L'ordine: cancellare il ghetto di Varsavia

L'ordine: cancellare il ghetto di Varsavia

La foto simbolo della violenza nel ghetto: il bambino a mani alzate durante la deportazione (dal rapporto Stroop)

Così i nazisti annientarono la rivolta del 1943  

L’insurrezione armata degli ebrei del ghetto di Varsavia contro le truppe d’invasione tedesche, iniziata il 19 aprile 1943, termina il 16 maggio dello stesso anno. Rimarrà nella memoria storica come uno dei momenti più drammatici della Seconda guerra mondiale, dell’eroismo degli ebrei perseguitati e della malvagità dell’ideologia nazista.



Heinrich Himmler, capo delle SS

L’antefatto della rivolta avviene il 18 gennaio ’43, quando Heinrich Himmler, comandante delle SS, subito dopo la sua visita in città, ordina di deportare 24.000 ebrei “utili” in alcuni campi di lavoro dell’est. I circa 70.000 ebrei rimasti dopo anni di stenti, epidemie e deportazioni al campo di sterminio di Treblinka, decidono di opporsi armi alla mano e di difendere la loro vita fino all’ultima goccia di sangue.


Ebrei polacchi in partenza per Treblinka (Wikimedia commons)


Sorpreso da tanta determinazione, Himmler ordina la distruzione totale del ghetto con qualunque mezzo. Migliaia di bunker e tunnel vengono allora scavati sotto le case e, con l’aiuto della resistenza esterna, che non può fare molto non disponendo di armi pesanti ma che svolge un ruolo importante nel mantenere informati gli alleati su quanto accade a Varsavia, si raccolgono tutte le armi possibili. Molte sono anche quelle sottratte ai tedeschi uccisi durante gli scontri.


Il trasporto di cadaveri dal ghetto al cimitero ebraico (Wikimedia commons)


I combattimenti sono violentissimi, tanto che dopo pochi giorni le strade del ghetto sono lastricate di cadaveri e di sangue. La battaglia finale si scatena nel periodo del “Pesach”, la Pasqua ebraica. I tedeschi inviano all’interno del ghetto circa 2.000 uomini tra soldati, SS e poliziotti polacchi. Le case del ghetto sono cannoneggiate e incendiate, mentre gli ebrei rispondono come possono con pistole, alcuni fucili e granate lanciate dalle finestre. Lo scontro è impari e la resa è solo questione di giorni.

Jurgen Stroop, secondo da sinistra, assiste alla distruzione del ghetto (Wikimedia commons)

Il 13 maggio il comandante tedesco Jurgen Stroop, appositamente giunto dai Balcani, ordina la completa distruzione della Grande Sinagoga costruita nel 1877. Il conflitto è violentissimo, disperato e fatale per l’intera comunità ebraica del ghetto. Oltre 13.000 ebrei restano uccisi e 6.000 muoiono bruciati nei bunker, gli altri 42.000 sono deportati in diversi campi di sterminio. I nazisti contano, ma il numero preciso non si saprà mai, 300 morti tra tedeschi e collaboratori polacchi.

Ciò che restava del ghetto nel 1943 (Wikimedia commons)

Al termine della rivolta durata poco meno di un mese, il ghetto viene completamente distrutto. Il rapporto finale stilato il 15 maggio da Stroop è agghiacciante: “Il quartiere ebreo di Varsavia non esiste più. L’azione principale è stata terminata alle ore 20.15 con la distruzione della Sinagoga, il numero totale degli ebrei spacciati è di 56.065, compresi sia gli ebrei catturati che quelli del quale lo sterminio può essere provato”. Il ghetto era stato creato dai nazisti nel 1940 e in breve tempo era diventato il più grande d’Europa. Ospitava oltre 450.000 uomini. Sulle rovine del ghetto sorgerà il campo di concentramento di Varsavia. 

Willy Brandt inginocchiato davanti al monumento (dalla pagina Fb Pagine ebraiche)

Il 7 dicembre 1970 il cancelliere tedesco Willy Brandt, in omaggio alle vittime e come segno di riconciliazione, s’inginocchiò davanti a uno dei monumenti sorti a ricordo della tragedia.

John Hersey e Roman Polanski (cr. M. Kubik per Polanski Wikimedia commons)

Su quel tragico momento della guerra e dell’umanità sono stati girati numerosi film, fra tutti ricordiamo “Il pianista” di Roman Polanski del 2002 premiato con l’Oscar. Tra i romanzi ne vanno invece segnalati almeno due: “Olocausto” di Gerald Green e “Il muro di Varsavia” di John Hersey.

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