimo Bernardo Bertolucci si impose come autore dopo il “pasoliniano” felice e misconosciuto La commare secca.
Vivere ancora soltanto per un’ora
e per un’ora averti fra le braccia
e far sparire per sempre dal tuo viso
ogni incertezza che ti tormenta ancora…

Gino Paoli con Ornella Vanoni, suo grande amore (dalla pagina Fb Teatro Duse)
Di nuovo una franca espressione di desiderio: Poter vedere in una stanza buia/con gli occhi chiusi quello che vogliamo/poter sentire. vicino alla mia mano/i tuoi capelli sparsi sul cuscino… però “ambientata”, a proposito di destino, nel timore della possibile, universale tragedia denunciata a quel tempo dai pacifisti.
Come è noto Paoli ha fatto il pittore: espressionista per un verso e naif per l’altro. Un suo quadro mostra una gatta sul cielo notturno, col muso puntato verso una stella. La gatta, cioè la canzone che in un baleno lo portò al vertice delle classifiche e alla scelta definitiva di scrivere canzoni e cantare.

Tenco nel 1967 a Sanremo, dove si uccise dopo l'eliminazione (Wikimedia commons)
Quasi tutti quelli che sono riconosciuti in una tendenza negano di aver fatto parte di un movimento o di una scuola; accadde col neorealismo, ad esempio, e il “cinema novo” brasiliano. E accadde coi genovesi che nello stesso periodo ebbero successo nella musica leggera: Paoli, appunto, Bindi, Lauzi, Tenco, Reverberi e, più distaccato, Fabrizio De André. Erano soprattutto amici che vivevano nello stesso quartiere: La Foce di Genova, dilettanti e appassionati di jazz.
Tenco suonava il sassofono, e prima di trovare la propria strada aveva tentato con canzoni rock che Paoli definì sbagliate; quanto allo stesso Paoli, fu lui a dichiararsi, all’origine, un dilettante eclettico: «…ho cominciato a suonare la batteria facendo dei gruppi di jazz, poi ho suonato un po’ di tutto: la tromba, la chitarra, il pianoforte, ma sempre a livello dilettantistico e jazzistico nel vero senso della parola».

Paoli con Fabio Fazio e Renato Zero (cr. Elena Torre Wikimedia commons)
Si parla troppo delle donne che Paoli ha amato (se ne fa pettegolezzo, tanto per cambiare) e assai poco del suo tentativo di suicidio. Una volta disse di non sapere perché gli fosse venuta l’idea, un’altra che a un certo punto ebbe il desiderio di vedere com’è “dall’altra parte”. Quando si sparò quel colpo di pistola vicino al cuore non stava vivendo una crisi d’amore, anzi: «Avevo tre donne insieme, e successo, soldi, tutto ciò che volevo!».

Al Salone del libro di Torino nel 2009 (cr. Vito Vita Wikimedia commons)
“Anarchico individualista”, non nel senso che si definì come imputazione all’epoca della strage di Piazza Fontana, Paoli viene “facilmente” definito un poeta. Sì, fu poeta, ma in che modo? In un modo, credo io, inseparabile dai modi della canzone destinata a un largo pubblico. Vale a dire una poesia che mette assieme le convenzioni del testo sentimentale e le originalità d’autore. La sintesi di parole e musica crea la diversità, cioè lo stile. E Paoli, agli esordi, poi per tutta l’opera, si è distinto per il suo nitido e inconfondibile stile.
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