La mia leggendaria sconfitta

Ingemar Stenmark in Alta Badia negli anni '80 (cr. Wikimedia commons)
L'avversario scelto a caso, era Stenmark
Era il 1976, se la memoria non mi tradisce. Spesso si ricordano particolari di situazioni o persone mentre il resto col tempo s’annebbia. Di sicuro era l’inizio di settembre, perché proprio in quei primi giorni del mese io e un paio di amici abbiamo deciso per la prima volta di aprire in anticipo la stagione sciistica, come peraltro fanno da sempre gli atleti professionisti, che cominciano ad allenarsi sui ghiacciai alla fine dell’estate. La meta era Maso Corto, vicino a Merano, una località in fondo alla Val Senales con una funivia per salire verso il monte Similaun, dove a pochi metri dal confine con l’Austria si trovava, ben conservato in un frigorifero naturale, il corpo di un antenato altoatesino, andato fin lassù, chissà per quale motivo, cinquemila anni prima. In ogni caso quell’uomo, che quindici anni dopo sarebbe diventato famoso col nome di Otzi, quando io ero là stava ancora sotto la neve, in attesa di uno dei primi effetti del riscaldamento globale.
In quel periodo la “valanga azzurra” continuava a essere protagonista nella Coppa del Mondo di sci, con Thoeni, Gros, Bieler, Plank, Schmalzl, Pietrogiovanna, De Chiesa, Anzi, Besson, Stricker e Radici (probabilmente ho dimenticato qualche nome, pazienza). Ma c’erano altri campioni a rompere le uova nel paniere ai nostri, soprattutto Klammer e Stenmark, il primo imbattibile in discesa libera, anche se a me non piaceva perché era brutto da vedere con quel suo agitare continuamente le braccia, il secondo invece, con stile e traiettorie perfette aveva iniziato a vincere molte gare già nel 1974, sia nello slalom speciale che nel gigante, perdendo però l’anno dopo per un soffio, o meglio per il salto di una porta nel “parallelo” in Val Gardena, la Coppa del Mondo, vinta alla fine di quell’esaltante sfida dal suo grande rivale, Thoeni.
Slalom parallelo fra i grandi
Lo so, sto divagando, quindi torniamo a noi tre amici e alla decisione di prendere lezioni da un maestro di sci per perfezionare la tecnica, ma mica da uno qualunque, anzi, dal direttore della scuola di Val Senales, che da quanto ci hanno riferito è bravissimo. Quando si presenta però rimaniamo un po’ sorpresi: è piccolo, magro, scuro di carnagione e capelli, sembra uno del sud che appena sceso da una barca s’è infilato gli scarponi. L’amico Dodo, uno dalla battuta pronta che socializza anche coi sassi, lo paragona a un bastoncino Findus, ma cambiamo subito idea quando dice di chiamarsi Luis Raffeiner (nonostante Dodo continui a sostenere che un parente siciliano deve averlo di sicuro) e poco dopo dimostra come si scia facendo la serpentina fra le gobbe: è velocissimo, va su e giù e sembra una molla, non si capisce dove trovi tutta quell’energia in due gambette così sottili.
Un giovanissimo Stenmark con Gustav Thoeni (cr. Olympia Wikimedia commons)
Sui nostri sforzi per imitarlo non mi soffermo, e nemmeno sui litigi con le gobbe e le curve strette, ma qualcosa impariamo e alla fine ci divertiamo pure. Una cosa però attira la nostra attenzione: il tracciato di uno slalom parallelo dove sciatori di varie nazionalità, che gareggiano a livello internazionale, si allenano. Ovviamente Dodo cerca subito di legare con loro, anche quando li incontra in albergo, e con gli stranieri si sforza di comunicare in un modo tutto suo, mescolando gesti suoni e parole. E così, grazie a questa sua capacità di rompere le scatole all’universo mondo conosciamo un certo Paul Carson, prima nella squadra canadese e ora nel circuito professionistico nordamericano, Renzo Zandegiacomo, in precedenza azzurro, poi ex professionista, adesso maestro di sci, e Elena Matous, originaria di Bolzano ma con cittadinanza sammarinese, finita stranamente a correre per l’Iran e, in quel momento, in attesa di passare al Lussemburgo. Infine, sempre appartata in una sala dell’albergo o impegnata negli allenamenti, c’è l’intera squadra svedese, dove individuiamo con facilità fra i componenti, tutti in abbigliamento giallo a righe blu, Ingemar Stenmark e Stig Strand. Se con gli stranieri Dodo, nonostante l’impegno, non riesce a comunicare come vorrebbe, in particolare con gli svedesi, che non ridono quasi mai (a un certo punto afferma che in Svezia c’è freddo anche per colpa loro), con Zandegiacomo va meglio e con la Matous entra un po’ in confidenza e si mette persino a scherzare, prendendo una palla di neve in faccia quando le dice che ha un bel fondoschiena.
Io ero a metà, lui in seggiovia
Ma quello slalom, forse proprio perché vietato ai “non addetti ai lavori”, continua ad attrarci e non siamo i soli, ogni tanto c’è chi tenta la discesa sfidando gli sguardi severi degli atleti costretti talvolta ad aspettare. Decidiamo anche noi di provare e quando arriva il momento giusto mi dicono “vai tu”, e io subito vado. Raggiunto il cancelletto di partenza mi fermo e sento che Dodo si agita dietro a me, chiamando non si sa bene chi, fino a quando esclama concitato: “Aspetta! Aspetta!... Ecco... Via!”. Parto, percependo di fianco a me la presenza di qualcuno, e una frazione di secondo dopo un missile giallo a righe blu mi passa davanti, cerco di andare più forte che posso, ma lui è già lontano. Il salto situato a metà del “parallelo” è fatale, perdo l’equilibrio nell’atterraggio, esco a tutta velocità dal tracciato sbilanciato all’indietro e nella posizione di uno che scivola seduto su un bidè, mulinando le braccia per non cadere, cado lo stesso. Col fiatone e il cuore in gola mi rialzo e vedo il razzo giallo blu che sta già montando sull’impianto di risalita. Intanto arriva Dodo, che mi dice ridendo “lo sai chi era quello di fianco a te? Era Stenmark”.
Stenmark con Lindsay Vonn (cr. Frankie Foughantin Wiki commons)
In quel settembre del ‘76 Ingemar era solo all’inizio della carriera e quando si è messo ad andare forte davvero ha vinto tre medaglie alle Olimpiadi e quattro ai Mondiali, tre Coppe del Mondo più altre tredici nelle specialità dello slalom. Anch’io che nel “parallelo” in Val Senales sono partito insieme a lui ho vinto: ho portato a casa un bel ricordo.
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