Happy Days, la famiglia che non c'è più
Ron Howard e Kathy O'Dare in una foto promozionale della serie TV "Happy Days" (1974), prodotta da ABC/Paramount Television. Immagine a bassa risoluzione riprodotta per scopi culturali e non commerciali ai sensi dell'art. 70 L. 633/1941. Fonte: Archivio W
Il modello felice del telefilm non corrisponde più alla realtà
Era l’8 dicembre 1977 quando su Rai 2 andò in onda la prima puntata del telefilm Happy Days. Il telefilm (o la serie come si usa dire adesso) racconta le vicende della famiglia Cunningham che vive a Milwaukee. La famiglia è composta da Howard, proprietario di un negozio di ferramenta, da sua moglie Marion, casalinga, e dai figli Charles, detto "Chuck", Richard, detto "Richie" e Joanie. (Il figlio maggiore Chuck appare sporadicamente durante la prima e la seconda stagione, per poi scomparire senza spiegazioni).
La serie televisiva è ambientata nell’America degli anni ’50 ma prodotta negli anni ’70 e propone attraverso la famiglia Cunningham un modello di famiglia tradizionale che è diventato simbolo dell’ideale americano del dopoguerra.
Ma quanto quel modello è ancora attuale? E in che modo si differenzia dalla famiglia americana di oggi? I Cunningham incarnano la tipica famiglia della middle class americana del dopoguerra. Howard è il proprietario di un negozio di ferramenta. È il capofamiglia, figura autorevole ma affettuosa che non fa mancare nulla alla sua famiglia.

Henry Winkler (Fonzie) nel 1967 – Foto dall'annuario "The Emersonian" (Emerson College). Immagine di pubblico dominio.
Marion, madre casalinga, si occupa della casa e dell’educazione dei figli, rappresentando il ruolo femminile tradizionale dell’epoca e dispensatrice d’affetto. Richie e Joanie i figli adolescenti che affrontano le problematiche tipiche della crescita, sempre all’interno di un contesto protetto.
La famiglia è stabile, unita, priva di conflitti profondi. I problemi vengono risolti con il dialogo e con una morale ben definita e chiara. Si presenta come una struttura monolitica. Le cose però a partire dagli anni 70 cominceranno a cambiare e la famiglia monolitica comincerà a disgregarsi, non per scomparire ma per trasformarsi.
Le prime crisi economiche portano alla precarietà. L’ingresso sempre più massiccio delle donne nel mondo del lavoro porta a ridefinire la divisione del lavoro domestico, l’autorità genitoriale e la distribuzione del potere all’interno della famiglia. Si assiste alla nascita di nuove forme di famiglia. Famiglie nelle quali un solo genitore è responsabile della cura e del sostentamento dei figli, famiglie allargate, famiglie omogenitoriali.

L'attrice Marion Ross (Marion Cunningham) ai Premi Emmy del 1992. Foto di Alan Light / rilasciata sotto licenza CC BY 2.0.
La famiglia non è più un’istituzione monolitica, ma un sistema fluido che deve adattarsi alle trasformazioni del mercato del lavoro e ai mutamenti culturali e identitari. Da un punto di vista sociologico, la famiglia Cunningham rappresenta un modello ideale della famiglia tradizionale americana.
La famiglia contemporanea, invece, evidenzia come l’istituzione familiare non sia immutabile ma debba sapersi adattare ai rapidi cambiamenti della società attuale. Non esiste più quindi un unico modello dominante, ma una molteplicità di forme familiari.

Foto promozionale della ABC Television per la serie TV Happy Days (1978). Con Robin Williams (Mork) e Henry Winkler (Fonzie). Immagine di pubblico dominio tratta da Wikimedia Commons.
La serie si concluderà il 24 ottobre 1984 con il matrimonio di Joanie Cunningham e Chachi Arcola e con Howard Cunningham che rinnova le promesse di matrimonio con Marion Cunningham. L’episodio finale ha un tono simbolico: il matrimonio di Joanie rappresenta il passaggio alla vita adulta della nuova generazione, mentre il rinnovo delle promesse di Howard e Marion sottolinea la solidità e la continuità dei valori familiari che hanno caratterizzato l’intera serie.
Iconica rimarrà l’ultima inquadratura di Howard Cunningham che augura Happy Days a tutti.
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