I simboli religiosi divenuti politica

I simboli religiosi divenuti politica

Giovanni Paolo II a Varsavia, 1979 (dalla pagina Fb Azione cattolica Vigevano)

Gerusalemme, Tibet, Vietnam, Polonia: segni nella storia

Nel Medio Oriente in cerca di pace, il Patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, incarna un’autorità morale che trascende il ruolo religioso. “Creato e pubblicato” cardinale alla vigilia del massacro del 7 ottobre e della nuova Striscia di sangue a Gaza, il prelato in questi ultimi anni non si è limitato a parlare della Terra Santa, ma ha agito dalla Terra Santa, organizzando una rete di sostegno ai cristiani di Gaza e della Cisgiordania e, tramite loro, a tutta la popolazione fiaccata dalla guerra, mantenendo fermezza contro l'estremismo teologico nella regione.
 Pizzaballa (secondo da sinistra in prima fila) con il presidente israeliano Rivlin e i leader delle comunità cristiane, 2017 (cr. M. Neyman Wikimedia commons)
 
L’eco internazionale di Pizzaballa si è udita nel giorno della Domenica delle Palme: l’iniziale decisione delle autorità israeliane di impedire al cardinale l’accesso al Santo Sepolcro per motivi securitari, ha prima suscitato una forte reazione della comunità internazionale, salvo poi essere chiarita dalle parti in causa. Appena dopo l'incidente, il manto rosso del cardinale ha occupato la scena presso il santuario del Dominus Flevit, sul monte degli Ulivi, stagliandosi contro la dorata Cupola della Roccia, in un momento di preghiera durante il quale la supplica del pastore si è ancora una volta intrecciata al destino politico di un’intera regione.

La chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme (Wikimedia commons) 

Nella storia, fede e relazioni internazionali si sono spesso influenzate a vicenda, plasmando identità nazionali, alleanze e conflitti. Guide spirituali e figure religiose si sono rese protagoniste di atti dal profondo significato politico: oltre alla vicenda dell’attuale Patriarca di Gerusalemme, tre esempi della guerra fredda mostrano come il corpo e l'azione di un leader spirituale possano diventare, da soli, un messaggio politico influente quanto le scelte delle cancellerie internazionali.

Il Dalai Lama in India (Wikimedia commons)  

Tenzin Gyatso, XIV e attuale Dalai Lama, il 17 marzo del 1959 lasciò il Palazzo di Norbulingka, a Lhasa, capitale del Tibet, per intraprendere la strada dell’esilio. Nove anni prima, Mao Zedong aveva invaso il paese per ragioni strategiche: voleva che ai confini occidentali del suo paese vi fossero le invalicabili montagne dell'Himalaya anziché l'aperto altopiano tibetano. Per lo stesso motivo i Qing, l'ultima dinastia imperiale cinese, avevano mantenuto il controllo - anche se non il governo diretto - del Tibet, dal XVII secolo fino alla loro caduta nel 1911.


L'immagine di Mao sulle mura della città proibita (cr. Duc 1963 Wikimedia commons) 

Il Tibet, dal 1965 regione di Pechino con il nome di Xizang, funziona, grazie ai suoi ghiacciai, come rubinetto d’Asia, alimentando fiumi fondamentali per la vita di miliardi di persone come l’Indo, il Gange e il Brahmaputra: la Cina oggi, attraverso la costruzione di imponenti sistemi di dighe, detiene un interruttore idrico capace di condizionare l'economia di intere nazioni vicine.  

Ritratto fotogratico del Dalai Lama (cr. Lonyi Wikimedia commons) 

Settantasette anni fa, la fuga del Dalai Lama e il successivo stanziamento nell’Himachal Pradesh, nell’India del Nord, non furono solo atti di sopravvivenza, ma decretarono la trasformazione di una figura teocratica locale dai tratti feudali in un simbolo globale di resistenza non violenta. Dopo la vittoria del Nobel per la Pace nel 1989, il Dalai Lama ha rinunciato al potere temporale nel 2011 mantenendo il ruolo di massima guida spirituale dei tibetani in esilio.

Ngo Dinh Diem a Washington con il presidente Eisenhower (cr. Depart. of Defense Wikimedia commons) 

Nel maggio del 1963, il governo di Ngo Dinh Diem, artificialmente tenuto in vita da Washington, decise di vietare qualsiasi bandiera alternativa a quella dello Stato del Vietnam del Sud: ciò provocò una forte reazione della comunità buddhista, privata della possibilità di esporre il proprio vessillo multicolore in occasione delle celebrazioni per il compleanno di Buddha. Le pagode furono occupate dall’esercito e diversi monaci, a partire dal Thich (reverendo) Quang Duc, si diedero fuoco nelle strade di Saigon. Le fiamme delle immolazioni fecero il giro del mondo e in Vietnam, dove l’80% degli abitanti era di fede buddhista, scoppiarono le proteste: Diem, cattolico accusato di persecuzione religiosa, ormai privo di qualsiasi sostegno popolare, fu ucciso cinque mesi dopo.

Attentato del 1981, Giovanni Paolo II ferito (Wikimedia commons) 

Quando Giovanni Paolo II arrivò a Varsavia nel giugno del 1979, a Mosca il bruciore di stomaco doveva essere forte. La prima visita da Papa nella sua terra natale è stata descritta come l’inizio della fine dell’Unione Sovietica: al di là delle esagerazioni, è indubbio che Wojtyla rappresentò una manna politica per i dissidenti della cortina di ferro. Al suo arrivo, il Papa si inginocchiò per baciare il suolo polacco: il gesto, presto diventato una firma, se considerato insieme all’enfatica predicazione per cui “aprire le porte a Cristo” significava anche “liberarsi dai vincoli degli stati, aprire i sistemi economici e politici, i campi della cultura, della civilizzazione e dello sviluppo”, andava a comporre un’iconografia della libertà politicamente e mediaticamente forte.

Panorama di Gerusalemme (cr. Soluvo Wikimedia commons) 

Lungo il confine himalayano, in una strada di Saigon, a Varsavia o sul Monte degli Ulivi, il corpo e le azioni di una guida religiosa hanno dunque assunto un significato ben più ampio della sola astrazione teologica, infilandosi nei conflitti, funzionando come forze politiche propulsive e utilizzando i riti, a volte estremi, come messaggi rivolti al mondo: come sempre nella storia dell’uomo, la spirito è uscito dal tempio.  

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