Quando il jazz batteva il razzismo

Miriam Makeba con Dizzy Gillespie (cr. Roland Godefroy Wikimedia commons)
La lotta dei musicisti sudafricani e il loro esilio
Il jazz in Sudafrica sin dagli anni Trenta è sempre stato una musica molto popolare, con una storia e una tradizione ricca e complessa.
Gruppi musicali, locali, incisioni, mischiavano la nuova musica che veniva dall’America con i suoni e i ritmi della tradizione sudafricana, producendo una versione originale della musica d’oltre oceano che si sviluppa quasi contemporaneamente con l’originale degli Stati Uniti.
Dollar Brand (Abdullah Ibrahim) a Oslo (cr. Tore Saetre Wikimedia commons)
E’ dagli anni Cinquanta che una nuova generazione di musicisti inizia un profondo rinnovamento del jazz, coinvolta dalle forme più radicali e libere che provenivano dagli States, visti come simbolo di libertà, non conoscendo ancora la situazione di discriminazione razziale in cui gli afroamericani erano costretti a vivere.
I primi musicisti a suonare jazz moderno sono il pianista Dollar Brand (che poi prenderà il nome di Abdullah Ibrahim) e il trombettista Hugh Masekela che fondano il più importante gruppo bebop dell’epoca, i The Jazz Epistles, presumibilmente ispirati ai Jazz Messanger di Art Blakey.
Miriam Makeba
Il momento più importante di questa fase è la produzione nel 1959 dello spettacolo King Kong, con un cast completamente nero, tra cui Miriam Makeba, Hugh Masekela, un musical anti-apartheid che, nonostante gli sforzi del Governo per impedirne la realizzazione, riuscì ad essere presentato all‘Università di Johannesburg, solo perché l’Università aveva una autonomia decisionale sul proprio territorio e ha potuto consentirne la produzione. Spettacolo di grande successo, che poi sarà rappresentato anche in Europa e questo permise a molti musicisti di ottenere passaporti e lasciare definitivamente il Paese, parte di quella diaspora su cui torneremo.
Hugh Masekela (cr. Jakob Crawfurd Wikimedia commons)
Politica e jazz, razzismo e liberà in Sudafrica nascono e si sviluppano intrecciati. Il musical King Kong mostra inoltre la tendenza del jazz sudafricano a mescolarsi con forme d’espressione artistiche più ampie, musicali e teatrali. Al suo lancio fu definito “Un’opera jazz tutta africana”.
Era dunque profondamente radicato il razzismo verso la popolazione di colore e tra i tanti divieti vi era anche la proibizione di suonare insieme per musicisti bianchi e neri.
In ogni caso nei locali dei quartieri più emarginati di Johannesburg e Cape Town, le jam session in clandestinità con musicisti di diversa provenienza resistevano, anche se spesso interrotte dall’arrivo della polizia, in particolare per la presenza non consentita di musicisti bianchi come Chris McGregor e successivamente Sean Bergin.
Concerti proibiti
Gli anni cinquanta del jazz sudafricano sono ricchi di fermenti e di ottimi musicisti che si scontrano con l’inasprirsi dell’apartheid. Nel 1960 viene emessa una disposizione che vieta l’aggregazione della gente di colore, crescono la violenza e la repressione, i concerti vengono proibiti e i locali chiusi uno dopo l’altro. Il jazz rappresentava tutto ciò che l’élite bianca razzista temeva e disprezzava: libertà di pensiero e convivenza tra le diverse culture. Per questo i più importanti musicisti del paese per continuare a suonare la propria musica sono costretti all’esilio.
La situazione peggiora ulteriormente ai primi anni Sessanta, proprio in un momento di grande successo del jazz nel Paese, quando il governo inizia a mostrare il suo volto più crudele e una pacifica manifestazione contro la politica dell’apartheid a Sharpeville viene repressa causando più di 70 morti, a cui segue l’arresto di Nelson Mandela che resterà in carcere fino al 1990.
Nelson Mandela con Bill Clinton nel 1993 (Public papers of the Presidents of Usa Wikimedia commons)
A questo punto ai musicisti sudafricani non restava che abbandonare il Paese. E’ quella che viene chiamata la grande diaspora sudafricana, verso gli Stati Uniti, e l’Europa.
Nei primi anni Sessanta Masekela e Dollar Brand si trasferiscono negli Stati Uniti, Chris McGregor insieme ai più giovani Dudu Pukwana e Johnny Dyani approdano a Londra.
In esilio
La prima a lasciare il Sudafrica è Miriam Makeba invitata nel 1959 alla Mostra del Cinema di Venezia per la presentazione del film anti-apartheid Come back Africa, di cui è protagonista, per poi proseguire per Londra dove incontra Harry Belafonte che l’aiuterà nella sua carriera internazionale. Nel 1960 è a New York quando riesce ad arrivare anche Masekela che diventerà poi suo marito. Inizia la grande popolarità della Makeba che incide The world of Miriam Makeba, debutta al Village Gate, nel 1963 è chiamata ad intervenire all’Onu contro l’apartheid per conto del popolo sudafricano e nel 1967 incide Pata il suo brano più famoso.
Anche Masekela raggiunge un buon successo fino a contendere nel 1968, con il suo brano Grazing in the Grass, il primato nelle classifiche Usa con Jamping Jack Flash dei Rolling Stones ed è inoltre invitato nel 1974 a Kinshasa in Congo a partecipare ai concerti che si tengono in occasione dell’incontro di pugilato George Foreman-Muhammed Alì.Il ghetto di Soweto, foto del 2010 (cr. Wikimedia commons)
Nel 1978 Masekela incide il brano Soweto Blues, dove denuncia il massacro degli studenti a Soweto, quartiere di Johannesburg, brano che sarà poi reso famoso dalla Makeba.
La diaspora dei musicisti sudafricani verso l’Europa presenta diverse caratteristiche. Dollar Brand, prima di approdare a New York, arriva in Europa nel 1963 quando suona per diversi mesi al Club Africa di Zurigo e dove incontra Duke Ellington, che rimane colpito dalla sua tecnica e dal suo stile, gli produce l’album Duke Ellington presents The Dollar Brand Trio e successivamente lo sostiene nella sua carriera.
Il Ronnie Scott's Jazz Club di Londra (cr. Wikimedia commons)
Il gruppo jazz più importante di quegli anni sono i Blue Notes fondati dal pianista bianco Chris McGregor nel 1961 insieme ad una nuova generazione di musicisti sudafricani, tra cui Dudu Pukwana, Mongezi Feza, Louis Moholo e Johnny Dyani. Successivamente i Blue Notes sono invitati nel 1964 al festival jazz di Antibes e colgono l’occasione per non ritornare in Sudafrica e trasferirsi a Zurigo, aiutati da Dollar Brand, e successivamente, invitati al Ronnie Scott's Jazz Club, si trasferiscono definitivamente a Londra, dove collaboreranno con i musicisti locali come pure con musicisti americani da tempo trasferiti a Londra come Steve Lacy, con il quale Moholo e Dyani collaborano al suo disco The forest and the zoo, insieme anche a Enrico Rava.
World music
I musicisti sudafricani sono accolti con grande interesse e passione dai jazzisti inglesi ed è al club Old Place che suonano regolarmente insieme e con loro Chris McGregor costituisce nel 1969 la Brotherhood of Breath riunendo tra gli altri Evan Parker, Mark Charing, Elton Dean, John Surman.
Da questi incontri, a Londra negli anni Sessanta e Settanta nasce una musica anticipatrice di quella che sarà chiamata la world-music, dove si fondono sonorità della tradizione sudafricana con le forme più innovative della musica improvvisata.
McGregor e Pukwana muoiono nel 1990 a pochi mesi di distanza e per ricordarli viene organizzata una orchestra, la Dedication Orchestra, per un concerto e un album tributo a cui partecipano molti amici, tra i quali Mike Westbrook, Keith Tippett, Sean Bergin, Evan Parker.
Louis Moholo partecipò alla Dedication Orchestra (cr. Andy Newcombe Wikimedia commons)
Louis Moholo è l’unico sopravvissuto del gruppo e negli anni Novanta porta nel mondo il suo Freedom Tour che viene documentato nel Cd Live in South Africa.
Questa vicenda ha coinvolto in diversi momenti l’Italia, in particolare Reggio Emilia che fin dagli anni Sessanta ha sostenuto le lotte di indipendenza e anti-apartheid del Sudafrica e degli altri paesi dell’Africa australe.
Miriam Makeba è stata in più occasioni ospite della città, Dollar Brand ha partecipato a diverse edizioni del festival Reggio Emilia Jazz, Hugh Masekela al Festival Jazz di Correggio e tutto il mondo jazz africano è a conoscenza delle iniziative di cooperazione e solidarietà con i loro Paesi.
Nel 1986 Paul Simon incide Graceland, in buona parte registrato in Sudafrica con musicisti locali, con una indiscutibile impronta politica, un prezioso e raffinato omaggio alle sofferenze del popolo sudafricano, coinvolgendo successivamente anche Miriam Makeba e Hugh Masekela nella sua tournée internazionale.
Sting partecipò al Birthday concert nel 1988 (cr. ralph_PH Wikimedia commons)
Negli anni Ottanta cresce la mobilitazione internazionale contro il regime razzista sudafricano che ha il suo apice nella mobilitazione del mondo musicale con il Birthday Concert nel 1988 in occasione dei settant’anni di Nelson Mandela, con oltre dieci ore di spettacolo allo stadio Wembley di Londra a cui partecipano tra gli altri Sting, Joe Cocker, Jackson Brown, Simple Mind, Peter Gabriel e in rappresentanza dei musicisti sudafricani Miriam Makeba e Hugh Masekela.
Con la fine dell’apartheid e la liberazione di Nelson Mandela nel 1990 i musicisti ritornano per alcuni periodi a suonare e a incidere in Sudafrica, senza però interrompere i legami con i paesi che li hanno ospitati dando loro la possibilità di continuare il lavoro di musicisti.
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