Il tradimento dell'infanzia

Il tradimento dell'infanzia

Le dita di un bambino su un telefono cellulare (cr. Oyvind Holmstad Wikimedia commons)

Le tecnologie, l’ascolto dei piccoli, l’immaginazione perduta

Una nonna preoccupata parla di una nipote che ha ricevuto in dono dalla madre a cinque anni un cellulare.  Per molte ore la bambina che oggi ha sette anni chatta, si fa selfie in cui appare maliziosa e conturbante, tale da sembrare una ragazza di quindici anni.

In diversi paesi stanno considerando, o hanno già realizzato, restrizioni sull’uso del cellulare per i minori di quindici anni: la Francia, l’Australia, la Spagna, la Norvegia e la Grecia. In Italia è in corso una petizione per vietare l’uso dello smarphone ai minori di quattordici anni e i social media ai minori di sedici anni.


Neonato alle prese con il cellulare (cr. futurestreet Wikimedia commons)

A parte la pericolosità, discussa da molto tempo, chi è in grado di ascoltare ciò che pensano i bambini che sanno intervenire su tutto, sulla vita, la morte, la natura, quello che si vede e non si vede? Il lavoro degli adulti, quando c’è, è pesante; un cellulare o un tablet in mano a un bambino in treno, al ristorante, in casa è un modo per non sentirlo, narcotizzato e silenzioso. Eppure i bambini sperimentano il mondo in lungo e in largo. Senza tralasciare nulla, anche ciò che non si vede, quella dimensione che viene definita trascendenza.


In Brasile una bambina si aiuta con la bicicletta per usare il telefono (Ana_Cotta Wikimedia commons)

Ascoltare e cogliere nella loro pienezza le narrazioni infantili significa prima di tutto mettere da parte la griglia interpretativa degli adulti. Solo a questa condizione si scopre quanto la metafisica dei bambini sia ricercata, talvolta ingenua e casereccia, talvolta profonda e affascinante e quanto contenga della loro sensibilità individuale in formazione.

Chi ha voglia di perdere tempo per ascoltarli? Già a quattro o cinque anni ad esempio i bambini si interrogano sul significato della vita e della morte.


Bambina mascherata per la festa dei morti a Città del Messico (cr. Ericamorartefoto Wikimedia commons)

“A me non piace morire e non vedere più mio papà, la mia mamma, i miei fratelli, se però morirei vorrei che tutti fossimo insieme di nuovo. Morire vuole dire perdere la vita. Non è bello pensarci, sembra un film dell’orrore. La morte me la immagino sofferente che uno si mette a piangere e urla.  Quando si muore, l’anima si toglie e va tutta diritta in su e poi a un certo punto incontra un angelo che gli dà la mano. L’anima è trasparente e porta il vestito di quando uno muore. L’anima va se ci credi; se non ci credi il corpo resta per sempre nella tomba e poi diventa un osso. Io prego di non fare morire prima la mia famiglia di me, se no sarebbe un dolore troppo sofferente.”


Autoscatto per una famiglia (cr. O. Vahabzadeh Wikimedia commons)

I bambini interpretano il cellulare come l’altro da sé che non ascolta, così tengono dentro un patrimonio di pensieri e non si sa che direzione prenderà. I bambini diventano poi ragazzi e ragazze rinchiusi in sé stessi come in scatole vuote. Noi adulti ci interroghiamo spesso su queste mancanze, ma siamo privi di forza per cambiare, ci adeguiamo a una realtà che sta evolvendosi in fretta.

“La mia casa è come una scatola, dentro è piena di tesori. Se io tolgo il coperchio e guardo in su, mi immagino un tetto di cielo e nuvole. Secondo te, dentro alle nuvole ci sono degli esseri?

Dice un altro bambino “In cielo io mi perderei, perché là non ci sono i nomi delle strade e l’occhio allora non si ferma mai.”


Nuvole sulla campagna (cr. Nicholas A. Tonelli Wikimedia commons)

Il cellulare è un maestro che non permette di porsi con semplicità di fronte ai fenomeni, come un ottimo metodo per costruire una conoscenza che coinvolge la totalità dell’io. Viene in mente al proposito la preghiera degli indiani Yokut: Le mie parole sono intrecciate/ con gli alti monti/con le alte rocce/ con gli alberi/ intrecciate a te con il mio corpo/ e il mio cuore.../ e tu giorno/ e tu notte, /guardatemi, tutti, / io formo un tutt’uno con questa terra.


Giovani donne Yokut producono ceste intrecciando fibre (cr. George W. James Wikimedia commons)

Se il compito primario di chi sta vicino ai bambini è quello di far sì che le loro menti possano spiccare il volo, perché delegare a uno strumento tecnologico tale compito?

Non so che cosa c’è al di là, perché nessuno me lo ha mai detto, ma al di là di che cosa? Della mia casa? Del mare? Del cielo?”.


Miki Yoshihito, "Mia figlia" (Wikimedia commons)

Sono convinta che le nuove tecnologie offrano opportunità mai prima sperimentate e che il cervello umano modifichi le sinapsi in direzioni altre. Forse occorre fare un passo indietro per non perdere la forza dell’immaginazione, facoltà indispensabile per comprendere la realtà: se l’interno contagia l’esterno e viceversa, allora il cielo non è là, fuori, ma dentro le emozioni e i desideri. Se ciò che si immagina essere oltre il cielo entra a fare parte dei pensieri di ogni giorno, come possiamo rinchiudere la mente e il cuore dei bambini dentro una scatola tecnologica fredda e disumana?

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