Kurtįg, il secolo di un umanista europeo
Kurtag si congratula con i musicisti dopo una esecuzione (cr. L. Szilagyi Wikimedia commons)
Il compositore ungherese ha compiuto 100 anni
Con questo articolo del musicologo Roberto Fabbi, iosonospartaco intende celebrare il secolo di vita di György Kurtág, uno dei massimi compositori europei contemporanei.
"La musica e il testo sono la stessa cosa." (György Kurtág)

Incisione discografica dell'opera di Kurtág eseguita a Salisburgo
Nel 1981 Kurtág compone Messaggi della defunta signorina R.V. Trussova per soprano e ensemble, sul ciclo di 21 poesie della poetessa Rimma Daloš. La prima poesia è la seguente:
Nello spazio
di una piazza di 6 metri per 4,
con la pressione di 6.000 atmosfere di solitudine,
con una temperatura di 400.000 gradi
a causa di un inattuale desiderio
un uomo congela
invero iperbolica nei dati incongrui e nel paradossale congelamento per incandescenza. In tanta esacerbazione, il messaggio della signorina ha il distacco della cronaca.

Kurtág durante una masterclass (cr. L. Szilágyi Wikimedia commons)
Musicalmente tutto si compie nel breve volgere di un centinaio di secondi, metà dei quali esaurisce la poesia quasi per intero. La seconda metà è sulle sole ultime tre parole: "desiderio" (frustrato: la voce collassa glissando); "uomo" (ripetuta con sussurri perplessi); "congela" (un guizzo sbrigativo che in realtà rimarca).

Kurtág con la cantante Judit Raik (cr. L. Szilágyi Wikimedia commons)
Cos'è successo? La musica ha dilatato nel tempo ciò che nel testo era un lesto finale e le tre parole, ora come ingrandite, esplorano la fisica-fisiologia fantastica di questa precisa e singolare paralisi d'amore. La musica ha anche stabilito un'opposizione fra le arcate sovraeccitate della voce e i frammenti/pulviscoli degli strumenti, rendendo tangibile lo scarto ironico fra ciò che è detto e ciò che è inteso. Tutto è stato condotto, dice Kurtág, in modo che "la più grande densità espressiva" sia ottenuta "con il minimo possibile di note".

Con il violoncellista Tamász Zétényi (cr. L. Szilágyi Wikimedia commons)
La musica insomma è stata formata col testo, in modo tanto ingegnoso quanto irripetibile. Schematismi e ripetizioni non hanno luogo nella musica di Kurtág, il quale la inventa totalmente ogni volta con la meticolosità del miniatore.
Vicende
A questa poetica del "meno è più" ha contribuito la vicenda personale dell'autore, le circostanze politiche e culturali che l'hanno condizionata.
Dopo i fatti di Budapest del 1956, l'Ungheria non era il posto ideale per la libera espressione. Se il governo limitava o censurava Schoenberg, Stravinskij e persino l'ultimo Bártok "americano", l'impermeabilità era assoluta rispetto alle avanguardie occidentali coeve (Stockhausen, Boulez, Nono). Mentre Ligeti sceglie l'esilio, Kurtág rimane in patria ma ottiene una residenza oltrecortina: a Parigi studia con Messiaen, a Colonia assiste a un concerto di Stockhausen.

Da sinistra Stravinskij, Bartók e Schoenberg (cr. Bain Collection, F. Homolka Wikimedia commons)
Beninteso, l'Ungheria è un paese musicalmente straordinario: la tradizione folklorica, l'altissimo livello della didattica sin dall'infanzia (avviato da Kodály), compositori, interpreti e accademie di prim'ordine, costituiscono un interconnesso habitat. Sicché non mancavano ragioni a Kurtág per restare a scrivere e insegnare all'Accademia Liszt di Budapest, negli anni Sessanta e Settanta. Intanto Luigi Nono gli recapitava musiche nuove, colà indisponibili.

Zoltán Kodály e Luigi Nono (cr. J. Evers anefo per Nono Wikimedia commons)
L'Ensemble Intercontemporain e Pierre Boulez nel 1981 gli commissionano proprio Trussova: è l'inizio della notorietà internazionale. Nel 1994 i Berliner e Claudio Abbado gli commissionano Stele, riuscendo a fendere la diffidenza di Kurtág per l'orchestra e per tutto ciò che è grande.
Raggiunta la pensione, nel 1987 si stabilisce in Germania, inizia sessantunenne una seconda vita.

Abbado dirige i Berliner Philarmoniker (dal sito Mezzo.tv)
"La mia lingua madre è Bartók, e quella di Bartók era Beethoven" (György Kurtág)
…ma a completamento del suo pantheon vanno quantomeno aggiunti Machault maestro di densità, Schumann maestro di ironia, Webern maestro di brevità, e gli stimatissimi colleghi già citati e destinatari di composizioni dedicate.

Schumann e Webern (Wikimedia commons)
Di pari rilievo sono i "suoi" scrittori: Daloš russa-ungherese che scrive in russo, Kafka ebreo ceco-boemo che scrive in tedesco, Beckett irlandese che scrive in francese – quest'ultimo sopra tutti, "diventato la mia Bibbia". Perché il suono delle lingue parlate è materia e persino obiettivo ideale della musica.
Nel 2018, a 92 anni, Kurtág doma la diffidenza per il grande che più grande non si può: l'opera, mai affrontata prima. Realizza Samuel Beckett: Fin de partie per il Teatro alla Scala e Milano Musica. Alex Ross ("The New Yorker") commenta: "Beckett has been waiting for Kurtág all this time" (Beckett ha aspettato Kurtag per tutto questo tempo).

Una scena da Fin de partie (dalla pagina Fb Teatro alla Scala)
Il piccolo che più piccolo non si può lo accompagna tutta la vita: i pezzi piccoli di poche note per piccoli pianisti e piccoli ascoltatori di Jatékók (Giochi), avviato nel 1973 e giunto nel 2021 al X volume non può non ricordare il Mikrokosmos di Bartók, ma l'intento è diverso: più che didattico esso cerca di catturare lo spirito infantile, la gioia del movimento, l'ardimento del gioco/suono. Mai fu innalzato un più grande monumento alla piccolezza.
Apologo
L'immagine pubblica di Kurtág è quella di un uomo schietto, schivo, esente da egocentrismi. Non ama le interviste, e nemmeno le commissioni. Non ha cercato il successo, questo ha trovato lui. Sempre al fianco di Márta Kinsker, moglie, complice artistica, finissima pianista e – letteralmente – giudice ultima di ogni sua nuova creazione.

Kurtág con la moglie Márta Kinsker (cr. L. Szilágyi Wikimedia commons)
Sono i segni dell'attitudine indipendente e altamente etica che molto pratica e nulla ostenta. L'opera, le difficoltà superate anche attraverso la guerra fredda, il tocco magico della complessa semplicità, tutto converge in una direzione: ignorare barriere – estetiche, geografiche, linguistiche – per attraversarle. Un secolo di un vero umanista europeo.
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