Il vento nelle mani - Le rotelline del windsurf

Il vento nelle mani - Le rotelline del windsurf

Robby Naish, campione del mondo di windsurf, in azione (cr. Jurgen Tap Wikimedia commons)

Sulla cresta delle onde

Sono stato contagiato agli inizi degli anni ‘80 e da allora i sintomi non se ne sono più andati, in certe fasi della vita si sono manifestati in forma acuta in altri sono rimasti silenti, accucciati dentro di me.

Il vettore dell’affezione fu un documentario sul windsurf, passato dalla televisione, che mostrava giovani uomini e donne sorridenti e abbronzati che, con grande facilità, danzavano su una stretta tavola bianca e scivolavano sull’acqua giocando con il vento come fanno i gabbiani.

Ero poco più che diciottenne, in quell’età cioè in cui si sperimenta la libertà: macchina e patente per gli spostamenti in autonomia, l’università che consente una certa auto organizzazione, insomma l’età aurea dell’onnipotenza in cui si è convinti che nessun traguardo ti sia precluso basta volerlo perché si realizzi. Quelle fugaci immagini (non c’era RAI play per rivederle e ragionarci su) furono più che sufficienti per stimolare il mio immaginario: decisi che avrei imparato ad ogni costo.

Autodidatta

Da bravo studente presi in biblioteca ciò che trovai così scoprii schemi con il disegno dei piedi sulla tavola, come mettere le mani sul boma, come orientare la vela per effettuare le manovre, ma anche come fare i nodi e le operazioni per “armare” l’attrezzatura.

Jenna de Rosnay sul windsfurf (foto da Facebook)

Acquistavo anche la mitica rivista Windsurf Italia che a quei tempi celebrava le gesta di Robby Naish (nel 1976 a soli 13 anni vince il primo campionato mondiale) e Jenna de Rosnay (impossibile non innamorarsene) e diffondeva immagini di spruzzi, onde e sole splendente alimentando il mio fuoco interiore.

Assimilata la teoria arrivò il momento di sperimentarsi in acqua. Risolto il problema dell’attrezzatura, acquistata in blocco da un vicino di casa, dovevo trovare uno specchio d’acqua. Il più comodo, distante circa 30 minuti di strade basse da casa mia, risultarono essere i laghetti di Campogalliano ovvero le casse di espansione del fiume Secchia.

Per non trascurare la sessione estiva di esami il mio programma di allenamenti prevedeva di sfruttare la pausa pranzo così, puntualmente a mezzogiorno, consultavo l’app di previsioni meteo (le Paulonie del giardino del mio condominio): se si muovevano i rami allora caricavo la Fiat 127 a gas, anche lei di seconda mano, e si partiva.

Sicuramente il febbrile lavorio del montaggio e smontaggio dell’attrezzatura generava ilarità nelle persone sdraiate sul bordo del laghetto a prendere il sole, del resto anche a me loro sembravano pazzi scatenati buttati lì a guisa di incudini per il sole dell’estate padana che picchia come un fabbro. Non ho mai gradito l’inattività, ma a onor del vero, non mi è mai capitato di incontrare altri “surfisti di campagna” quindi forse avevano ragione loro. In ogni caso l’obiettivo era raggiunto: sapevo andare in windsurf, adesso non rimaneva che togliere “le rotelline” dalla bicicletta e mettersi alla prova sul serio.

Le prime mete scelte per mettermi alla prova furono i Lidi Ferraresi il viaggio iniziava posizionando la tavola, un Dufour Wings di 3,8 metri, 200 litri per 21 chili sul tettuccio della 127 da cui sporgeva posteriormente di buoni 20 centimetri. Effettuate le opportune legature per evitare che volasse via durante la marcia in autostrada si poteva partire.

Giunti a destinazione non restava che trascinare l’attrezzatura lungo la spiaggia, che non finiva mai, fino a raggiungere la riva e procedere al montaggio.

Il boma andava fissato all’albero con una scotta, non c’erano gli attacchi rapidi, la deriva non era a scomparsa totale nello scafo e per regolarne la posizione bisognava usare i piedi durante la navigazione. Con quel volume lo scafo era praticamente inaffondabile, ma con quelle dimensioni non potevi aspirare a grandi evoluzioni, era già molto se riuscivi a farla girare.

Nonostante questo il mare garantiva un vento costante per intensità e direzione e una volta preso confidenza con le onde, pagando il prezzo di innumerevoli improvvisi tuffi, il divertimento era assicurato.

Anni 80, l'autore con il windsurf in Costa Azzurra

Tranne quella volta che, in Costa Azzurra, ancora inesperto e del tutto autodidatta non riuscivo, chissà per quale motivo, a tornare a riva, la corrente mi allontanava sempre di più dalla costa e l’apprensione cresceva di pari passo, fortunatamente una barchetta a motore incrociava da quelle parti e accortasi della situazione mi ha trainato a riva. Beata incoscienza.

Lungi da me l’idea di lasciar perdere, del resto le brutte esperienze se non ammazzano ingrassano, ho continuato a divertirmi, con un pizzico di consapevolezza in più dei potenziali rischi, privilegiando i laghi che garantiscono altrettanto vento del mare, anche se un po' meno costante e che da sempre preferisco per panorami e ambientazione.

Poi è arrivata la grande festosa bufera che solo 2 pargoletti in rapida sequenza sanno creare, per l’estate si cercavano spiagge con acque calde e basse idonee per fare castelli di sabbia piuttosto che per surfare; il vento era un optional.

Come nel film

Il “morbo” è rimasto in incubazione per più o meno tre lustri poi, grazie a favorevoli condizioni esterne rappresentate dai soggiorni estivi per adolescenti organizzati da una cooperativa di educatori, e alla concomitante accondiscendenza della mia consorte, ha riprese vigore.

Nel frattempo però c’era stata una vera e propria rivoluzione nell’equipaggiamento, le tavole erano più corte e leggere, la deriva centrale non esisteva più, le vele non erano più triangolari, ma di una forma che ricordava un’ala di uccello. Così regalai la mia attrezzatura obsoleta ad una gelateria che aveva in mente di creare un’ambientazione stile film “Un mercoledì da leoni”.

(1- continua)

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