Gaza, Timor, Iraq: le vie della pace

Gaza, Timor, Iraq: le vie della pace

Gaza sotto il bombardamento (cr. Zyanhaiato Wikimedia commons)

La soluzione di Trump ha almeno due precedenti

Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant: dove fanno il deserto, lo chiamano pace. Così scrisse Tacito nell’Agricola, prima opera del grande storico romano a noi giunta. La frase è pronunciata da Calgaco, capo dei Caledoni, popolo della Britannia: presso il Monte Graupio, in Scozia, prima dello scontro finale con Gneo Giulio Agricola, odiato suocero del paranoico imperatore Domiziano, Calgaco si scaglia contro l’imperialismo romano, celato dietro il velo pietoso della difesa e dell’autorità dello Stato.


Il discorso di Calgaco sul monte Graupio, stampa del 1859 (Wikimedia commons)

In questo celebre discorso, Tacito, burocrate imperiale prestato alla storiografia, dà voce al dissenso dei vinti e, a differenza di Tito Livio, lo storico che sempre glorificava le conquiste di Roma, svela la natura predatrice dell’Impero senza però porsi al di fuori di essa. La frase, da quando Lord Byron, in The Bride of Abydos - La sposa di Abido -, la riportò in auge, è diventata uno slogan politico, potente quanto inflazionato.


Le macerie di Gaza dopo le bombe israeliane (cr. Wafa Wikimedia commons)

Nello scenario mediorientale, a Gaza e in Israele, dove la pace cimiteriale e il silenzio delle macerie vengono confuse con la pace politica, la sentenza tacitiana risulta particolarmente attuale e ben applicabile al neonato Board of Peace, il Consiglio di amministrazione trumpiano per cui la pace è un marchio e la ricostruzione della Striscia un affare.


Soccorsi ai bambini palestinesi (cr. Wafa Wikimedia commons)

La guida del Board, ad oggi composto da 26 Paesi aderenti e 5 osservatori, non è affidata ad una carica istituzionale ma alla persona fisica di Donald Trump, accolto all’incontro inaugurale con le note della cover di “Gloria” di Umberto Tozzi.

Si tratta quindi di un’assoluta novità o nella storia sono rintracciabili esempi simili? La risposta è affermativa se si considera la struttura del Board, negativa se invece si guarda agli obiettivi, dal momento che esistono numerosi precedenti storici di supervisione internazionale in contesti post bellici.


Il giuramento di Trump nel 2017 (cr. The White House Wikimedia commons)

Tra i tanti, due appaiono particolarmente interessanti: entrambi hanno inaugurato il XXI secolo, il primo come crisi umanitaria e statuale, il secondo come tentativo di esportazione della democrazia. Oggi Timor Est è un giovane e piccolo stato del Sud Est asiatico: colonia portoghese fino al 1975, fu invaso dall’Indonesia di Suharto nello stesso anno. A seguito della caduta del regime, nel 1999 Timor votò per l’indipendenza ma forze armate filo indonesiane provocarono il caos, facendo diventare il paese un fantasma. Davanti ai massacri, le Nazioni unite, con la risoluzione 1272, adottata dal Consiglio di sicurezza il 25 ottobre, crearono UNTAET, l’Amministrazione Transitoria in Timor Est.


Soldati delle forze di pace a Timor Est, 2000 (cr. D. Mennuto Wikimedia commons)

Il mandato della missione si sviluppava in sei punti, volti a garantire, tramite assistenza umanitaria e forze di polizia internazionale (i caschi blu), la pace nel paese. L’ONU decise di assumere la piena sovranità del territorio facendo di UNTAET un vero e proprio governo temporaneo, permettendo a Timor Est di giungere alla piena indipendenza nel 2002.


Festa per commemorare il referendum del 1999 sull'indipenda di Timor Est (cr. Anna Voss Wikimedia commons)

L’idea dell’amministrazione Bush che la guerra preventiva in Iraq avrebbe eliminato presunte minacce terroristiche e stabilizzato il Medio oriente non funzionò. Dopo la caduta di Saddam nell’aprile del 2003, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la risoluzione 1483, riconobbe la Coalition Provisional Authority come governo provvisorio del paese. Guidata da Paul Bremer, ex assistente di Henry Kissinger, l’autorità, in base al motto “Sicurezza, Libertà, Uguaglianza e Giustizia”, aveva come obiettivo garantire stabilità, assicurare la ripresa economica e impiantare il seme della democrazia rappresentativa in Iraq.


Blindato distrutto da una bomba in Iraq (cr. soldiersmediacenter Wikimedia commons)

Dopo un anno di attività, nel giugno del 2004 fu sciolta e sostituita da un governo ad interim. Entrambe le esperienze, con esiti diversi, si sono basate sull’intervento di attori esterni al contesto di crisi che si voleva risolvere: la prima, a Timor, ebbe natura realmente multilaterale, alla seconda, in Iraq, l’ONU si limitò a dare una cornice legale sotto il profilo del diritto internazionale, essendo l’azione condotta dal Dipartimento della difesa degli Stati Uniti.


Iracheno arrestato per possesso di armi (cr. Andy Dunaway Wikimedia commons)

Oggi, a Gaza, la nuova creatura trumpiana vuole presentarsi come la legittima amministrazione transitoria: nonostante la sua nascita derivi dall’approvazione da parte del Consiglio di sicurezza, con la risoluzione 2803 del novembre 2025, del piano di pace americano per l’area, il Board sta prendendo forma come un processo di privatizzazione della diplomazia.


Secondo da destra, l'ambasciatore Waltz (cr. New America Wikimedia commons)

Lo statuto dell’organo, scritto distorcendo il parere dell’ONU, ha fondamentalmente natura privatistica e, citando Mike Waltz, ambasciatore americano al Palazzo di Vetro, si pone come un consiglio d’azione (biglietto d’ingresso da un miliardo di dollari), diverso dagli “inutili consessi di parolai”, cioè le istituzioni multilaterali, nonostante prospettive fondamentali come la statualità palestinese, il disarmo di Hamas e il ritiro di Israele appaiono in secondo piano rispetto agli affari: in altre parole, dove hanno fatto il deserto lo chiamano Riviera.

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