Garibaldi voleva deviare il Tevere
Garibaldi ritratto con i figli Teresita, Menotti e Ricciotti (archivio museo civico di Modena Wikimedia commons)
Il progetto per salvare Roma dalle inondazioni
Di Giuseppe Garibaldi si conosce quasi tutto: le imprese militari in Italia e all’estero, gli aspetti umani della sua personalità, le sue convinzioni politiche, gli incontri con personaggi più o meno noti del tempo, i rapporti sentimentali con alcune donne, prima fra tutte Anita. Ogni tanto però veniamo a conoscenza di episodi molto meno noti e dibattuti, capaci di suscitare ancora una volta la nostra curiosità per questo personaggio che il mondo ci ha invidiato.

L'isola Tiberina durante la piena del 2005 (cr. Lalupa Wikimedia commons)
Anche se ignorati o semplicemente dimenticati perché ritenuti poco importanti, essi si dimostrano utili per comprendere meglio la personalità del personaggio, la varietà dei suoi interessi, la generosità del suo animo, l’amore per la sua patria.
Uno di questi episodi considerati minori che non ha trovato posto nelle biografie del Generale, è quello che si riferisce al suo progetto di deviare il corso del Tevere per proteggere dalle alluvioni la capitale d’Italia.

Una stampa sulla piena del 1870 (Wikimedia commons)
Nel maggio 1875, infatti, Garibaldi sorprese tutti presentando alla Camera dei deputati un progetto di legge per deviare il corso del Tevere e consentire alla città di proteggersi dalle frequenti inondazioni. I danni provocati dall’alluvione del 28 dicembre 1870 erano ancora vivi nella memoria del popolo e bisognava mettervi urgentemente riparo. Il suo amore per la città era noto, ma nessuno si era immaginato che il Generale, smessi gli abiti militari, si trasformasse in un propugnatore di grandi opere di pubblica utilità.

La lapide orizzontale marca il livello dell'alluvione del 1870 (cr. Lalupa Wikimedia commons)
La proposta era stata elaborata da alcuni noti e apprezzati ingegneri tra cui Jean Rullier e Luigi Amadei. L’idea prevedeva di deviare il Tevere nella zona est della città, grazie a un canale della lunghezza di circa 30 chilometri, largo 150 metri, con una profondità di 30 metri. Il Tevere avrebbe così potuto riversare le sue acque in esubero nel nuovo canale, che avrebbe dovuto ricongiungersi al fiume dopo San Paolo, impedendo danni e devastazioni nei quartieri limitrofi.
Nelle intenzioni di Garibaldi vi erano in realtà altri due progetti altrettanto importanti: la bonifica dell’agro romano e dotare Roma di un nuovo porto artificiale simile a quello del I secolo d.C. Poiché la Camera e il Senato si espressero favorevolmente, il 6 luglio 1875 venne approvata la legge n. 2583 sulle opere idrauliche per preservare Roma dalle inondazioni.

Affresco in Vaticano che riproduce l'antico porto di epoca romana (cr. Jason Urbanus Wikimedia commons)
Al termine di ulteriori incontri tecnici, il governo optò tuttavia per il progetto dell’ingegnere Raffaele Canevari, più semplice e veloce da realizzare e, forse, meno costoso, consistente nella costruzione di alti muraglioni nei tratti più critici del corso del fiume e l’ampliamento del letto del fiume.

Barcone incastrato sotto ponte Sant'Angelo nella piena del 2005 (cr. Lalupa Wikimedia commons)
Deluso per la scelta governativa, stanco e sofferente a causa di una grave artrosi, che da anni lo tormentava, Garibaldi si ritirò negli ultimi anni della sua vita nell'amata Caprera, dove morì il 2 giugno 1882.
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