Sequestro Moro, nel lago solo falsità
I sommozzatori nel lago della Duchessa alla ricerca del cadavere di Aldo Moro (Wikimedia commons)
I misteri sul falso documento delle Br e il lago della Duchessa
Sono passati 48 anni da quando Aldo Moro venne rapito e assassinato dalle Brigate rosse, al termine di una prigionia di 55 giorni che sconvolse l’Italia tenendo i governi di mezzo mondo in allarme per le possibili conseguenze della morte – ma ancora di più del rilascio – del presidente della Democrazia cristiana fautore dell’avvicinamento del Partito comunista di Berlinguer al governo.
L'agguato delle Br costato cinque vite in via Fani (cr. AP Wikimedia commons)
La distanza temporale dal 1978 ha affievolito il senso di angoscia vissuto allora per un’azione criminale che rischiò di affondare la Repubblica, ma non ha risolto la lunga serie di misteri che fecero da corollario al rapimento di Moro, inquietanti al punto da ingenerare la convinzione che la verità sia ancora da scrivere e che alcuni di questi misteri siano fra loro collegati. Se due indizi non necessariamente fanno una prova, è però vero che troppe coincidenze non possono essere liquidate come frutto del caso.
16 marzo 1978, la folla attorno al luogo della strage (cr. AP Wikimedia commons)
Uno degli episodi più sconcertanti all’interno del sequestro Moro è relativo al comunicato numero 7 delle Brigate rosse, quello che annunciava la morte di Moro indicando il fondo del lago della Duchessa come luogo in cui recuperare il cadavere. Un comunicato palesemente falso che invece venne subito accreditato come vero, con una tempestività inconsueta considerando la delicatezza della situazione.
Il falso comunicato numero 7 delle Brigate Rosse (Wikimedia commons)
Eppure gli elementi per dubitare non mancavano, a cominciare dalla brevità del testo. Tutti i comunicati delle Br riportavano testi lunghissimi, in alcune parti anche di difficile interpretazione. Il numero 7, fatto ritrovare con una telefonata alla redazione del Messaggero, invece era stringato, come una specie di telegramma allungato, e soprattutto era scritto male, presentando anche alcuni errori ortografici, impensabili in un testo scritto dalle Br. La parola “sopruso” è con due p, e impantanato diventa inpantanato.

Il lago della Duchessa in tarda primavera (cr. Giu gent93 Wikimedia commons)
Il contenuto però era lacerante. Moro è stato ucciso tramite “suicidio”, formula singolare, e il cadavere (“consentiamo il recupero della salma”, si legge) è stato gettato nel lago della Duchessa, del quale si forniscono anche le coordinate, considerando che si tratta di uno specchio d’acqua piccolissimo in un’area montuosa remota al confine fra la provincia di Rieti e l’Abruzzo.
Una foto estiva del lago della Duchessa (cr. Matteo Regazzi Wikimedia commons)
Le incongruità e le coincidenze iniziano subito. Intanto la data del comunicato, 18 aprile 1948, trentesimo anniversario della vittoria della Dc alle elezioni politiche che segnarono la sconfitta dei partiti di sinistra. Ma soprattutto la collocazione geografica, perché il lago della Duchessa è a 1.800 metri di altitudine, in una zona impervia coperta dalla neve fino a primavera inoltrata. E quel 18 aprile 1978 il lago era completamente ghiacciato. Per buttarci un corpo dentro sarebbe stato necessario trascinarlo per un lungo tratto sulla neve per poi rompere il ghiaccio con qualche strumento meccanico o con l’esplosivo.

Una lettera di Moro dalla prigionia (cr. Direzione generale degli archivi Wikimedia commons)
Ma la neve intorno al lago era intatta e il ghiaccio perfettamente integro. In sostanza già a prima vista era evidente che il comunicato forniva notizie false. Tuttavia si tentò ugualmente la ricerca sul fondale anche se in condizioni proibitive. I subacquei si immersero nelle acque con temperature gelide per non trovare nulla, come era logico.
Queste operazioni di ricerca ebbero un enorme impatto mediatico, vista la tensione che si respirava in Italia in quei giorni. Si potrebbe addirittura dire che quello del lago sia stato davvero il primo tentativo concreto – e ben visibile – di trovare Moro, dal momento che per il resto l’azione palese delle forze dell’ordine si era limitata a continui posti di blocco e controlli stradali per l’identificazione di possibili sospetti, restando sotto traccia il lavoro investigativo vero e proprio.
L'ingresso del palazzo di via Gradoli 96 (dal sito Anniaffollati.it)
Ma non fu quella l’unica notizia del 18 aprile 1978. Gli italiani appresero anche che era stato scoperto un covo delle Br in via Gradoli 96 a Roma, il tutto grazie a un banale incidente domestico, una perdita d’acqua. Che tanto banale non era, visto che l’allagamento era provocato da un getto di doccia lasciato aperto e posizionato, con l’aiuto di una scopa, verso un muro. In pratica qualcuno aveva voluto che il covo venisse scoperto. Pura coincidenza? Difficile crederlo.

Aldo Moro qui con Amintore Fanfani (Wikimedia commons)
Si appurò grazie ai processi celebrati sul caso Moro che il comunicato depistante numero 7 era stato scritto da un falsario, Antonio Tony Chichiarelli, legato alla banda della Magliana e in seguito entrato nelle indagini per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli nonché protagonista della clamorosa rapina miliardaria alla Brink’s securmark. Chichiarelli venne poi ucciso nel 1984 e anche questo delitto resta un mistero.
Pecorelli freddato nella sua auto (Wikimedia commons)
Quali certezze ci sono alla fine di un simile intreccio di episodi criminali e depistaggi? Molto poche. Si può ipotizzare che il falso comunicato (del quale non si è mai accertato il mandante) sia stato concepito in ambienti dei servizi segreti dopo un periodo di silenzio e di stasi nelle trattative con le Br per la liberazione di Moro. Ne parlò lo specialista inviato dalla Cia per seguire in caso in Italia, Steve Pieczenik, che ammise di avere avuto un ruolo nell’ideazione del comunicato, salvo poi dire di avere lasciato cadere il progetto per ritrovarsi alla fine di fronte al lavoro fatto e concluso.

Il comunicato numero 1 delle Br che rivendica strage e sequestro
Che scopo aveva il falso? Probabilmente, e qui entriamo nelle ipotesi, dare un segnale alle Br affinché avvertissero la terra scricchiolare sotto i piedi. Se fino a quel momento erano stati i brigatisti a giocare le carte, lo Stato ora voleva rovesciare il tavolo. In questo senso, si può dire che il comunicato falso abbia ottenuto il proprio scopo, visto che le Br diramarono un vero comunicato con la foto di rito di Moro con la prima pagina di Repubblica del giorno stesso. Quindi Moro era vivo, e per riaprire la trattativa le Br chiedevano il rilascio di 13 brigatisti carcerati. Richiesta che non ebbe esito.
Il monumento alle vittime di via Fani (cr. Giu pepis Wikimedia commons)
Risibile l’ipotesi che il falso avesse lo scopo di allontanare le forze dell’ordine da Roma per facilitare il trasferimento di Moro da un luogo a un altro. Per quanto al lago della Duchessa abbiano agito in molti, il numero era irrilevante rispetto al complesso delle persone impegnate nella capitale.
Appare evidente il collegamento con il caso Pecorelli, considerando che il giornalista assassinato il 20 marzo 1979 si era impegnato in maniera massiccia nello scrivere del sequestro Moro, con articoli dal sapore della preveggenza, segno della presenza di informatori autorevoli. La sua morte, altro mistero italiano, racchiude in sé la possibile soluzione di più di un caso.

La foto scattata a Moro il giorno del rapimento (Wikimedia commons)
Il comportamento di Chichiarelli dopo il sequestro Moro e la morte di Pecorelli è difficile da interpretare. Il giorno dopo l’uccisione del giornalista, il falsario dimenticò – volontariamente – su un taxi un borsello con oggetti che in qualche modo rimandavano al sequestro Moro: proiettili, una pistola, particolari fazzoletti di carta. Si trattava con ogni probabilità di un messaggio lanciato a qualcuno. Pochi anni più tardi, nel 1984, a Chichiarelli fu chiusa la bocca per sempre.
Il cadavere di Moro nel baule della Renault 4 (Wikimedia commons)
Il finale del sequestro è storia. Moro venne assassinato il 9 maggio di quell’anno e la foto del cadavere nel baule di una Renault 4 rossa resta uno degli emblemi degli anni bui italiani. Cinque processi e il lavoro delle commissioni parlamentari hanno portato alla raccolta di un numero enorme di dati e circostanze, ma altrettanto grande resta il numero dei misteri senza soluzione. Ma torneremo a parlarne.
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