Il risorgimento moderato di Manzoni
Sebastiano De Albertis, "Garibaldi visita Manzoni", 1863, Museo del Risorgimento a Milano (Wikimedia commons)
Simpatizzava con i patrioti ma senza esporsi di persona
Alessandro Manzoni guardò sempre con simpatia ai moti risorgimentali, leggendoli e interpretandoli da cattolico e liberale quale era. Non si espose però mai in prima persona nel dibattito politico e ideologico che allora animava i vari schieramenti che miravano all’unità e all’indipendenza dell’Italia. Manifestò comunque la sua vicinanza partecipando agli avvenimenti in corso con alcuni suoi scritti molto significativi come “Marzo 1821”, testo che celebrava l’insurrezione milanese.

Il più famoso fra i ritratti di Manzoni, eseguito da Hayez (Wikimedia commons)
Si disse convinto che le rivoluzioni sono legittime solo quando rispondono a tre condizioni: che il governo sia irriformabile; che la rivoluzione per la conquista della libertà si svolga senza recare al popolo maggiori sofferenze; che avvenga con il consenso popolare ma, soprattutto, con la sua partecipazione attiva. Nulla dunque doveva essere imposto dall’alto, forzando la volontà e il desiderio della nazione.

Jannin, stampa sulla "Presa dalla Bastiglia", museo della Rivoluzione (Wikimedia commons)
Tutto ciò si desume dal suo, spesso dimenticato, Saggio comparativo su la rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859. Nel mettere a confronto le due rivoluzioni, Manzoni giunse alla conclusione che al fallimento della riluttante politica liberale di Luigi XVI corrispondeva il successo di quella di Vittorio Emanuele II. Considerava la Rivoluzione francese illegittima e distruttiva perché mossa da folle violente che rappresentavano solo una parte della nazione francese.

Re Vittorio Emanuele II e re Luigi XVI (E. Disderi e J. Duplessis Wikimedia commons)
Manzoni era consapevole che la creazione del Regno d’Italia era stata in buona parte frutto di una operazione diplomatica, ma essendo stata condotta e guidata da Torino, garantiva la necessaria continuità istituzionale.

Di autore ignoto, episodio della battaglia di Novara (Wikimedia commons)
Fondamentale, a suo parere, fu poi il mantenimento, anche dopo la sconfitta di Novara, del tricolore e dello Statuto. Inoltre l’opzione per lo Stato unitario, anziché federale evitava il pericolo di perpetuare le antiche divisioni, da sempre esistenti nella penisola, e di creare le condizioni perché gli interessi locali prevalessero su quelli nazionali. Anzi bisognava creare, diffondere e imparare una vera lingua comune, indispensabile per unire e creare i nuovi italiani. Il successo dei I Promessi sposi avvalorava la sua convinzione.

Lucia Mondella e Manzoni nel murale di via Porta a Lecco (cr. chiedoaiuto Wikimedia commons)
Da cattolico liberale si disse convinto che anche il potere temporale del Papa non poteva essere ulteriormente mantenuto, perché in contraddizione con gli ideali della rivoluzione nazionale italiana e ormai privo di un valore storico e sociale.

Hayez, ritratto di Cavour, e Rosmini, ritratto dì autore ignoto (Wikimedia commons)
Manzoni apprese dall’amico Rosmini che si potevano conciliare i sentimenti di un vero patriottismo con gli altrettanto veri ideali di un autentico cattolicesimo. In quest’ultima considerazione risiede forse la ragione per cui non sentì mai il bisogno di visitare Roma, come d’altra parte accadde a Cavour.
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