Lo so, non guardare Sanremo mi isola

Il teatro Ariston durante una passata edizione del Festival (cr. Zdravko Petrov Wikimedia commons)
Il parere di chi si è sottratto al festival
Scegliere per me è esaltazione della soggettività. Differentemente è imitare, adeguarsi, condividere, altro. Delle conseguenze delle proprie scelte talvolta si dovrà render conto a terzi, ma del fatto di averle compiute no.
Scegliere è atto individuale che non va confermato. Quindi io non devo dirvi che non ho guardato Sanremo per avere il vostro benestare. E so che da un sofisticato sito di amanti dell’arte vera un bel po’ di consenso lo avrei. L’ho fatto, oramai. Si può discutere al limite della conseguenza: ho compiuto oppure no un errore?
Meno socialità
Dipende da come mi rapporto con i membri singoli e collettivi della società nel corso della mia attualità. Con il caffè di domattina, Francesca, la barista del locale che frequento, mi chiederà di certo se sono d’accordo sulla vittoria di Olly. Non saprò cosa risponderle, perché quando mento mi sgama subito, e quindi subirò una menomazione di socialità.
Modugno vince nel 1958 con "Nel blu dipinto di blu" (cr. Wikimedia commons)
Quando facevo il direttore di una testata interregionale, un grande giornalista, collega molto più anziano, mi aveva costretto a scrivere ogni giorno 1.932 battute di editoriale. Se non le riceveva lui non iniziava a cenare… era il ricatto.
Credevo allora, e ne sono tuttora convinto, che la vera responsabilità sia quella di parlare al ventre molle dei lettori e quindi mi ponevo sempre l’obbligo di un linguaggio comune e di una conoscenza degli elementi di notizia più popolari. Allora guardavo Sanremo, non perché Sanremo è Sanremo, ma perché la trasmissione aveva esercitato la sua influenza su più della metà di coloro che si erano seduti la sera prima su un divano davanti alla televisione.
Il Papa e Conti
E ancora oggi è così. Diversamente il Santo Padre non affiderebbe il proprio messaggio di pace a Carlo Conti alla vigilia di un ricovero. E il presidente Mattarella ha avuto più solidarietà – compresa quella di Benigni – lì al Festival sull’attacco dei portavoce russi che al termine di tre notiziari in prime time. Anzi no, scusate, prima serata, per rispettare la vostra linea editoriale che aborre Albione.
Il mio pensiero credo sia chiaro. Non guardare Sanremo ci isola, ci allontana dalla vulgata. E noi ne dobbiamo essere consapevoli, perché non credo sia sostenibile in tempi di cultura degradata che una diversa scelta televisiva ci porti ad avere maggiori meriti o crediti. L’isolamento attenua i rumori attorno a noi. Dà spazio alla nostra riflessione.
Mike Bongiorno e Paolo Villaggio presentatori nel 1972 (cr. Wikimedia commons)
Mi verrebbe da pensare che quel ristretto numero di persone che costituiscono la minoranza intellettuale oggi – dopo l’esperienza delle clausure da Covid – quasi quasi l’isolamento da una società mediocre e nazionalpopolare lo stanno ancora cercando. Ma questo è un altro discorso; senz’altro non da fare in questo momento.
Né obbligo né diritto
E quindi arriviamo alla domanda postami per potermi fregiare dell’incarico di collaboratore di iosonospartaco – cosa di cui già mi vanto – circa il fatto che esista un diritto affermabile erga omnes di non guardare il Festival di Sanremo… La mia consapevolezza non è di aver esercitato un diritto non guardando il settantacinquesimo Festival. Aborro i diritti e i doveri che arrivano così al profondo della mia intimità. E vorrei non ce ne fossero.
Tuttavia il non aver guardato Sanremo ha comportato per me una sanzione: la riduzione di socialità. E ringrazio la signora Meri Lolini, critica letteraria, collaboratrice sul mio sito web di avere appena scritto l’articolo “Evviva il Festival di Sanremo”, con tre punti esclamativi, che mi ha dato le nozioni minime per poter rispondere alla domanda che iosonospartaco mi ha posto.
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