La leggenda di Mastro Titta, boia di Roma

La leggenda di Mastro Titta, boia di Roma

Mastro Titta in un fascicolo antipapalino (Wikimedia commons)

Dopo 516 esecuzioni, il Papa lo mandò in pensione

 

Il 17 agosto 1864 il brigante Domenico Antonio Demartino viene impiccato in via de’ Cerchi a Roma. La folla che assiste all’esecuzione, anche perché costretta dalle autorità, è inorridita e sembra non sopportare più simili condanne.


Stampa d'epoca colorata con Mastro Titta che mostra la testa mozzata di una donna (Wikimedia commons)

Con questa esecuzione si conclude la lunga carriera di Giovanni Battista Bugatti (1779-1869), più noto come Mastro Titta, locuzione che a Roma è sinonimo di boia, penultimo carnefice della Roma dei papi. A ottantacinque anni si ritira a vita privata, convinto, da cattolico osservante com’è, d’aver fatto il suo dovere al servizio della chiesa e del Papa. È abilissimo in tutte e tre le varianti d’esecuzione: impiccagione, mazzolate e squartamento, decapitazione.


Nino Manfredi, Ornella Vanoni e Aldo Fabrizi (Mastro Titta) nel musical Rugantino (Wikimedia commons)

Il suo aspetto non si addice certo alla sua professione. Appare, infatti, come un inoffensivo borghese che spesso viene visto sorridente a passeggiare di buon umore. Basso di statura, non nasconde una certa cura della persona e dell’abbigliamento. Per nulla turbato dalle orrende funzioni svolte nelle quali del resto eccelle, abita nel quartiere Borgo, in Vico del Campanile, ed è conosciutissimo.


La casa di Mastro Titta, in Vico del Campanile (Wikimedia commons)

Nei lunghi periodi di inattività conduce una vita modesta e si mantiene vendendo e verniciando ombrelli, anche se viene accuratamente evitato dalla popolazione. Alcuni testimoni raccontano che al suo passaggio la gente si faceva il segno della croce, mentre altri si levavano il cappello, quasi a volerselo ingraziare. Considerandolo protetto dal Papa, forse con lui anche in confidenza, chi lo incontrava lo omaggiava con gesti plateali di grande rispetto e timore. Titta avvertiva tutto questo clima a lui ostile tanto da evitare di farsi vedere al di là del Tevere. Raramente, infatti, se non in occasione delle esecuzioni osava attraversare il fiume e farsi vedere dalle parti di Campo de’ Fiori. Preferiva restare protetto dalle parti di San Pietro, dove nessuno osava minacciare la sua incolumità.

Folla in piazza San Pietro davanti alla basilica (Wikimedia commons)

Titta aveva iniziato a esercitare quella inconsueta professione nel 1796, a soli diciassette anni, senza mai essere colto da alcun senso di colpa. Ora che è vecchio e stanco dopo 516 “servizi” - con una media di 7 condanne annue - sempre perfettamente eseguiti, scrive le sue Memorie, che però saranno pubblicate solamente diciassette anni dopo la sua morte ed ebbero grande successo.


La casacca rossa indossata da Mastro Titta durante le esecuzioni (dalla pagina Fb Le bellezze di Roma)

Nel libro Titta confessa con estrema sincerità: “Non provo alcuna tema per ciò che ho fatto. Se il bisogno lo richiedesse e le forze me lo consentissero, lo rifarei da capo senza esitare, perché mi considero il braccio esecutore della volontà che Dio emana dai suoi rappresentanti in terra”.


La copertina delle memorie di Mastro Titta 

In generale le esecuzioni capitali, perché fossero di monito, erano pubbliche e avvenivano a Piazza del Popolo, o a campo de Fiori, o nella piazza del Velabro, resa celebre da Monicelli e dalla magistrale interpretazione di Alberto Sordi nel film “Il marchese del Grillo”.


Le riprese del Marchese del Grillo in Campidoglio. Da sinistra Sordi, il sindaco Petroselli, Milli, Stoppa e Monicelli 

Il poeta dialettale Giuseppe Gioacchino Belli gli ha dedicato diversi sonetti, divenuti molto popolari, e in epoca contemporanea la figura di Mastro Titta è rievocata in “Rugantino” di Garinei e Giovannini, una delle commedie musicali di maggior successo di tutti i tempi.


Il monumento a Belli a Trastevere (cr. Livioandronico 2013 Wikimedia commons)

Giambattista Bugatti, purtroppo, non sarà l’ultimo boia pontificio. Ritiratosi con una pensione di 30 scudi concessagli da Pio IX, passerà le consegne a un altro efficiente esecutore di giustizia, Vincenzo Calducci, suo allievo e destinato a essere l’ultimo boia di Roma. Giovanni Battista Bugatti venne sepolto con il suo vero nome nel cimitero di Senigallia, sua città natale. Una leggenda racconta che a volte il suo fantasma continua ad aggirarsi di notte nei luoghi dove i condannati erano stati giustiziati.

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