Bande giovanili, le ragioni della violenza

Bande giovanili, le ragioni della violenza

I tatuaggi vistosi come elementi identitari di una banda (dal sito Polizia moderna)

Le colpe individuali e la ricerca di identità e appartenenza

L’omicidio avvenuto a Taranto, in cui un uomo è stato ucciso da un gruppo di minorenni senza un movente apparentemente comprensibile, colpisce profondamente non solo per la brutalità del gesto, ma per il senso di vuoto che sembra accompagnarlo. Un vuoto di pensiero, di empatia, di significato. È forse proprio questo l’aspetto più inquietante: la percezione di una violenza che non nasce da un conflitto riconoscibile, ma da qualcosa di più informe e profondo.

La via di Taranto in cui è stato commesso l'omicidio (dalla pagina Fb della Polizia)

Di fronte a episodi come questo, la risposta pubblica oscilla quasi sempre tra indignazione morale e richiesta di repressione. È comprensibile: ogni società ha bisogno di sicurezza e di limiti chiari. Ma se ci fermassimo soltanto alla punizione rischieremmo di non comprendere che cosa questi adolescenti stiano anche inconsapevolmente esprimendo attraverso i loro agiti.


Un episodio di bullismo a scuola (cr. Diego Grez Wikimedia commons)


Da anni, chi lavora clinicamente con bambini e adolescenti osserva un cambiamento importante nel modo in cui il disagio psichico si manifesta. La sofferenza sembra sempre meno rappresentabile nella parola e sempre più affidata all’azione immediata: aggressività, acting out, sfide estreme, bisogno compulsivo di appartenenza al gruppo.

Parigi, rissa fra bande ripresa da telecamere di sorveglianza (Wikimedia commons)

Le bande giovanili, ormai presenti anche in città considerate tranquille, possono essere lette anche come tentativi patologici di costruire identità e appartenenza laddove mancano altri contenitori emotivi e simbolici. Il branco offre ciò che molti ragazzi faticano a trovare altrove: riconoscimento, protezione, forza, identità condivisa. Ma il gruppo può anche trasformarsi in uno spazio di disattivazione del pensiero e della responsabilità personale. Nel branco il singolo si sente meno solo, ma anche meno responsabile.


L'arresto di un minorenne negli Stati Uniti (cr. B. Roudebush Wikimedia commons)


Dal punto di vista psicodinamico, molti adolescenti mostrano profonde fragilità narcisistiche mascherate da atteggiamenti di onnipotenza. Dietro la violenza, spesso, non c’è forza ma vulnerabilità: sentimenti di irrilevanza, vuoto interno, assenza di valore personale. In alcuni casi, l’aggressività diventa un modo per sentirsi vivi, per esistere nello sguardo degli altri, anche attraverso il male.


Lo psichiatra Pietro Pellegrini (dal sito Ausl Parma)


In una recente riflessione sul tema della sicurezza, lo psichiatra Pietro Pellegrini invita a distinguere tra una sicurezza intesa soltanto come controllo e repressione e una sicurezza costruita invece attraverso i legami sociali, la cura e il senso di appartenenza. È una distinzione fondamentale, soprattutto quando parliamo di adolescenti.


Foto colorata di una banda giovanile nell'America di 100 anni fa (cr. R. Smiley Wikimedia commons)


Pellegrini ricorda che “la sicurezza è multideterminata” e non può essere ridotta esclusivamente all’ordine pubblico. La sicurezza psicologica e sociale nasce infatti dalla possibilità di sentirsi riconosciuti dentro relazioni affidabili, dentro comunità capaci di contenere la fragilità senza espellere chi manifesta disagio. In questa prospettiva, la violenza giovanile non può essere letta soltanto come devianza individuale, ma anche come sintomo di una crisi più ampia dei legami sociali ed educativi.

Un'aggressione per commettere una rapina (cr. Polizia) 

Molti ragazzi crescono oggi in una condizione di profonda frammentazione emotiva e relazionale. Gli adulti appaiono spesso incerti nel loro ruolo educativo, oscillando tra permissività e controllo, mentre i social media amplificano il bisogno di visibilità immediata, la spettacolarizzazione della forza e la ricerca di emozioni intense. In questo contesto, il gruppo dei pari rischia di diventare l’unico luogo identitario disponibile, anche quando assume forme distruttive.


Rapina sfociata in diversi arresti in Lombardia (cr. Polizia Monza-Brianza)


Pellegrini richiama inoltre il concetto di “base sicura”, riprendendo la teoria dell’attaccamento: la sicurezza non coincide soltanto con l’assenza di pericolo, ma con l’esperienza di relazioni stabili e contenitive che permettono di tollerare la frustrazione, pensare le emozioni e sviluppare il senso del limite. Quando questa base sicura manca o si indebolisce, il rischio è che il disagio venga agito anziché mentalizzato.

Anche l'abbigliamento è elemento identitario per le bande (dal sito di Avvenire)

Questo naturalmente non significa giustificare la violenza o negare la responsabilità individuale. Comprendere non vuol dire assolvere. Ma significa evitare una lettura esclusivamente securitaria di fenomeni che hanno radici anche psicologiche, relazionali e sociali. La repressione può essere necessaria in alcuni casi, ma da sola non basta. Se non investiamo contemporaneamente nella salute mentale, nella scuola, nei servizi territoriali, negli spazi aggregativi e nella possibilità per gli adolescenti di essere ascoltati prima che agiscano, continueremo a intervenire soltanto dopo, quando il danno è già avvenuto.


Giovani sospetti seguiti dalle telecamere della polizia (Wikimedia commons)


Ogni atto violento compiuto da un minore rappresenta certamente una responsabilità individuale. Ma è anche un segnale collettivo. Ci interroga sul modo in cui la comunità adulta sta accompagnando la crescita emotiva delle nuove generazioni e sulla capacità della società di offrire legami, contenimento e senso di appartenenza. Forse, allora, la domanda non dovrebbe essere soltanto “come fermarli?”, ma anche “quali condizioni relazionali e sociali stiamo costruendo perché possano crescere senza trasformare il disagio in distruttività?”.

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