Povertà e nuovi schiavi del sesso
Carle Hessay, "Madre e figlio migranti", 1964 (Wikimedia commons)
Il pericolo per i minorenni arrivati soli in Italia
Ahmed, io lo conoscevo. Uno dei tanti minori non accompagnati, arrivati con un barcone a Lampedusa a 16 anni. Nato in un villaggio dalle case il cui colore si confonde con la sabbia del deserto, vicino a Casablanca in Marocco. Una vita senza prospettive in una famiglia con sei fratelli. Bisognava partire, i genitori erano d’accordo.
Dal Marocco alla Tunisia per imbarcarsi e fortunatamente approdare a Lampedusa in una notte senza luna. Trasportato in seguito a Roma, a Urbino, in centri d’accoglienza insieme ad altri come lui. E finalmente Bologna.

Sbarco di migranti a Lampedusa (cr. Sara Prestianni Wikimedia commons)
Pareva un inizio fortunato in una regione che finanzia progetti per offrire a minori non accompagnati un’opportunità di crescita e integrazione, attraverso l’apprendimento della lingua italiana, l’orientamento e la qualificazione professionale. Una regione dentro alla rete Sai (Sistema accoglienza integrazione) attenta ai diritti e ai bisogni dei più giovani, che comprende 868 progetti e più di quarantamila posti di cui oltre duecento per minori non accompagnati.
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Bambini nel bagagliaio di un'auto al confine statunitense (cr. Us border and custom protection Wikimedia commons)
Ahmed era approdato nel luogo giusto. Venne scelto per intraprendere un percorso che gli avrebbe aperto qualche possibilità futura. Ogni progetto però ha un inizio e una fine, dopo la quale Ahmed scomparve e di lui non si seppe più nulla. Mi sono informata, succede nonostante l’impegno delle istituzioni.
Era un’abitudine incontrare quel ragazzo all’angolo di una strada del centro, sempre quella. Chiedeva l’elemosina e la quotidianità con la quale gli elargivo poche monete fece nascere una conoscenza. Alto, magro, con braccia sproporzionate rispetto al corpo, aveva occhi da bambino e sorrideva. La prima domanda che gli feci era sul suo nome. “Ti chiami Mohamed?”, il nome che banalmente si attribuisce a uno straniero.

Minorenni in marcia verso il confine statunitense (Wikimedia commons)
Mi rispose che si chiamava Ahmed. La volta dopo gli chiesi da dove venisse e pensai che Casablanca fosse una risposta di comodo, dato che la città è un punto di riferimento facile da individuare nella vastità del Marocco. Forse proveniva dalla campagna o da un luogo con case di mattoni di fango.
Immaginavo un interno dal pavimento di terra, oggetti di legno di tuia, una madre che nei giorni di festa preparava le frittelle di semola. A mano a mano che gli incontri avvenivano, il dialogo diventava incalzante. Io gli chiedevo come mai non avesse trovato un lavoro, non ho mai voluto chiedergli dove andasse a dormire di notte. Mi raccontò di essere arrivato da solo e di avere nostalgia della famiglia.

Bambini e neonati accolti dalla Croce rossa a Messina (cr. Nicolas Pinault Wikimedia commons)
Se non lo vedevo per qualche giorno, mi preoccupavo. La sua esistenza mi stava a cuore. In mezzo alla frenesia del traffico, come si era adattato alla mancanza del richiamo giornaliero del muezzin che cinque volte al giorno invita alla preghiera? Gli uomini hanno un notevole spirito di adattamento per sopravvivere.
Il parallelo mi veniva immediato: pensavo che Ahmed fosse come i cammelli del suo paese che rafforzano le difese degli occhi con tre strati di palpebre per resistere alle tempeste di sabbia. Forse si era costruito una corazza per adattarsi alla lontananza e ai disagi.

A Tangeri alcuni giovani tentano di nascondersi sotto un camion per la Spagna (cr. Noborder network Wikimedia commons)
Nei pomeriggi in cui sono libera dal lavoro, porto il cane a correre in una zona chiusa al traffico, con cespugli dentro ai quali si addentra per cercare qualche sorpresa. Una volta un riccio o un fagiano che si alza in volo. Sono le prime ore del pomeriggio, non più tardi perché quando si fa buio è un luogo non consigliabile. Dicono sia un ritrovo di prostituzione. Quel pomeriggio il mio cane ripetè le solite azioni inoltrandosi nel boschetto; invece di ritornare indietro, iniziò ad abbaiare.
Nel frattempo sentivo rumori di frasche e pensavo avesse scovato un nido di fagiani, quando all’improvviso vidi uscire un uomo e un ragazzo. Non riuscivo a capacitarmi della situazione. Che ci facevano quei due in quel posto? In pieno giorno? L’uomo era anziano e mi guardava con livore mentre lanciava improperi contro il cane. Il ragazzo con lo sguardo basso e sfuggente si allontanò di corsa come se volesse pigliare il volo. Senza guardarmi, ma io lo riconobbi. Era il ragazzo di Casablanca.

Campagna contro la prostituzione minorile a Berlino (Wikimedia commons)
Dopo qualche mese, su un giornale locale uscì un articolo dal titolo “I nuovi schiavi del sesso reclutati tra i giovani diseredati”. La notizia taceva la nazionalità dei poveri cristi. Una notte ho immaginato che Ahmed mi venisse a cercare per chiedere aiuto. Voleva ricominciare un discorso interrotto? Avevo tentato di dimenticare l’episodio, dentro però mi era rimasta una sorta di malinconia per non essere stata capace di fare di più nei confronti di un ragazzo che forse avrebbe potuto salvarsi.
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