La mia favola con la valanga azzurra

La mia favola con la valanga azzurra

L'autore e la valanga azzurra. In alto Gros e Bieler, al centro Pegorari, Amplatz e Thoeni, sotto Confortola, De Chiesa, Oberfrank, Senoner, Radici, Pietrogiovanna

Nelle mie mani una giovane speranza: Paolo De Chiesa

In occasione delle Olimpiadi invernali di Milano e Cortina, iniziamo la pubblicazione di alcuni articoli su atleti che hanno reso onore allo sport italiano. Oggi si parla della valanga azzurra.

Madonna di Campiglio, era l’estate del 1975. Era il raduno della nazionale italiana di sci “a secco”, ovvero la preparazione estiva assieme al responsabile della preparazione atletica Josef Messner. Io laureato da poco alla Scuola Centrale dello Sport vengo chiamato per affiancare il grande Josef e raggiungo la squadra con entusiasmo e un po’ di timore.

C’è un ritardatario tra i convocati, la giovane  speranza Paolo De Chiesa da Saluzzo. Sepp, così chiamavamo Messner, mi dice “Giorgio spetta a te, Paolo arriva dagli esami di stato, ha fatto la maturità e penso si sia nutrito anche bene. Te lo prendi tu e incominci con la corsa, per favore lenta ma lunga”.


Paolo De Chiesa in azione nello speciale di Courmayeur (archivio Giorgio Cimurri)

Cosi feci, il mio impatto fu immediatamente positivo, mi trovai a contatto sì con un campione ma di un’educazione e signorilità particolari; fresco di studi ma poco allenato furono giornate di corsa e fatiche per rimetterlo in forma. Ben presto si mise al livello del resto del gruppo. Naturalmente poi con il resto della valanga ci si ritrovava con Gustavo Thoeni, Pierino Gros, Fausto Radici, Franco Bieler e gli altri, ci si chiamava con i soli nomi di battesimo, per la loro amicizia e semplicità.


Giorgio Cimurri con Thoeni e il fratello Chiarino (archivio Giorgio Cimurri)

Il clima era goliardico, anche se il gruppo degli altoatesini, capitanati da Gustavo, era un po’ a sé; mentre il resto della compagnia con Pierino Gros, Fausto Radici e Paolo De Chiesa viveva con allegria i vent’anni, nelle camere era tutto uno scherzo e una presa in giro.

Tutta la squadra allora viaggiava su auto Lancia rosse, con la bandiera disegnata sul tetto e i nomi dei nostri campioni disegnati sulle portiere, e quando si vedevano queste auto nei paesi era una festa di tifosi, ad ogni fermata il desiderio di abbracciarli era palese.


Fausto Radici, Pierino Gros e Paolo De Chiesa (archivio Giorgio Cimurri)

La valanga azzurra valeva molto di più di qualsiasi nazionale di quei tempi. Ogni volta che entravamo in un bar non si poteva pagare, era sempre tutto offerto per onorare questa squadra. Ad ogni allenamento o partita amichevole di calcio tra di loro, si formava a bordo campo sempre una ressa di tifosi.

Gustavo era naturalmente il capitano, di poche parole, sempre molto serio e senza un lamento; si impegnava molto anche in palestra, in particolare nelle sfide che spesso erano lanciate tra il gruppo degli altoatesini e il resto della squadra.


In tempi recenti Cimurri a Trafoi con Gustavo Thoeni davanti all'immagine di Coppi (archivio Giorgio Cimurri)

Il focus era sempre vincere a tutti i costi, nessuno voleva mollare. Un esempio davvero per i ragazzi che oggi si apprestano a discipline sportive, e si sentiva la forza del gruppo; nonostante fosse uno sport individuale, quando richiesto ognuno si rendeva disponibile per essere d’aiuto.

Sono stati dieci giorni intensi di allenamenti e le amicizie di quel periodo sono proseguite per anni. Ancora oggi con alcuni di loro ci sentiamo e ci vediamo; sono rimasti i goliardi di quei giorni, ogni giorno è un giorno di festa.

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