Una Turandot di jazz, rabbia e religione

Una Turandot di jazz, rabbia e religione

Maria Callas in costume di scena per Turandot (dalla pagina Fb Liricallas opera)

I 100 anni dell’opera di Puccini

L'articolo di ieri del direttore Andrea Mastrangelo ha dato lo spunto per nuove riflessioni sui 100 anni dalla prima esecuzione di Turandot. Oggi pubblichiamo le considerazioni, decisamente fuori dai canoni della musicologia ufficiale, della giornalista genovese Elena Nieddu.

Il mio compito è stato quello di scavare ai lati.
E chi scava trova sempre qualcosa: pietre preziose o bottiglie di plastica.
In Turandot, ultima opera di Giacomo Puccini, andata in scena il 25 aprile 1926, ho trovato: jazz, rabbia, religione.
Chiamatele follie, o variazioni sul tema.
Non so se piacerebbero al Maestro; speriamo che piacciano a voi. 

Jazz

Il jazz aleggia nelle note di Turandot come, nel libretto, la psicoanalisi: molti musicisti se ne sono accorti e hanno proposto la loro versione di questo binomio. Non si tratta soltanto di una moda: il legame fra Puccini e quel modo indiavolato di fare musica, giunto via Oceano dall’America, è reale e ha una ragione storica. Viareggio era uno snodo importante del traffico di idee che, negli anni Venti del Novecento, innervava l’Europa.


Il manifesto della prima rappresentazione di Turandot alla Scala, 25 aprile 1926

Era il 1923 quando il Kursaal ospitava l’Imperial Jazz Band di Amedeo Escobar, una delle prime orchestre a portare in giro per l’Italia accordi arditi e improvvisazione: magie sonore che affascinarono, fra tanti, anche Giacomo Puccini.
Lo scrive Adriano Mazzoletti nel primo volume di Il jazz in Italia; a pagina 78 lo stesso Escobar racconta di come il Maestro gli chiedesse, al termine dei concerti, di buttar giù sul pentagramma «quel giochetto fatto con la tromba» o «quel finale che ha fatto il banjo». «Tutti quei pezzetti di carta», dice Escobar «lui se li metteva in saccoccia e se li portava a casa».


Il Kursaal di Viareggio (dalla pagina Fb Katia Cirrincione)

Ora, sarà un volo di fantasia, ma a me piace immaginare il Maestro entrare al Kursaal e lasciare che due camerieri lo liberino del cappotto. Lo vedo attraversare la sala, accomodarsi a un tavolino di marmo, chiedere un liquore e poi sorseggiarlo in attesa della musica, dopo aver acceso un sigaro. Lo osservo prendere appunti su un taccuino: note scribacchiate su fogli sporchi di caffè, dimenticate nella tasca di un cappotto, ritrovate per caso e resuscitate, mesi dopo, sui tasti lisci di uno Steinway a coda.


Giacomo Puccini al pianoforte (dalla pagina Fb Puccini museum)

Puccini era un uomo curioso, affascinato dalle novità; il jazz lo ha stregato e lui lo ha intrappolato nelle sue ultime note. Avrà visto in quella follia una nuova era della musica? Se fosse vissuto ancora avrebbe scritto, come dice Escobar, un’opera lirica, utilizzando le idee ascoltate al Kursaal? Gli uomini e le donne del futuro possono provare a rispondere. Del resto, Turandot è l’opera delle domande.

Rabbia

L’architrave di Turandot è la rabbia, l’emozione che dà colore all’anima della protagonista. La rabbia è il castello di gelo interiore che impedisce a una donna potente l’unica vera gioia della vita, quella di amare ed essere amata, e la trasforma nella prima vittima di sé stessa.
Ecco un enigma ben più difficile di quelli proposti a Calaf: lo stesso Puccini non riesce a risolverlo. Per trovare un finale coerente, il maestro avrebbe dovuto spingere il racconto fino alle cantine dell’anima e scavare da lì una via d’uscita. Forse la psicoanalisi, che in quel tempo era già matura, avrebbe potuto essergli d’aiuto.


Il manifesto di una Turandot allestita nel 2010 in Polonia

Oggi, dopo cento anni, possiamo dare alla storia una lettura nuova.
Turandot prova rabbia perché è una vittima o, meglio, perché ha ereditato il marchio di una violenza subìta: spargendo morte, la principessa di gelo cerca di gestire il dolore che da essa deriva.



Il manifesto di una Turandot in Spagna per la regia di Wilson

Quale patina di sporcizia lascia sull’anima la violenza? Può il dolore portare un essere umano al rifiuto della vita? Ha ragione Christa Wolf, quando in Cassandra scrive che «alcuni erano predisposti a essere vittime non solo da cause esterne, ma anche dalla propria natura»? Basta l’amore a curare il dolore e a forgiare una persona nuova? Ancora una volta, Turandot ci fa un dono prezioso: quello delle domande.

Religione

Se Giacomo Puccini fosse o meno un uomo religioso è una questione dibattuta. Da una parte, c’è chi estrapola dai suoi scritti privati certe espressioni blasfeme; dall’altra, chi ricorda i sacramenti ricevuti nell’ultima notte a Bruxelles, dove morì il 29 novembre 1924. La fede è, per tutti, una questione privata. Che cosa il Maestro abbia pensato prima di chiudere gli occhi è impossibile dirlo. Sappiamo, invece, che nella città belga, dove era andato per farsi curare un cancro alla gola, Puccini aveva portato gli appunti di Turandot e sperava di scriverne il sospirato finale.


Manifesto per una Turandot prodotta a Chicago

Ma c’è di più. È Giuseppe Adami, librettista dell’opera assieme a Renato Simoni, a raccontare in una lettera di come il compositore avesse esalato l’ultimo respiro “abbracciato” alla partitura, «insieme alla sua ultima creatura, la piccola Liù, con un canto sommesso e commosso di dolcezza, di bontà, di poesia».


La copertina di un libro dedicato a Turandot 

Puccini, è noto, era un perfezionista. Dunque, possiamo solo immaginare il dolore che provò nel lasciare incompiuta l’opera in cui aveva messo, così scrive a Simoni, «tutta l’anima». L’abbandono di Puccini ha il sapore della resa a una forza superiore; il volto della creatura che, dopo aver lottato con tutte le forze, arriva al proprio limite.


Arturo Toscanini diresse la prima di Turandot nel 1926

Sono d’accordo solo in parte con Arturo Toscanini, che dirigendo l’opera per la prima volta disse: «La morte in questo caso è stata più forte dell’arte». La morte, sì, è stata più forte: ma solo nel consegnare a una mente preziosa un messaggio che non spetta a noi decifrare.

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