Beccalossi: il calciatore che si fece artista
Evaristo Beccalossi in campo con la maglia dell'Inter (Wikimedia commons)
Campione imprevedibile, ispirò anche il cabaret
La morte di Evaristo Beccalossi, avvenuta a 69 anni, chiude una delle parabole più particolari del calcio italiano. Non era un campione “completo”, non era sicuramente un atleta moderno, suo malgrado non fu mai un giocatore da Nazionale. Era qualcosa di diverso: un artista del pallone, un numero 10 che viveva di ispirazione, di dribbling, di intuizioni che sfuggivano alla logica. Un calciatore che divideva, ma che però tutti quelli che hanno frequentato il calcio di quell’epoca, ricordano.
Esordi
Nato a Brescia nel 1956, Beccalossi debuttò a 18 anni in Serie A. Con il Brescia giocò 94 partite segnando 14 gol; arrivò all'Inter nel 1978, in un'epoca in cui il calcio italiano stava lentamente riaprendo le frontiere ma si affidava ancora al talento autoctono. Inserito in un contesto tattico dove il rigore difensivo era legge, Beccalossi rappresentava l'anomalia del sistema. Mancino purissimo, fisico apparentemente fragile e una capacità di domare il pallone che ricordava i grandi maestri del passato, divenne presto l'idolo di San Siro.

L'Inter di Beccalossi, primo a destra accosciato (Wikimedia commons)
Con i nerazzurri disputò 222 partite ufficiali, segnando 37 gol e vincendo lo scudetto 1979-80 e la Coppa Italia 1981-82. Numeri solo apparentemente non straordinari, ma Beccalossi non era un finalizzatore, era un creatore di gioco.
Gianni Brera lo soprannominò “Dribblossi”, definendolo “un esteta del pallone, capace di saltare l’uomo anche quando non serve”. Una definizione che, nella sua ironia, coglieva perfettamente il personaggio.
Beccalossi aveva un rapporto speciale con il pubblico. Non era un giocatore “affidabile”, ma era un giocatore identitario. I tifosi dell’Inter lo amavano perché rappresentava qualcosa che andava oltre il risultato: la fantasia e l’imprevedibilità. Ogni volta che toccava il pallone poteva inventare la giocata che valeva il biglietto; non per forza la più utile (adesso si direbbe la “scelta migliore”), ma quella che poi ti ricordavi.

Beccalossi in maglia nerazzurra (da X Sara.mandis)
Beccalossi era uno di quei calciatori che creano un legame emotivo, nonostante, o forse proprio, grazie ai loro difetti. Spesso più che correre, camminava in campo, con la testa leggermente inclinata, in attesa di accendersi; il pallone incollato al piede sinistro, la sensazione che potesse inventare qualcosa in ogni momento.

Bersellini, allenatore dell'Inter di Beccalossi (Wikimedia commons)
Beccalossi giocò in un’epoca in cui il calcio italiano era dominato dalla tattica, dal marcamento a uomo, dalla fisicità. Il numero 10 era ancora un ruolo sacro, ma anche fragile: bastava una giornata storta per trasformare l’idolo in un peso. Bersellini, detto il “sergente di ferro”, pur avendolo fortemente voluto, diceva: “Con Beccalossi devi accettare che non farà mai quello che gli chiedi, ma farà cose che non puoi chiedere a nessun altro.”

Beccalossi a San Siro (da X FcInter1908)
All’epoca si confrontava con leggendari numeri 10, non aveva la disciplina di Antognoni (che infatti gli fu preferito da Bearzot in Nazionale), l’atletismo di Zico, o la capacità di regia di Platinì. Beccalossi era puro istinto e disincanto, ma poteva risolvere una partita con un filtrante impossibile dopo ottanta minuti di totale assenza dal campo. Questa sorta di "assenteismo attivo" mandava l’allenatore su tutte le furie, rendendolo il più amato dai tifosi e il più odiato dai tattici, un paradosso vivente che costringeva i compagni a correre il doppio per permettere al genio di restare lucido.

La figurina Panini di Beccalossi
Ricordare Beccalossi oggi significa parlare di un calcio che rimaneva più legato ai decenni precedenti che ai successivi, dove il talento individuale non era ancora stato imbrigliato in schemi rigidi. Era il calcio delle "bandiere" (nonostante giocò solo sei anni nell’ Inter) e della domenica vissuta alla radio. Il suo addio segna la fine di una stirpe di calciatori che si permettevano il lusso di essere imperfetti. Se oggi un giocatore perdesse palla perché "stava pensando alla giocata successiva", verrebbe immediatamente sostituito. Beccalossi, invece, veniva perdonato.
Era ancora il calcio dove il presidente della società, Ivanoe Fraizzoli (Ivanoe, Evaristo, anche i nomi segnano l’epoca…) poteva ancora “consigliare caldamente” ai suoi calciatori di frequentare la messa domenicale o dove era considerato normale fumare una sigaretta tra un tempo e l’altro, come, ovviamente, faceva anche Beccalossi.
Il mito
Diversi sono gli aneddoti e i gli episodi che lo riguardano.
Per esempio, la doppietta nel derby del 1979, sotto un diluvio, che lo consacrò idolo nerazzurro. “Quel giorno ho capito cosa significa essere dell’Inter”, disse anni dopo. C'era poi il rapporto con Alessandro Altobelli, "Spillo", il centravanti della squadra dello scudetto. Si dice che prima di un derby, vedendo Spillo nervoso, Evaristo gli disse: "Tu corri in avanti e non voltarti, quando senti un colpo sulla nuca è il pallone che ti ho mandato io".

Il secondo rigore sbagliato contro lo Slovan (Wikimedia commons)
Ma indiscutibilmente, per molti il suo nome è legato ai due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava in Coppa delle Coppe (1982). Un disastro sportivo trasformato in culto popolare. Questo grazie a Paolo Rossi (il comico) che ne fece un monologo celebre, da recuperare assolutamente per chi non lo avesse ancora visto. Due rigori sbagliati a distanza di otto minuti, ma sbagliati con nonchalance, dicendo a posteriori solo che se ce ne fosse stato un terzo, lo avrebbe tirato ancora lui, magari cambiando angolo…

L'attore comico Paolo Rossi (cr. Elena Torre Wikimedia commons)
Dopo l’Inter giocò con Sampdoria, Monza, Barletta e Pordenone, chiudendo la carriera con oltre 400 presenze tra i professionisti. Successivamente lavorò come dirigente, osservatore e capodelegazione delle Nazionali giovanili, ruolo in cui era apprezzato per la sua umanità e la sua capacità di lavorare coi giovani. Infatti, una delle sue frasi più note, spesso citata nei settori giovanili, è: “Il talento non si allena. Si protegge.”
Come si vede, non vinse moltissimo, non fu mai convocato in Nazionale per il suo lato anarchico, giocò nell’ Inter ma non per tantissimi anni, nella sua epoca nel suo ruolo ci sono stati altri talenti assoluti; eppure è ricordato e quasi mitizzato, direi suo malgrado.

Un'immagine recente di Beccalossi (da X Stefano Olivari)
Probabilmente perché è l’emblema della classe che non vuole essere misurata, perché non gli interessa; un uomo che ha preferito essere un artista incompiuto che un atleta perfetto, che aveva l’ironia, l’intelligenza di non prendersi troppo sul serio. E questo alla fine il tifoso lo sentiva e, evidentemente, gli piaceva. Tanto sapeva che in quel suo incedere dinoccolato, a volte indolente, c'era la promessa che, prima o poi, qualcosa di unico sarebbe accaduto.
Beccalossi in uno studio televisivo (cr. Bomber Tuccio Wikimedia commons)
Per concludere con un altro aneddoto significativo, si dice che i compagni entrando in campo salendo la scaletta di San Siro, gli chiedessero: “Becca, oggi giochiamo in 10 o in 12?”, pur sapendo che neanche lui lo sapeva ancora.
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