Iran, il nuovo azzardo dell'Occidente

Iran, il nuovo azzardo dell'Occidente

I rottami di elicotteri americani dopo il fallito intervento all'ambasciata di Teheran (agenzia Irna)

La scommessa persa del colpo di stato contro Mossadeq

Il primo febbraio 1979 Deng Xiaoping partiva da Washington. Lo stesso giorno, l’Ayatollah Khomeini tornava a Teheran: il destino aveva deciso di girare la ruota della storia. Deng, su invito del Presidente Carter, si era recato negli Stati Uniti per completare la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Pechino e Washington in chiave anti-sovietica.


Deng Xiaoping con Jimmy Carter (cr. K.H. Schumacher Wikimedia commons)

Nella settimana tra gennaio e febbraio del ‘79, mentre avveniva il successo politico/mediatico di Carter e Deng, in Medio Oriente, a Teheran, saltava il banco di un’azzardata scommessa della politica estera americana, il regime dello Shah Mohammad Reza Pahlavi.


Reza Pahlavi con Kennedy e il sottosegretario dalla Difesa McNamara (cr. R. Knudsen Wikimedia commons)

Quel giorno, un martedì, la prima pagina del Washington Post apriva con il titolo “Milioni accolgono Khomeini in Iran”: l’articolo riportava l’intenzione della guida spirituale di espellere, con l’aiuto di Allah, tutti gli stranieri dal paese.


Il ritorno di Khomeini dall'esilio francese (Wikimedia commons)

Ridurre la rivoluzione del 1979 alla svolta oscurantista e sanguinaria che Khomeini impresse all’Iran negli anni successivi e che prosegue tutt’oggi, é un errore: oltre alla componente religiosa, la fine dei Pahlavi fu dettata dal collasso dell’economia, dalla corruzione del regime e da uno sdegno nazionalista provocato dal rapporto che la classe dirigente aveva instaurato con gli  States: l’idea che tutto ciò che succedeva nella politica iraniana dipendesse da una mano invisibile derivava da una ferita recente, provocata dal colpo di stato che, nel 1953, portò alla caduta del Primo Ministro Mohammad Mossadeq.



Mossadeq con il presidente Truman (cr. Abbie Rowe Wikimedia commons)

La rivista Time il 2 gennaio 1952 nominò Uomo dell’Anno Mossadeq: non era la prima volta che il politico compariva sulla copertina della rivista ma la particolarità del servizio del ‘52, intitolato “Challenge of the East”, Sfida dell’Est, era che l’uomo veniva presentato come una caricatura di statista, un popolare nazionalista un po’ fanatico, animato da odio per l’Occidente.

Più che essere un ritratto, l’articolo era un’introspezione di una errata postura di politica estera: la leadership di Mossadeq si sviluppò infatti nel voler garantire, tra il 1951 e il 1953 come Primo Ministro del paese, il controllo nazionale delle risorse naturali e nel rappresentare l’integrità dell’Iran.


Mossadeq con il figlio Gholem Hossein e la figlia Zia Achraf Bayat Wikimedia commons)

Nel perseguire questi obiettivi Mossadeq si scontrò con gli inglesi, che persero il controllo dell’oro nero persiano dopo la nazionalizzazione; con gli americani, che si unirono al boicottaggio di Westminster alle esportazioni del petrolio; con il Tudeh, il partito comunista; con il clero sciita militante, guidato dall’ayatollah Kashani; con i proprietari terrieri, colpiti dalle riforme a favore dei contadini; con la monarchia Pahlavi, il cui potere fu limitato costituzionalmente.

A causa delle tensioni su più fronti, Mossadeq si dimise il 16 luglio del ‘52, per riprendere il suo incarico cinque giorni dopo: tuttavia, nell’agosto dell’anno successivo, dopo aver costretto lo Shah all’esilio e a causa dei disordini interni, Mossadeq fu abbattuto da un colpo di stato.


Movimenti di uomini e mezzi durante il colpo di stato, 1953 (Wikimedia commons)

Chi firmò il golpe? Nel documento “Zendebad, Shah!” (Lunga vita al Re!), elaborato dalla Cia nel 1998 e desecretato nel 2017, l’analista Scott Koch indaga il ruolo svolto da Kermit Roosevelt, coordinatore di Ajax, operazione congiunta anglo-americana nel cambio di regime: le lacerazioni politiche tra nazionalisti, comunisti, liberali e il clero reazionario resero possibile la caduta di Mossadeq, ma l’amen fu pronunciato dalla Cia.


Kermit Roosevelt, nipote del presidente Theodor (Wikimedia commons)

L'azione, inizialmente concepita come un colpo di stato militare, dopo il fallimento di questa opzione fu trasformata in un'azione politica volta a portare i militari e la popolazione a schierarsi con lo Shah e contro il governo di Mossadeq. L’operazione ebbe tecnicamente successo nel breve periodo ma sia i presupposti su cui si basava sia le conseguenze a lungo termine si rivelarono disastrosi.

Parte della politica e dell’intelligence americana temeva che Mossadeq fosse un apripista per il comunismo, un potenziale alleato dei sovietici: figlio di una principessa, studi a Parigi e in Svizzera, Mossadeq era invece un aristocratico, sicuramente nazionalista, ma non ideologicamente ostile all’Occidente: l'errore fu interpretare l'Iran attraverso la lente, in questo caso appannata, della guerra fredda.


L'assalto degli studenti islamici all'ambasciata statunitente (Wikimedia commons)

Inoltre, eliminando Mossadeq, gli Stati Uniti, da una parte, distrussero l'unica alternativa laica allo Shah, che rese le istituzioni religiose uno spazio di dissenso, e, dall’altra, resero la monarchia vulnerabile all'accusa di essere un burattino delle potenze occidentali, contribuendo ad alimentare un risentimento nazionalista che alimentò il fervore rivoluzionario che i mullah riuscirono a capitalizzare.


Carter durante il G7 con Andreotti, Fukuda, Schmidt e D'Estaing (cr. White Houde Photos Wikimedia commons)

Durante la crisi degli ostaggi del ‘79-81, un giornalista chiese al presidente Carter se ritenesse appropriata la scelta americana di riportare lo Shah sul trono nel 1953: il presidente, solitamente molto onesto, rispose che si trattava di storia antica, sulla cui appropriatezza era inutile tornare. Settantatré anni dopo la fine politica di Mossadeq, la storia continua a bussare alla porta.

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