Un giardino per il fotografo ucciso
Donbass, bambini nascosti in un rifugio (cr. A. Rocchelli)
Omaggio del Collegio Ghislieri ad Andrea Rocchelli, ammazzato in Donbass
Domenica, 24 maggio, il Collegio Ghislieri di Pavia ricorderà Andrea Rocchelli, ucciso in Ucraina durante il suo lavoro di giornalista fotografo. La cerimonia si svolgerà nel collegio dalle 10 alle 13 in piazza Ghislieri 4
C'è una fotografia che Andrea Andy Rocchelli scattò a Sloviansk, nel Donbass, pochi giorni prima di morire. Mostra un gruppo di bambini rifugiati in uno scantinato, raccolti attorno a una fonte luminosa che isola i corpi dal buio. Nessuna presenza adulta, nessuna gerarchia protettiva. Solo corpi esposti. In quella immagine c'è tutto: la guerra non come esplosione spettacolare, ma come infrastruttura della vulnerabilità. L'immagine che smette di rappresentare e comincia a implicare. Chi guarda diventa responsabile.
Madre e figlio in un rifugio (cr. A. Rocchelli)
Il 24 maggio 2014, Andrea Andy Rocchelli, trent'anni, fotoreporter di Pavia, viene ucciso ad Andreevka, alla periferia di Sloviansk. Con lui muore Andrej Mironov, giornalista russo, attivista per i diritti umani, ex dissidente. Rimane ferito il corrispondente francese William Roguelon. Si sono nascosti per ripararsi dal fuoco ucraino. Artiglieria pesante e leggera. Un'ora d'inferno. Fino a un ultimo, mirato, colpo di mortaio.
Uno scorcio del Giardino della ricerca (cr. Baracchi e Campanin)
Dodici anni dopo, quella morte è ancora una ferita aperta. I tre gradi di giudizio hanno stabilito che Rocchelli e Mironov sono stati uccisi da colpi sparati da postazioni dell'esercito ucraino, in un attacco definito privo di qualsiasi provocazione. La verità dei fatti è stata accertata. Ma i colpevoli non sono stati condannati. E la famiglia Rocchelli combatte da dodici anni una battaglia di dignità nella ricerca di giustizia.

Il giornalista Mironov, ucciso con Rocchelli (cr. Sophia Kayes Wikimedia commons)
Domenica, 24 maggio, nel dodicesimo anniversario della morte, il Collegio Ghislieri di Pavia inaugurerà il Giardino della Ricerca, uno spazio del giardino storico dedicato ad Andy. Non un monumento. Non una statua che fissa il lutto. Ma un luogo vivo, uno spazio che obbliga a tornare. Perché la memoria, quando è reale, non consola. Disturba.
"Il nome Giardino della Ricerca è stato scelto per la sua duplice risonanza", scrive il Rettore del Collegio Ghislieri, Alessandro Maranesi, nell'appello firmato da migliaia di persone, con il sostegno di Amnesty International, Libera, Articolo21. "Ricerca come indagine della verità: la ricerca giornalistica di Andy, la ricerca di giustizia della famiglia. E ricerca come gesto botanico: la cura paziente di ciò che si semina. Così come un giardino domanda cura costante, la verità domanda che qualcuno continui a cercarla, a coltivarla, a difenderla dall'incuria e dall'oblio".
Kirgyzistan, ritorno nella casa distrutta per pulizia etnica (cr. A. Rocchelli)
La giornata commemorativa del 24 maggio vedrà gli interventi di Michele Serra e dell'ex magistrato Gherardo Colombo, la presentazione del podcast Andy Rocchelli-Andrej Mironov, la ricerca della verità di Enrico Rotondi e Agostino Zappia, l’inaugurazione della targa e la visita al Giardino. Andy Rocchelli non era un fotografo di guerra nel senso spettacolare del termine. Non cercava il fronte. Cercava i civili. Le sue immagini non inseguivano l'evento, ma la sua ricaduta umana. I margini del conflitto, dove la guerra smette di essere geopolitica e torna a essere corpo.

Rivoluzione di Maidan, scontri con la polizia (cr. A. Rocchelli)
Tra i fondatori del collettivo fotografico Cesura, con una ricerca concentrata sull'Europa orientale e la Russia, Rocchelli aveva costruito uno sguardo che rifiutava la pornografia della violenza. La sua fotografia non documentava semplicemente: esponeva.
Nelle immagini dal Donbass non ci sono eroi né iconografie facili. Ci sono scantinati usati come rifugi, madri sedute accanto ai figli durante i bombardamenti, anziani davanti a finestre esplose, cucine apparecchiate mentre fuori cade l'artiglieria. In uno scatto, un uomo fuma seduto davanti a un palazzo sventrato. La normalità e la distruzione convivono. Era questa la forza di Rocchelli: mostrare come l'orrore si deposita dentro la vita ordinaria.
Dalla Libia alla Siria, dall'Afghanistan ai Balcani, le sue fotografie parlavano il linguaggio del bianco e nero, della composizione rigorosa. Non l'urgenza dell'orrore, ma la persistenza della dignità dentro l'orrore. Per questo richiama i maestri del reportage umanista — da Capa a Nachtwey — ma senza retorica eroica. In Rocchelli c'era qualcosa di più scomodo: la consapevolezza che ogni immagine è sempre insufficiente, e proprio per questo necessaria.
La spiaggia di Andreevka, paese in cui Rocchelli è stato ucciso (Wikimedia commons)
Nel tempo delle commemorazioni consumate in una giornata social, scegliere un giardino significa scegliere qualcosa di meno immediato e molto più esigente. Non celebrare un eroe ma creare uno spazio che obblighi a tornare. Non monumentalizzare una vittima ma costruire responsabilità collettiva.
Un giardino non permette la comodità della distanza: chiede cura, attraversamento, responsabilità. Non si guarda soltanto. Si abita. È una forma di memoria anti-spettacolare e, proprio per questo, profondamente politica. Non dice "ricordiamo". Dice: "la verità c'è. Adesso resta da capire cosa siamo disposti a farne".

Ritratto fotografico di Andrea Rocchelli (Wikimedia commons)
Andy Rocchelli non cercava solo immagini. Cercava il mondo. E continuava a cercare la verità con il rigore e il coraggio che oggi la sua famiglia porta avanti. Il Giardino della Ricerca è l'ultimo scatto di questa storia: un'immagine che non si limita a rappresentare, ma implica. E che ci chiede, ancora una volta, di esporci.
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