La psicologia non ha risposte facili
Sfera di luce e un bambino (cr. Vyacheslav Argenter Wikimedia commons)
La morte di Maria Rita Parsi e il ruolo nel dibattito pubblico
La morte di Maria Rita Parsi, avvenuta alcune settimane fa, ha riportato l’attenzione su una figura che per molti anni è stata tra le più visibili della psicologia italiana nello spazio pubblico. Confesso che non era una presenza che avevo seguito con particolare attenzione nella mia formazione clinica. Eppure la notizia della sua scomparsa mi ha spinto a interrogarmi su una domanda che riguarda da vicino chi oggi lavora nella psicoterapia dell’infanzia e dell’adolescenza: che cosa succede quando il linguaggio della psicologia esce dalla stanza di terapia ed entra nel discorso pubblico?
La psicologa Maria Rita Parsi (dalla pagina Fb Poeti e poesia)
Per decenni Parsi è stata una presenza costante nel dibattito culturale e mediatico. Psicoterapeuta, psicopedagogista, autrice prolifica e impegnata anche in ambito istituzionale, ha contribuito a portare nel discorso sociale temi che per molto tempo erano rimasti confinati negli ambiti specialistici: la sofferenza dei bambini, la violenza sui minori, il trauma, la responsabilità degli adulti nei confronti dello sviluppo emotivo dei figli.
Il pubblico
Questo ruolo di traduzione della psicologia verso il grande pubblico rappresenta forse uno degli aspetti più significativi della sua figura. La psicoterapia dell’età evolutiva, infatti, vive da sempre dentro una tensione: da una parte il lavoro clinico, discreto e protetto, che si svolge nello spazio riservato dell’incontro terapeutico; dall’altra la necessità di far esistere nel discorso sociale ciò che accade ai bambini quando gli adulti non riescono a proteggerli, comprenderli o ascoltarli.
Maria Rita Parsi (dalla pagina Fb Le più affascinanti di Milano)
In questo senso Parsi ha incarnato una stagione della psicologia italiana in cui molti professionisti hanno sentito il bisogno di uscire dai confini della clinica per partecipare al dibattito culturale sull’infanzia. La sua presenza pubblica ha contribuito a diffondere un linguaggio che riconosceva i bisogni emotivi dei bambini e richiamava gli adulti a una responsabilità educativa e affettiva più consapevole.
L'icona di una seduta di psicoterapia (cr. Luis Pardo Wikimedia commons)
Allo stesso tempo, l’ingresso della psicologia nello spazio mediatico porta con sé un problema che oggi appare sempre più evidente: la semplificazione. I concetti clinici nascono per descrivere processi complessi, stratificati, spesso contraddittori. Quando entrano nel linguaggio della comunicazione pubblica rischiano invece di trasformarsi in etichette rapide, in spiegazioni apparentemente chiare, talvolta persino in giudizi morali. È il paradosso della psicologia mediatica: più un concetto circola nello spazio pubblico, più rischia di perdere la complessità da cui proviene.
Nel bosco
Un esempio recente è il modo in cui i media stanno raccontando il caso della cosiddetta famiglia nel bosco, una vicenda familiare estremamente complessa che in pochi giorni è diventata oggetto di una narrazione pubblica ricca di interpretazioni psicologiche, ipotesi diagnostiche e ricostruzioni semplificate. In televisione, sui giornali e sui social si moltiplicano letture che utilizzano categorie come trauma, manipolazione, abuso o disturbo come se fossero strumenti immediatamente applicabili a distanza.
La famiglia nel bosco (da Instagram Diego_dibonavenura)
Chi lavora quotidianamente con bambini e famiglie sa quanto queste categorie richiedano invece tempo, cautela e contesto. La clinica procede per ipotesi, revisioni, dubbi. Le storie familiari raramente si prestano a letture lineari. Il lavoro terapeutico è fatto di ascolto lento, di significati che emergono gradualmente e che spesso rimangono ambivalenti.
Bambino di fronte a una piscina (cr. Hogne Wikimedia commons)
La logica mediatica segue invece un ritmo opposto: richiede interpretazioni rapide, posizioni chiare, spiegazioni comprensibili in pochi minuti. In questo passaggio il rischio della disinformazione diventa concreto. Non perché i media parlino di psicologia – cosa che anzi può essere preziosa – ma perché lo fanno spesso utilizzando categorie cliniche come se fossero strumenti di lettura immediati e universali.
Il metodo
Il punto non è stabilire se la psicologia debba o meno entrare nel discorso pubblico. Al contrario: i temi che riguardano l’infanzia, la sofferenza psichica e le relazioni familiari hanno inevitabilmente una dimensione sociale e politica. Non possono restare confinati negli studi professionali. La questione è piuttosto come farlo.
Baby yoga (cr. Vyacheslav Argenberg Wikimedia commons)
Come parlare di psicologia senza ridurre la complessità della vita psichica a una serie di etichette?
Come contribuire al dibattito pubblico senza trasformare concetti clinici in slogan?
E soprattutto: come ricordare che dietro ogni caso mediatico esistono persone reali, storie familiari e bambini che non sono personaggi di una narrazione pubblica?
Fotografando i pesci nell'acquario (cr. Tom Purves Wikimedia commons)
Forse proprio qui si colloca una delle domande più attuali che la figura di Maria Rita Parsi lascia aperta. La sua lunga presenza nello spazio mediatico mostra quanto sia forte il bisogno, nella società, di una voce che interpreti e racconti l’infanzia. Ma mostra anche quanto sia delicato questo compito.
Storie e vite
Per chi oggi lavora nella psicoterapia dell’età evolutiva la sfida è probabilmente questa: riuscire a partecipare al discorso pubblico mantenendo la responsabilità clinica dello sguardo. Ricordando che ogni concetto psicologico nasce dall’incontro con storie singolari e che, quando quelle storie diventano materia di racconto mediatico, la prudenza interpretativa non è una forma di reticenza, ma una forma di rispetto.
Emile Munier, "Distracting baby" (Wikimedia commons)
Perché se la psicologia ha qualcosa da offrire allo spazio pubblico, non è tanto la promessa di spiegazioni rapide. È piuttosto la capacità di ricordare che la vita psichica – soprattutto quella dei bambini – non si lascia ridurre a una diagnosi pronunciata in televisione o a una categoria che circola sui social.
Emile Munier "Posso averne una anch'io?" (Wikimedia commons)
E che ogni volta che dimentichiamo questa complessità, il rischio non è solo quello di sbagliare interpretazione. È quello di smarrire, proprio nel momento in cui parliamo di infanzia, la cosa più importante: la responsabilità di ascoltare davvero le storie che cerchiamo di raccontare.
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