Cosė abbiamo ucciso il vaiolo

"Jenner vaccina un bambino" di E.E. Hillemaker coll.Wellcome Londra (cr. Wikimedia commons)
Ramses V prima vittima, un cuoco l’ultimo malato
Molti di noi hanno una cicatrice. Una cicatrice sul braccio, forse anche una cicatrice sull’anima se il pediatra, oltre a essere un omone di due metri e avere una voce da Scarpia, non ebbe uno sguardo suadente e amichevole.
Molti di noi sono quelli della vaccinazione contro il virus del vaiolo, sospesa, per essere poi abolita, nel 1977.
Il nobile defunto
Il vaiolo: uno spettro che si aggirava per il mondo da almeno tremila anni. Re Ramses V d’Egitto morì certamente di questa malattia come hanno dimostrato le analisi sulle numerosissime pustole visibili ancora oggi sulla pelle della sua mummia.
La tomba del faraone Ramses V (cr. Diego Delso Wikimedia commons)
Del primo ammalato di vaiolo (conosciuto) sappiamo quindi il nome. Ma sappiamo il nome anche dell’ultimo, basta andare dal Cairo verso sud e far scorrere sulla pelle tremila anni e tremila chilometri per trovare a Marka, città somala sulle rive dell’Oceano Indiano, la tomba di Ali Maow Maalin che cessò di vivere nel 2013 ma non a causa del vaiolo, da cui era guarito nel 1977. Maalin cuoco dell’ospedale cittadino, fu incaricato di trasportare in auto verso un campo di isolamento alcuni bambini e bambine di un villaggio nomade nel quale si era sviluppata un’epidemia. Una delle bambine, Habiba Nur Ali di 6 anni, dopo due giorni morì. Più tardi anche anche Maalin cominciò a stare male e a sviluppare le temibili pustole ma superò indenne la malattia per poi impegnarsi fino alla morte nella lotta alla poliomielite alle dipendenze dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Il generoso cuoco
L’epidemia del villaggio somalo era stato l’ultimo colpo di coda del virus, messo in ginocchio dal programma di eradicazione globale dell’OMS e relegato dal 1975 al cosiddetto Corno d’Africa, e fu l’ultima impegnata fase del programma stesso con una intensa campagna vaccinale e di contenimento dei casi al termine della quale l’ufficio di Nairobi dell’OMS telegrafò alla sede centrale di Ginevra “Ricerca completata. Nessun caso rilevato. Ali Maow Maalin è l’ultimo caso di vaiolo al mondo”.
Ali Maow Maalin, ultimo malato di vaiolo (cr. Who Edna Adan Ismail)
L’eradicazione del vaiolo, malattia che si stima abbia causato nella prima parte del XX secolo almeno 500 milioni di morti, è la prima delle grandi conquiste dell’OMS. Dopo una prima proposta del Ministro della Salute sovietico nel 1958, il programma fu finalmente avviato il 1 gennaio 1967, sulla base di alcune circostanze favorevoli: la vaccinazione su larga scala aveva portato alla scomparsa della malattia dalla maggior parte dei paesi del mondo anche se restava endemica in alcune aree densamente popolate del Sud America, dell’Africa e dell’Asia, causando ancora due milioni di morti ogni anno; era disponibile un vaccino molto più stabile e trasportabile; furono messi a disposizione da parte di USA e URSS (in piena guerra fredda) due milioni e mezzo di dollari all’anno per la produzione dei vaccini direttamente nei paesi a rischio; l’aver compreso che la lotta alla malattia non poteva basarsi solo sulla vaccinazione ma anche sulle strategie di sorveglianza e contenimento.
Nel 1979 dopo capillari controlli sanitari in tutto il mondo l’OMS annunciò la definitiva scomparsa del vaiolo definendo l’esito del programma come “un trionfo dell’organizzazione sanitaria, non della medicina”. La lotta contro le malattie diffusive (polio, morbillo, epatite C) continua e impegna ancora fortemente l’Organizzazione che si pone come obiettivo “dare a tutti pari possibilità di una vita sicura e sana”.
Oggi le riserve del virus, dopo alcuni spiacevoli episodi di contaminazione (uno mortale), sono state limitate a due piccolissimi contenitori affidati a due importanti centri di ricerca di Atlanta (Georgia) e di Kol’covo (Siberia). L’OMS, con il supporto della comunità scientifica, ne ha decretato più volte la distruzione.
Ma questa, forse, è davvero un’altra storia.
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