La Shoah in poche parole

La Shoah in poche parole

La ferrovia che portava nel campo di Auschwitz Birkenau (cr. Jacek7770 Wikimedia commons)

I luoghi, i numeri, il necessario per capire

Nel Giorno della Memoria iosonospartaco.it propone questa guida agli eventi della Shoah scritta da Gianpiero Grotti, appassionato divulgatore della materia.

Una visita al campo di Auschwitz; come per tanti un impatto emotivo profondo, la consapevolezza di saperne troppo poco, di essersi sempre accontentato di poche immagini e ancor meno letture. Da lì è partita una ricerca di mesi, non sicuramente degna di uno studioso o di uno storico, ma senz’altro motivata da un profondo interesse che è aumentato via via.


La deportazione dal ghetto di Varsavia (Jurgen Stroop Wikimedia commons)

Scontato forse rimarcare la sensazione di incredulità ed orrore per fatti che rappresentano un unicum nella storia umana recente. Non oso dare una mia interpretazione di questi fatti, sarebbe solo ripetitiva e velleitaria; preferisco, in questa giornata speciale, proporre qualche spunto, qualche suggerimento che possa incoraggiare anche altri ad affrontare queste vicende.

Il nome

Olocausto, genocidio, Shoah. Nessuno descrive appieno, ma neanche è stato possibile coniare un termine ad hoc. Olocausto ha una radice religiosa e richiama l’idea di sacrificio del popolo ebreo; genocidio è stato usato, anche recentemente, per altri fatti tragici, ma diversi fra loro. Come diceva Claude Lanzmann, che ha prodotto diversi film-documentari tra i più importanti sull’argomento, se avesse potuto non avrebbe dato alcun titolo al suo capolavoro ma, dovendo scegliere, ritenne “Shoah” il più consono. Shoah, cioè catastrofe immane, disastro assoluto. Impressionante anche il termine usato da rom e sinti: porrajmos, il “grande divoramento” che inghiottì circa 250.000 di loro.


Donne e bambini ebrei in attesa di entrare nel crematorio 4 di Auschwitz Birkenau (cr. Yad Vashem Wikimedia commons)

Ma, aldilà dei termini, la prima domanda che viene in mente è cosa rende così unica la Shoah, rispetto ad altri orrori, magari numericamente simili o maggiori. Lo ha descritto bene Primo Levi in “Sommersi e salvati”: è stata la prima volta che uno stato moderno, avanzato, ha dato priorità organizzativa e di mezzi per far sparire dalla Terra un popolo per quello che “era”, non per quello che faceva, non per motivi politici, non perché avversari in guerra.

I numeri

Sei milioni circa di ebrei uccisi; questa è la cifra più attendibile, due terzi della popolazione ebraica in Europa prima della guerra. Numeri più precisi non si sapranno mai, i nazisti sulla cosiddetta “soluzione finale” così come non scrissero molto prima e durante, provarono a cancellare tutto dopo.


Internati a Buchenwald, il settimo da sinistra nella fila centrale è il Nobel Elie Wiesel (cr. soldato H. Miller Wikimedia commons)

Ma di fronte a simili enormità, prove e testimonianze sono ovviamente molteplici, ed è per questo veramente incomprensibile (e quasi inaccettabile) che possano esistere ricerche e studi negazionisti. E un aspetto su questo che colpisce è che i negazionisti spesso ribaltano sugli altri l’onere della prova delle loro affermazioni, anche le più improbabili: gli ebrei superstiti (tutti…) “esagerano” nelle loro testimonianze, le confessioni dei nazisti sono state (tutte…) estorte o manipolate, nei lager si moriva, ma di stenti e non di camere a gas, e così via.

I campi

Sono l’emblema dell’eccidio degli ebrei e non solo, anche se tutto era iniziato prima, con l’eliminazione dei disabili in Germania (Aktion T4), o con le fucilazioni di massa degli Eisatzgruppen, gruppi militari operativi mobili che seguivano l’avanzata della Wehrmacht verso est uccidendo ebrei, oppositori politici e prigionieri russi, per poi seppellirli in fosse comuni. Dei sei milioni di vittime ebree, infatti la metà morì tramite fucilazione, per fame e stenti nei ghetti, o nelle marce della morte, dai lager verso ovest sul finire della guerra.


Un sonderkommando con la macchina per tritare le ossa dopo la cremazione (Wikimedia commons)

Siamo abituati a chiamare i campi genericamente “di concentramento”, ma più precisamente si trattava di campi di transito (ad esempio Fossoli in Italia) di lavoro (Mathausen), di lavoro e sterminio (Majdanek, Auschwitz), di puro sterminio, quali Chelmno, Belzec, Sobibor, Treblinka, utilizzati tra il 1942 e il 1943 per la Aktion Reihnardt, cioè la eliminazione degli ebrei polacchi ancora reclusi nei ghetti.


L'arrivo di ebrei destinati allo sterminio a Treblinka (cr. Andreovia.pl Wikimedia commons)

E’ incredibile pensare che questi ultimi erano campi concepiti unicamente per uccidere tramite camere a gas, seppellire i cadaveri in grosse fosse comuni e successivamente riesumarli e bruciarli in enormi pire utilizzando dei binari come graticole. Gli ebrei arrivavano in treno (circa 15-20 vagoni alla volta per un migliaio di persone trasportate), erano spogliati, rasati e indirizzati a quelle che veniva detto loro fossero docce per la disinfezione, prima di essere indirizzati al lavoro. In un’ora tutto il processo era concluso.


Ufficiali delle SS in servizio a Belzec (Wikimedia commons)

Belzec è un esempio sconvolgente, uno spazio ridotto, un quadrato di soli 270 metri per lato, qui, in soli nove mesi dal marzo 1942, furono uccisi circa 450.000 ebrei polacchi. La macchina era così spaventosamente efficiente che erano sufficienti 100 persone di guardia, di cui solo 20 SS. I compiti più spaventosi, accogliere e rasare le vittime, accompagnarle alle camere a gas e successivamente vuotarle per seppellire o bruciare i cadaveri era delegato ai membri dei sonderkommando, cioè gruppi di ebrei costretti a fare queste attività e uccisi anch’essi per essere periodicamente sostituiti. Figure che meriterebbero una trattazione a parte per la spaventosità della loro situazione.

Di Belzec sono noti solo due sopravvissuti e grazie a loro si è potuto ricostruire l’esistenza di questo buco nero. I nazisti infatti cercarono di nascondere il tutto, seminando piante e impiantando una fattoria affidata ad un contadino polacco.


Lo scrittore Primo Levi (cr. monozigote Wikimedia commons)

Infine alcuni consigli, assolutamente personali e non esaustivi, per approfondire l’argomento.

Da leggere

Indiscutibilmente prima di tutto “Se questo è un uomo” di Primo Levi, poi “La banalità del male” di Hannah Arendt, e “Comandante ad Auschwitz”, autobiografia di Rudolf Hoss, straniante racconto burocratico di un esecutore dello sterminio. Per una rigorosa ricerca storica, la produzione di Raul Hilberg.


Da vedere

Tutti i documentari di Claude Lanzmann, il suo capolavoro è “Shoah” del 1985, dura più di nove ore ma basta il racconto sulla rivolta del Ghetto di Varsavia per motivare la visione. Poi “Notte e nebbia” di Alain Resnais (1956), “Auschwitz: The Nazis and The Final Solution”, serie della Bbc del 2005. Come film, “La zona grigia” del 2001, molto fedele storicamente, come lo è “Fuga da Sobibor” del 1987. Poi “Il rapporto Pilecki” del 2023 su un eroe polacco che si fece internare volontariamente ad Auschwitz per poter documentare cosa vi accadeva. Una storia incredibile.


Il regista Claude Lanzmann (cr. Donostia Kultura Wikimedia commons)

Come scrivevo all’inizio, spero che questo scritto, pur nella sua limitatezza, possa stimolare l’interesse ad approfondire, a cercare e, come è giusto rimarcare sempre, a non dimenticare.

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