La difficile vita nelle filande
Giovanni Migliara, "La filanda Mylius Boffalora sopra Ticino" (Wikimedia commons)
L’esempio di Ornella, poca salute, salvata dall’amore
Tutti mi dicono che sono nera/ed è il fumo della caldaia/il mio amore me lo dice/non fare questo brutto mestiere/Tutti mi dicono che sono gialla/è il vapore della filanda/quando sarò in campagna/ i miei colori ritorneranno.
Ornella lo ascoltava spesso questo canto dolente quando andava a vedere l’uscita delle donne che lavoravano in una filanda, nei pressi di casa. Sapeva che prima o poi sarebbe dovuta essere tra quelle filarine. Primo perché doveva contribuire alla magra economia familiare e perché la sua maestra diceva che il lavoro dona libertà alle donne.

Donne al lavoro nella filanda Puricelli Guerra, fino 800 (Wikimedia commons)
Ornella aveva quattordici anni e possedeva la bellezza dell’età. Capelli neri e folti, mossi da soffici onde, sguardo profondo e un corpo più grande dei suoi anni. Viveva con la famiglia a Motta Visconti, non lontano da Milano, al confine con Pavia e situato nel parco del Ticino. Un paese che ai primi del ‘900 era abitato principalmente da muratori, contadini e lavoratori delle filande.
La coltivazione dei gelsi all’epoca era diffusa, piante che preferivano climi temperati e si adattavano a diversi tipi di suolo, purché ben drenati e fertili. Era l’epoca della produzione di bachi da seta in quanto la seta era ricercata in tutta Europa.
Materia prima
In ogni famiglia di Motta Visconti venivano allevati in casa i bachi da seta, collocati sopra ad arelle di rami, situati normalmente in cucina dove faceva più caldo. Questo era avvenuto anche in casa di Ornella; si ricordava la leggenda che la maestra raccontava. Un’imperatrice della Cina mentre passeggiava, vide un bruco su un ramo di un albero. Lo sfiorò e si meravigliò perché dal bruco usciva un filo di seta; iniziò ad arrotolarselo intorno al dito fino a scoprire la formazione di un bozzolo.
Niccolò Cianfanelli, "Matrimonio di Renzo e Lucia", Palazzina della Meridiana. Il manzoniano Renzo era operaio filatore (Wikimedia commons)
Comprese allora quanto fosse intenso il legame tra il baco e la seta. L’imperatrice diffuse la scoperta al suo popolo che negli anni divenne esperto nel produrla. Sulle arelle, costruite dal padre, le uova dei bachi da seta riposavano meglio dei cristiani, pensava Ornella, perché nella stanza in cui dormivano in tre mancava l’aria e lo spazio era ristretto. Sulle arelle c’erano rametti, cespugli di foglie di gelso in modo che allo schiudersi delle uova i bruchi appena nati potessero trovare un terreno ideale per creare il bozzolo.
La tecnica
Ornella si era documentata e sapeva che i bachi per produrre un chilo di seta dovevano essere più di cinquemila. In seguito raccolti i bozzoli, bisognava immergerli a bollire in un ampio paiolo pieno d’acqua così da uccidere l’insetto che stava all’interno. Celermente occorreva portare i bozzoli nella filanda più vicina per la trattura in cui il bozzolo veniva di nuovo scaldato in acqua bollente per eliminare lo strato gommoso con il quale era ricoperto. 
Bartolomeo Veneto, "Ritratto di donna", si ritiene Lucrezia Borgia, Stadel museum (Wikimedia commons)
Il filo ricavato dai bozzoli, avvolto su un aspo si sarebbe trasformato in seta grezza. Lucrezia Borgia, duchessa di Ferrara e intenditrice d’arte, fin dai primi anni del Cinquecento, aveva sostenuto con una lettera a un certo Mastro Antonio che avrebbe voluto insegnare l’arte della seta, in verità diffusa dai saraceni quando occuparono la Sicilia. Ma le parole delle filarine parlavano invece di fatica e ribellione.
O mamma mia, tienimi a casa/ che in filanda/non voglio più andare.
Le mani
Da un anno Ornella lavorava in filanda e come ultima arrivata era stata collocata in un reparto in cui faceva la cernita dei bozzoli e li divideva per qualità; successivamente immergeva i bozzoli in vasche d’acqua bollente a 80 gradi affinché si sciogliesse la sericina, una colla che li teneva uniti e non permetteva di srotolare il filo di seta prodotto. Ornella usciva con le mani arrossate e gonfie. Nel naso l’odore del vapore saturo di esalazioni nauseanti. In filanda le ragazze non potevano parlare tra loro, se sgarravano venivano multate. Intanto le idee socialiste si diffondevano insieme a richieste di miglioramento; in alcune città manifestazioni di massa denunciavano le condizioni di lavoro. 
Matasse di seta stese nella filanda, qui in Uzbekistan (cr. Bgag Wikimedia commons)
Alle filarine era permesso cantare, quasi ad esorcizzare l’atmosfera pesante. Tra un canto e l’altro qualcosa trapelava. La Nera le raccontò di avere un fidanzato che faceva il bracciante. Dopo un mese le rivelò che sarebbe stato l’ultimo giorno di lavoro in quanto aspettava un bambino. Ornella la invidiò, ma più tardi venne a sapere che Nera aveva abortito. Per forza - dissero alcune - chi lavora qui dentro non gode di salute.
Lotta sociale
C’era animosità in giro per le disuguaglianze che balzavano agli occhi. Gli strumenti per combatterle non erano molti, aleggiava un sacro timore verso chi offriva lavoro. Le idee socialiste però infondevano coraggio e alcuni comprendevano quanto fosse importante incanalare il malcontento di chi dava tutto nel lavoro e in cambio riceveva poco. Iniziavano a fare proseliti le parole futuro e progresso.

La Conca della Filanda, lungo il Naviglio Pavese (cr. Yorick39 Wikimedia commons)
Ornella in un giorno di festa, seduta con alcune amiche sulle sponde del Naviglio pavese, canale che si butta nel Ticino, vide un giovane su una barca che trasportava mattoni. Seppe che si chiamava Olindo, muratore, lavoratore infaticabile. Da allora per Ornella ebbe inizio un altro domani, in una piccola casa in via della Seta.
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