Vite di donne distrutte dalle miniere

Vite di donne distrutte dalle miniere

La prima pagina della Domenica del Corriere sulla strage di Marcinelle (cr. Rino Ferrari dal sito Iamachild)

Emigrate, lontane dalle montagne e abbandonate

Girando su e giù per l’Appennino incontro alcuni vecchi davanti alle loro case, custodi di una vita che sta per finire. Immobili, si guardano intorno spaesati in un vuoto esistenziale. Dopo qualche anno non li vedo più e intuisco quello che è successo. Mi manca qualcosa, un pezzo di loro in me. Una vecchia vestita di nero sta in piedi davanti alla sua casa bianca, abbandonata come lei, guarda chi passa.


1943, donne in nero in un paese appenninico (cr. Buschgens Bundesarchiv Wikimedia commons)

Fazzoletto in testa, grembiule a pallini bianchi sul vestito consunto dal tempo. Ogni volta che la vedo mi pongo domande: vivrà da sola, avrà almeno un figlio? In realtà anche nei giorni festivi è sola. A volte è seduta su un sasso a seguire con gli occhi le macchine di passaggio. Allora io apro il finestrino e le faccio un segno di saluto. La prima volta è sorpresa e non risponde. Riconoscendomi poi, probabilmente dal colore della macchina, anche lei saluta.

Sole alla valle/ e sole alla collina/per le campagne/non c’è più nessuno.

Un giorno decido di fermarmi per creare un rapporto diretto con lei. Ci scambiamo i nomi. Si chiama Ermelina. Siccome - le ho detto- passo ogni giorno di lì e vado in paese, ha bisogno che le comperi qualcosa? Così inizio a portarle il pane, un pacco di pasta, un chilo di farina. Con grande dignità mi allunga in fretta la moneta dovuta. Poco per volta ho conosciuto la sua vita.


Un'anziana nell'Appennino campano (cr. Gianfranco Vitolo Wikimedia commons)

L’unico figlio maschio lavora all’estero. La solitudine è la sua compagna, me la descrive come una convivente.  Parla ad alta voce per ascoltare un suono, un altro da sè. Una volta la casa era piena di vita grazie agli amici del figlio. Un gatto randagio la viene a trovare. Ermelina gli allunga qualche resto di cibo; si fa accarezzare e poi scompare per giorni. E lei lo aspetta, l’unica presenza nella sua vita. Mi racconta di vivere con poco, si scalda con una stufa a legna. D’estate mette un catino d’acqua al sole e si lava quando l’acqua è calda, come faceva suo padre quando rientrava dal lavoro.

Cieli infiniti/ e volti come pietra/mani incallite ormai/ senza speranza. 

La famiglia emigrata in Belgio aveva avuto una vita difficile, soprattutto lei e sua madre. Del padre non parla volentieri perché da quando era piccola non l’ha più visto. Fu lui il primo ad emigrare in Belgio per lavorare nella miniera di carbone di Marcinelle. Il progetto era che qualora si fosse sistemato, erano gli anni ‘50, avrebbe fatto venire in Belgio anche la moglie e la figlia. Così successe.



Le bare dei minatori morti a Marcinelle, 1956 (cr. Anefo Wikimedia commons)

Appena trasferite, prima di entrare a scuola Ermelina fu sottoposta ad alcuni test. Le misero davanti immagini con parole scritte in tedesco, lei fece scena muta non conoscendo la lingua. Venne iscritta in una classe differenziale. Da lì non ne uscì e a malapena imparò a scrivere poche parole. Nel 1956 avvenne a Marcinelle un’esplosione nella miniera. Morirono 262 minatori di cui 136 italiani. Il padre si salvò, fu fortunato.


Il funerale dei minatori di Marcinelle (cr. Anefo Wikimedia commons)

Un anno più tardi, dall’oggi al domani senza dare spiegazioni, se ne andò a stare con una donna belga che abitava in un paese vicino. La madre per sopravvivere fu costretta a fare tre lavori al giorno, i più umili. Nel ricordare quei tempi di miseria e abbandono, prima di rientrare in Italia, qui dove il nonno aveva una casa e una stalla, Ermelina piange.

Addio addio amore/ io vado via/ amara terra mia/ amara e bella.

Non incontrai più Ermelina perché l’anno dopo la casa era chiusa e di lei non c’era traccia. Da qualche mese qualcuno l’ha acquistata e la sta ristrutturando. Ermelina si merita una preghiera che la leghi alla comunità montana nella quale ha vissuto.


Un italiano al lavoro in miniera in Germania (cr. L. Wegmann Wikimedia commons)

La vita è strana e ciclica. Negli anni 2000 fui invitata a Bruxelles presso l’Istituto di Cultura italiana all’estero per presentare un mio libro. In quei giorni incontrai un gruppo numeroso di donne siciliane, calabresi, campane e molisane alle quali era successa l’identica vicenda che Ermelina mi aveva raccontato. Donne che si erano abituate a lottare ed erano rimaste in Belgio nonostante tutto. I mariti erano emigrati perché in Belgio le miniere di carbone, oggi chiuse, erano numerose.


Anni 40, donne nei campi in Appennino (cr. Frass German federal archive Wikimedia commons)

Quella di Bois du Cazier situata a Marcinelle, dove appunto nel 1956 persero la vita 136 italiani. Quella di Blegny Mine, una delle più antiche, fin dal XVI secolo. La Grand Hornu che comprendeva anche un villaggio operaio e Bois du Luc a Houdeng, risalente al XVI secolo. Le mogli e i figli arrivarono in un secondo momento. I figli sottoposti a test attitudinali rientrarono immediatamente nelle classi differenziali. Un marchio che non li abbandonò più. Case fatiscenti che nessuno più avrebbe voluto abitare e difficoltà di comunicare visto che in Belgio, a seconda delle zone, si parla in olandese, francese, tedesco.


Domenico Modugno, esecutore della canzone "Amara terra mia" (collez. Tci Wikimedia commons)

Molte delle donne incontrate erano state abbandonate dai mariti per donne del posto e lasciate sole a vivere una vita grama. Mentre testimoniavano piangevano, urlavano, sussurravano parole di dolore. Le donne chiedevano di far conoscere all’Italia il modo in cui erano state trattate e come, nonostante i lavori che svolgevano, non riuscissero a sopravvivere. I figli grandi erano emarginati con un futuro inesistente, arrabbiati con il Belgio, perché umili e umiliati.

Le frasi in corsivo sono tratte dalla canzone "Amara terra mia" di Domenico Modugno.

Riproduzione riservata