Olimpiadi, un fatto politico e religioso
La cerimonia dell'accensione della fiaccola olimpica (cr. Rosso Robot Wikimedia commons)
Così i greci ogni quattro anni vivevano i giochi
A pochi giorni dall'apertura delle Olimpiadi di Milano e Cortina, la grecista Claudia Carri propone una sua ricostruzione sul senso e il significato delle Olimpiadi per gli antichi greci che ne furono i padri.
Il miglior elemento è l’acqua,/l’oro splende come fuoco che arde,/ma se desideri celebrare delle gare/cuore mio/non cercare di vedere un astro/più caldo del sole/e noi non celebreremo dunque una gara superiore ad Olimpia.
Con questi versi il poeta Pindaro inizia la sua Olimpica I, un componimento corale scritto per celebrare Ierone di Siracusa, che aveva vinto la gara olimpica nella corsa a cavallo del 476 a.C. Nell’affermare che Olimpia non ha rivali in Grecia, Pindaro non esagera per compiacere il suo munifico e nobile mecenate (i componimenti che celebravano queste e altre vittorie erano pagati generosamente), ma fa un’affermazione indiscutibile: i Giochi Olimpici e il santuario che li ospitava erano riconosciuti da tutti come il maggior centro di culto di tutto il mondo greco, compreso quello occidentale.

L'antico stadio di Olimpia (cr. Claudia Carri iosonospartaco)
Un centro panellenico dunque, ma prima di tutto religioso, nel quale i greci si ritrovavano intorno al culto di Zeus per celebrarne la potenza, la grandezza e per offrire al dio supremo - garante di giustizia per antonomasia - la manifestazione massima delle proprie virtù atletiche che si esprimevano eminentemente nella gara, nello sperimentare fino a che punto la forza e la volontà della mente e del corpo dell’uomo potessero giungere.

Edouard-Joseph Dantan, "Lanciatore del disco", 1875 (Wikimedia commons)
La gara, espressione peculiare dello spirito agonistico del popolo greco, non era mai con gli dei (non sfidabili nella loro perfezione assoluta), ma neppure in realtà con e contro gli altri uomini, ma per gli dei e per gli altri uomini, allo scopo di emulare la perfezione degli olimpi, i migliori per definizione, come appunto l’acqua, il fuoco, elementi puri, incontaminati, primordiali. Con i giochi funebri in onore di Patroclo, vale a dire gare sportive di corsa, di lotta, di tiro con l’arco e il giavellotto, organizzate per celebrare degnamente la scomparsa di un eroe, si conclude appunto anche l’Iliade.

Jacques Louis David, "Patroclo", 1780 (Wikimedia commons)
Dunque le gare sportive nel mondo greco erano sempre inserite in un contesto di festa religiosa, che fosse Olimpia (sicuramente il santuario più panellenico) o Delfi (Pitiche), Corinto (Istmiche), Nemea (Nemee), con importanti implicazioni politiche, perché la tregua che la durata dei giochi imponeva ogni quattro anni, in un “mondo di ferro” come quello antico, quasi costantemente in guerra, era una boccata d’ossigeno non trascurabile.

Riproduzione della corsa dei carri nelle antiche olimpiadi (Wikimedia commons)
Nei giochi olimpici ogni quattro anni venivano celebrati e consolidati due principi fondamentali: l’unità del mondo greco da occidente a oriente, cioè dalla Sicilia all’Asia Minore, e la pace, perché durante le feste, qui come negli altri centri religiosi, avvenivano anche incontri, scambi di idee, nascevano relazioni politiche, alleanze. Non è un caso che molto tempo dopo l’anno della I Olimpica di Pindaro, un grande uomo di cultura ed educatore come Isocrate scrivesse per le Olimpiadi del 380 a.C. un discorso che sarebbe stato diffuso in quella occasione e che invitava i greci - in un momento molto critico della loro storia – a superare le ataviche divisioni fra i vari stati e a unirsi sotto la bandiera della comunanza di lingua e cultura contro il pericolo rappresentato dalle minacce di conquista del re macedone Filippo.

Il contesto naturale in cui è inserito il sito olimpico (cr. Claudia Carri iosonospartaco)
Il grande retore fu il primo a insistere sulla necessità della realizzazione di una nazione greca e non a caso pensò a Olimpia e alle Olimpiadi per illustrare quella che all’epoca era considerata ancora un’utopia.
Il viaggiatore che arriva oggi a Olimpia da Atene o da Patrasso non potrà non avvertire ancora come un tempo la sensazione di armonia e di pace che questo luogo che si adagia in una tranquilla e verdissima vallata del Peloponneso occidentale trasmette, tra il monte non particolarmente impervio del Cronion e le confluenze di due fiumi, l’Alfeo e il Cladeo.

Area monumentale di Olimpia (cr. Claudia Carri iosonospartaco)
Poiché nei secoli l’Olimpia antica fu abbandonata e la popolazione si spostò più vicino al mare verso l’insediamento di Katàkolon, dove oggi attraccano le navi da crociera che trasportano giornalmente i turisti al sito archeologico e al museo, l’area archeologica di Olimpia si è conservata molto bene e non è stata invasa da nessuna costruzione che ne abbia stravolto il suo armonioso inserimento nel contesto naturale di cui sembra avere fatto sempre parte: così, visitando in primavera quello che resta dei templi, dei portici, delle piazze e soprattutto dello stadio dove si svolgevano le gare più appassionanti, cioè quelle della corsa dei cavalli e dei cocchi, in una cornice naturale di stupefacente bellezza, si può davvero comprendere cosa potesse significare per un greco trovarsi in quel luogo, dove ogni angolo celebrava la bellezza, l’armonia del divino e il bisogno di pace e di giustizia di tutti gli uomini.
Parti del frontone con Lapiti e Centauri (cr. Claudia Carri iosonospartaco)
Nel frontone occidentale del tempio di Zeus si rappresentava infatti la gara delle gare, cioè la lotta dei Lapiti contro i Centauri, barbari violentatori di donne; i Lapiti, con l’aiuto di Teseo, combattono coraggiosamente e li sconfiggono, ricacciandoli nelle loro foreste, situate nelle impervie montagne del Pindo: giustizia e diritto vengono così ristabiliti.
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