I numeri hanno un significato
Numeri tracciati su un pavimento (cr. Hakan Dahlstrom Wikimedia commons)
La matematica non c’entra, è un fatto di tradizione
Per ragioni dettate da pura curiosità e non da obblighi accademici, le parole sono sempre state argomento di personale interesse. Partendo quindi da una semplice ma utile definizione che ci ricorda come i lemmi sono le unità presenti in un dizionario mentre le parole sono tutte le forme che questi assumono (per capirci: scrivere è lemma, scriviamo, scrisse, scriveranno sono parole) capiamo come la quantità di parole nella nostra lingua è davvero grande. Un verbo da solo può essere flesso in oltre 90 diverse parole. 
Raccolta di dizionari (cr. Sailko Wikimedia commons)
Considerando anche i lemmi alterati (porticina, libraccio…) il numero di parole a nostra disposizione supera ad oggi i 2.000.000 con un dizionario di base di circa 150.000. Il patrimonio comunemente in uso si aggira però attorno alle sei-settemila parole. Ora, poiché anche il nome di un numero è un lemma, possiamo iperbolicamente affermare che come i numeri (cardinali) anche le parole sono quindi infinite.

Dizionari e enciclopedie (cr. B. Mucke Wikimedia commons)
Però alcuni numeri sono presenti sul dizionario. Altri no, ma dovrebbero esserci a mio avviso (in dizionari aggiornati iniziano ad esserlo), per il significato che evocano oltre a quello loro originario. Facciamo qualche esempio per capirci, e per condividere dalla nostra cultura o esperienza.
Sequenza di zeri (cr. garfieldairlines Wikimedia commons)
Zero e uno: essere uno zero vuol dire non valere per niente, al contrario di essere o ambire a diventare il numero uno, per dire. Una curiosità sullo zero: è l’unico che è sostantivo e si comporta come tale e al plurale diventa zeri. La storia dello zero meriterebbe una trattazione a sé e ci basta ricordare che nella numerazione romana non esiste sia come simbolo sia come concetto. Il nulla apparteneva alla filosofia ma non alla matematica. Farà la sua comparsa solo con l’uso dei numeri arabi.
Per molti altri numeri il loro nome ha un significato che va oltre la matematica, per diventare dei simboli per il presente o a ricordo di concetti e, a volte, di oggetti.

Foto deteriorata di una parte dei Mille (cr. N. Bixio Wilimedia commons)
Andando un po’ a caso se uso gli anni, le date: i Mille (di Garibaldi), ma anche l’anno Mille (l’anno milleuno non ha lo stesso rimando); il quarantotto (farlo vuol dire confusione, dai moti del 1848); il cinquantasei (i fatti d’Ungheria che furono uno spartiacque nel pensiero progressista europeo); i protagonisti e i figli del sessantotto (non aggiungo altro); il settantasette; il quindici-diciotto. Insomma il numero che indica un anno (e a volte una data precisa) diventa simbolo che racchiude storia, storie, idee: otto marzo, venticinque aprile, primo maggio, l’undici settembre.

1956, carri armati a Budapest (cr. J. Metzger Wikimedia commons)
Ma per altri numeri, il loro lemma presente in articoli e saggi di costume, ha tutto un altro uso. Da giovani andavamo tutti in cinquecento o in centoventisei. Si viaggiava persino oltre ai cento. Messner ci appassionava con le avventure su tutti gli ottomila. Nelle case arriva la due-venti (220) mentre in cantiere la tre-ottanta (380).

Reinhold Messner nel 1985 (cr. J. Kunnap Wikimedia commons)
In questo paradigma non può non mancare la smorfia e il rimando alla cultura popolare che attribuisce ad ogni numero del tabellone un suo significato o proprietà: dalla paura che fa novanta alle gambe secche delle donne col settantasette. Poi le ambivalenze o le bi(tri)valenze: il tredici che secondo alcuni è meglio evitare, ma, se fatto, un bel tredici portava fortune, cioè danaro; il trentatré gli anni di Cristo che si dicono anche al medico su sua richiesta quando ti visitava appoggiando l’orecchio e le mani sulla schiena.

113, il numero sulle auto della polizia (cr. sv1ambo Wikimedia commons)
C’è poi un uso sostantivato dei numeri che vengono in questo caso scritti in cifre. I numeri che richiamano per consuetudine o esperienza qualcos’altro. In questo caso il numero che per genere è sempre maschile singolare (il tre, il dieci), qui diventa anche femminile o plurale. Infatti diciamo o scriviamo: è intervenuto il 113 ed hanno chiamato il 118, si è rifatto la casa col 110, porta la 42, una 38 nella tasca, la 00 in dispensa, dopo il pasto preferisce un bicchierino della grappa 907 barricata, rincasa col 9 in orario, l’appuntamento per il 730 e potremmo fare ancora molti altri esempi, partendo dalla necessaria difesa della 194. Per chi come me ha una certa età, molte curiosità o domande erano soddisfatte consultando “I quindici”.

L'enciclopedia per ragazzi "I quindici" (cr. Seghene Wikimedia commons)
Ci sono casi in cui il numero, che conta qualche cosa, in compagnia diventa un’altra cosa. Ventiquattro ore sono un giorno, ma una ventiquattrore è una piccola valigia. Il due di picche non è solo il numero e seme di una carta da gioco che si pesca, ma anche un rifiuto più o meno secco ai propri inviti o avance. Il settebello da carta fortunata a treno ultraveloce di un’Italia in continua crescita. Dialogando a quattrocchi ci si capisce meglio. Magari facendo due passi.

Una porzione di millefoglie (cr. Miya Wikimedia commons)
L’uso del numero per spiegare o identificare e nominare qualcosa è assai ricco, come si vede, nella nostra lingua parlata e scritta. Contare i piedi del millepiedi è complicato, ma sicuramente non sono mille gli strati del dolce millefoglie. E poco so che fine fa l’otto per mille. Non so quanti siano gli zerozerosette italiani, ma non vorrei mai trovarmi all’ultima spiaggia. In ogni caso, la risposta fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, è 42, come scrive Adams nella sua guida galattica per autostoppisti.
Tredici, numero a rischio ma fortunato se realizzato al Totocalcio (cr. Sisal Wikimedia commons)
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