San Martino, la vittoria che riabilitò l'Italia

San Martino, la vittoria che riabilitò l'Italia

Carlo Ademollo, "Ultimo assalto a San Martino" (Wikimedia commons)

Le truppe piemontesi legittimate alla guida del Risorgimento

La giornata del 24 giugno 1859 rappresenta uno dei momenti più celebri e sanguinosi del Risorgimento italiano. Sulle colline a sud del Lago di Garda si consumò la doppia battaglia di Solferino e San Martino, lo scontro decisivo della Seconda guerra d'indipendenza che vide contrapposti l'esercito franco-piemontese e quello austriaco. Tuttavia, un'analisi storica accurata impone di scindere i due scontri. Se Solferino fu il vero fulcro strategico che decise le sorti del conflitto, la battaglia di San Martino, che vide protagonista l'armata sarda di Vittorio Emanuele II, assunse un valore prevalentemente simbolico e politico, rivelandosi una vittoria relativa sul piano strettamente militare.


La battaglia di San Martino nell'affresco di Amos Cassioli (Wikimedia commons)

Non si può negare che la battaglia di San Martino abbia avuto un peso specifico enorme per la causa italiana, soprattutto sul piano psicologico e propagandistico. Dopo le delusioni della Prima guerra d'indipendenza (1848-1849), l'esercito piemontese aveva assoluto bisogno di dimostrare il proprio valore sul campo, non solo davanti al Re, ma anche agli occhi dell'alleato francese e delle cancellerie europee che tanto analizzarono la campagna del 1859 con numerosi osservatori e testate giornalistiche internazionali presenti.


Sebastiano De Albertis "L'attacco dell'artiglieria della III divisione" (Wikimedia commons)

Presso San Martino, dall’alba del caldo giorno del 24 giugno, i sardi combatterono con straordinario eroismo contro l'ala destra austriaca guidata dal generale Ludwig von Benedek. Per l'intera giornata, l'altura di San Martino fu teatro di assalti furiosi e contrattacchi alla baionetta. Fulcro dello scontro fu la cascina dei conti Tracagni, la cascina Contraccagna, che ancor oggi si trova ai piedi del roccolo. Trasformata come in un fortino dagli austriaci, fu il fulcro dello sforzo dei piemontesi che la assalirono con diversi attacchi e cariche alla baionetta per occuparla. Conquistare quel colle significò versare un tributo di sangue altissimo ma permise a Vittorio Emanuele II di legittimare il ruolo del Piemonte come guida militare del Risorgimento, dimostrando che gli italiani sapevano battersi e vincere anche da soli contro un impero.


La statua di Vittorio Emanuele II nella torre di San Martino (Wikimedia commons)

Tuttavia, isolando lo scontro di San Martino dal contesto generale, emergono forti limiti strutturali. Quella piemontese fu una vittoria tattica, ma non strategica.

Per quanto la battaglia di Solferino e San Martino si sviluppò in un contesto estremamente complesso per gli eserciti schierati, a causa della erroneità delle informazioni raccolte riguardo la posizione dell’esercito nemico (chiamata battaglia di incontro per questo, inaspettata, non programmata), e le elevate temperature estive, lo schieramento sabaudo dimostrò problematiche legate al coordinamento delle proprie forze in campo e, nonostante disponesse di forze numericamente superiori rispetto all’esercito austriaco, all’efficacia del loro utilizzo. I piemontesi attaccarono in modo frammentario, permettendo alle brigate di Benedek, nettamente inferiori in numero, di respingere ripetutamente gli assalti e di tenere in scacco l'intero esercito sardo per ore.


Luigi Norfini, "La battaglia per la cascina di Contraccagna" (Wikimedia commons)

La battaglia imperversò sulla collina fino al pomeriggio inoltrato, quando una “tempesta” (così chiamata in diverse fonti diaristiche dei soldati) interruppe temporaneamente lo scontro, permettendo ai sabaudi di riorganizzarsi per l’assalto finale e la conquista definitiva della cascina Contraccagna e il roccolo. Una grande vittoria così verrà narrata ma la verità, raccontata dai resoconti austriaci, è diversa. Gli austriaci non furono messi in rotta a San Martino. Il generale Benedek decise di abbandonare le posizioni e ritirarsi oltre il Mincio solo a tarda sera, e non perché sconfitto dai piemontesi, ma perché il crollo del centro austriaco a Solferino rischiava di isolare il suo corpo d'armata.


Foto di soldati austriaci dopo la battaglia di Solferino (Wikimedia commons)

Il destino della seconda guerra d'indipendenza si decise infatti a pochi chilometri di distanza, a Solferino, nelle prime ore del pomeriggio. Lì si concentrò il grosso delle forze francesi guidate da Napoleone III, che affrontarono le forze austriache sul crinale della collina morenica, punto chiave del passaggio fra il lago di Garda e la pianura mantovana a sud, fino a circa le ore 13.30, a seguito dell’intervento decisivo della Guardia imperiale francese.


La torre di San Martino della Battaglia (cr. M. Telò Wikimedia commons)

La caduta della “spia d'Italia” (la rocca di Solferino) per mano francese spezzò in due lo schieramento austriaco, impegnato dalla collina di San Martino alla pianura mantovana, nella località di Medole, costringendo l'intero esercito asburgico alla ritirata generale. Se Napoleone III avesse perso a Solferino, la strenua resistenza piemontese a San Martino sarebbe stata del tutto vana e l'esercito sardo si sarebbe trovato accerchiato.


La dedica della torre di San Martino a Vittorio Emanuele II (cr. Zairon Wikimedia commons)

La battaglia di San Martino fu cruciale per la costruzione del mito risorgimentale e per l'identità dell'Italia unita (non a caso la monumentale Torre di San Martino, costruita fra il 1880 e 1893, celebra l'evento in modo epico). Fu una vittoria fondamentale per l'onore e la politica sabauda, ma militarmente parlando si trattò di un successo riflesso: la sorte della guerra e la successiva liberazione della Lombardia furono firmate dal sangue francese versato a Solferino, lasciando a San Martino il ruolo di una gloriosa, ma non decisiva, appendice.

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