Groenlandia, da sempre un affare americano
Veduta aerea di Nuuk, capitale della Groenlandia (cr. Quintin Soloviev Wikimedia commons)
Anche il presidente Truman provò ad acquistarla
Nella lunga storia del regno di Danimarca, un monarca che ha lasciato il segno fu Federico IX, in carica dal 1947 al 1972, marinaio di formazione ma direttore d’orchestra per passione, passatempo atipico se non unico per un monarca regnante.

Re Federico IX con la famiglia nel 1954 (cr. Willem van de Poll Wikimedia commons)
All’inizio del suo regno, la Danimarca affrontò complesse sfide derivanti dalle dinamiche della guerra fredda: nel 1951, infatti, il paese firmò un trattato di difesa con gli Stati Uniti di Harry Truman, trasformando la Groenlandia, colonia da circa 250 anni, nell'avamposto strategico della Nato nell'Artico.

Il presidente Harry Truman annuncia la fine della guerra in Europa (cr. Abbie Rowe Wikimedia commons)
Quella dell’isola è stata una storia coloniale fino al 1953, quando divenne parte integrante della Danimarca: nel corso degli anni, tramite pareri delle Nazioni Unite, decisioni governative e referendum popolari, la Groenlandia è diventata una nazione in autogoverno, ancora criticamente dipendente dalla madrepatria ma comunque dotata di un sistema politico autonomo, per quanto non sovrano nelle relazioni estere, da sempre appannaggio di Copenaghen.

Base aerea americana in Groenlandia nel 1956 (cr. Hrftx Wikimedia commons)
Il bagaglio di caos e cambi di rotta con cui l’inquilino della Casa Bianca sta schiacciando decenni di relazioni internazionali, ha riportato in auge la questione groenlandese: il corollario di Trump alla Dottrina Monroe non guarda solo a sud del New Mexico, ma si estende fino al Polo Nord. Come spiegare allora l’evoluzione storica dei rapporti tra Stati Uniti e Groenlandia?
_claire_rowland-wdtr.jpg)
Base della Nato in disuso in Groenlandia (cr. Claire Rowland Wikimedia commons)
Il trattato del 1951, 14 articoli in totale, fu firmato a Copenaghen dai plenipotenziari americani e danesi che, però, partivano da posizioni negoziali asimmetriche: la Danimarca era un paese in ricostruzione, gli Stati Uniti la potenza vincitrice della guerra. All’epoca, se l’avesse voluto, Washington avrebbe potuto conquistare militarmente l’intera isola, ma questa strada era politicamente insostenibile sia perché la Groenlandia era territorio di un altro paese della Nato, sia perché la Danimarca era criticamente dipendente dagli aiuti militari ed economici dello Zio Sam.

Rifornimento di una base americana con aereo e slitte (cr. Fred W. Baker III Wikimedia commons)
Inoltre la presenza americana sull’isola era già assicurata in virtù dell'Accordo del 1941, firmato da Cordell Hull, Segretario di Stato di Roosevelt, e dall’ambasciatore danese negli States, al fine di evitare l’occupazione nazista pur ribadendo la sovranità di Copenaghen sul territorio. Sovranità che era già stata confermata nel 1916 quando i danesi avevano venduto agli americani alcune colonie caraibiche e ulteriormente riconosciuta nel ‘51, con l’articolo 2 del trattato in base al quale le bandiere di entrambi i paesi sarebbero svettate sulle aree di difesa.

Nave della guardia costiera danese in Groenlandia (cr. Gordon Legget Wikimedia commons)
L’amministrazione Truman nel 1946 aveva provato a comprare la Groenlandia nella più totale segretezza, inserendosi in quella tradizione che, dopo l’acquisto dell’Alaska nel 1867, aveva ipotizzato di ampliare il portafoglio americano nell’Artico.

Scolari groenlandesi riaccompagnati a casa (cr. V. van Zeijst Wikimedia commons)
Dopo il rifiuto danese, il motivo per cui Truman decise di interessarsi di nuovo della questione, in linea con l’NSC-68, fondamentale documento di sicurezza nazionale elaborato nel 1950, era che il ruolo degli Stati Uniti nei confronti dell’Urss doveva assumere toni più dinamici: proiettare un’immagine di fermezza nei confronti del nemico ma anche degli alleati, da tenere uniti in uno sforzo comune, era di primaria importanza.
La Groenlandia quindi, per la posizione geografica e per la mancanza di mezzi da parte dei danesi, doveva ospitare basi militari a stelle e strisce, potenzialmente armate anche con testate nucleari: lo strumento scelto per arrivare a questo obiettivo fu appunto un trattato, tecnicamente bilaterale ma realizzato in un’ottica multilaterale per il rafforzamento dell’Alleanza atlantica nel suo complesso.
Powell con il ministro degli esteri francese Barnier, 2004 (cr. Dipartimento di Stato Wikimedia commons)
Nel 2004 Colin Powell, il Ministro degli Esteri danese e il Vicepremier della Groenlandia firmarono un emendamento di quattro articoli al trattato originale: la Guerra fredda era finita da 15 anni, l’unica base militare americana rimasta era quella di Thule, nel nord ovest dell’isola, quindi la cooperazione tra le parti si poteva estendere oltre al settore militare e, nell’articolo 3, i partner affermarono che si sarebbero consultati prima di cambiamenti significativi nella presenza americana sull’isola, permettendo di fatto a qualunque richiesta ragionevole di Washington di essere accolta, sempre in uno spirito di cooperazione multilaterale.

Le case colorate di Nuuk, capitale della Groenlandia (cr. patano Wikimedia commons)
Quando nel 1952 Federico IX andò in visita ufficiale in Groenlandia, fu accolto dai cittadini come espressione di un potere ancora coloniale ma anche come simbolo di unità nazionale, all’interno della quale, pur nella strada autonomista, la Groenlandia ha deciso di rimanere fino ad oggi, mai opponendosi alla collaborazione con l’ospite americano.

Donald Trump durante la campagna elettorale (cr. Gage Skidmore Wikimedia commons)
Tuttavia il rinnovato interesse trumpiano nei confronti del gigante di ghiaccio ha assunto una fisionomia completamente diversa, parzialmente placata dopo le dichiarazioni di Davos ma comunque predatoria e intimidatoria, solo apparentemente inconsapevole della storia delle relazioni tra Stati Uniti e Groenlandia: gli strumenti per collaborare con l’isola, nel caso di presunte o concrete minacce esterne, ci sono sempre stati e rimangono tutt’oggi. Basterebbe non considerarla come un affare immobiliare.
Riproduzione riservata