I fantasmi televisivi del Segno del comando
Carla Gravina e Ugo Pagliai, protagonisti de "Il segno del comando" (dalla pagina Fb Indagine su una cittadina al di sopra di ogni sospetto)
Lo sceneggiato esoterico che stregò gli italiani
“Voltai le spalle al Signore/e camminai sui sentieri del peccato./Voltai le spalle al Signore/e quando il tempo finì/seppi che ero giunto dove non dovevo” (Baldassarre Vitali, Salmo XVII)
E venne il maggio '71, pieni anni di piombo, quando le utopie erano bagnate nel sangue, innocente e casuale. 55 anni fa, quando nella Rai più pedagogica possibile e scandita dalle sigle di Carosello come un mantra pubblico e unificante, fece la sua apparizione (è il caso di dirlo), uno sceneggiato esoterico e parapsicologico (ma ancora l'aggettivo era poco usato) del tutto innovativo e improbabile almeno in quel contesto: "Il segno del comando”, diretto da Daniele D’Anza.

Il regista Daniele D'Anza (dalla pagina Fb Monica Daldossi)
Dal 16 maggio al 13 giugno di 55 anni fa, le cinque puntate in cui si snodarono le vicende del professor Lancelot Edward Forster (Ugo Pagliai) e del suo diario inedito di Lord Byron, del fantasma (?) di Lucia (Carla Gravina), già modella del pittore Marco Tagliaferri, residente in via Margutta 33, in una Roma "minore" popolata di fantasmi reali, incarnazioni probabili e complotti occulti possibili, tennero incollati alla tv di Stato, allora su due canali e rigorosamente in bianco e nero, milioni di italiani fino al giorno prima tutto casa, chiesa e lavoro.

Una veduta di via Margutta (cr. Lalupa Wikimedia commons)
E da quel giorno pure stregati dall'intreccio giallo-gotico. Chi l'avrebbe mai detto? Forse una forza generale misteriosa di reazione alla plumbea cappa di quegli anni. Una sorta di immaginario collettivo riemergente dall'inconscio e desideroso di orizzonti più eterei.
D'accordo, oggi con l'aria complottistica che tira, la fiction sarebbe tacciata di eccessive sovrastrutture narrative, ancorché non più edibile da decenni, dal lobotomizzato pubblico della tv generalista abituato ad una visione manichea della realtà, ad una lettura dualistica delle dinamiche sociali e ad una funzione perlopiù binaria del proprio cervello almeno nel consumo cognitivo del faceto come un programma televisivo.

Nell'oscurità la scena della seduta spiritica (Wikimedia commons)
"Il segno del comando" all'opposto era uno schiaffone non tanto alla morale corrente (erano tutti rigorosamente eterosessuali anche se il Forster a tratti poteva apparire un Casanova de noantri in grado di irretire e farsi irretire non solo da belle donne in carne e ossa ma financo da ectoplasmi delle stesse, non meno desiderose di appuntamenti fuori porta), quanto alla narrazione tradizionale. La spiegazione classica del rapporto causa-effetto in sostanza non bastava più.

Paola Tedesco in scena con Massimo Girotti (Wikimedia commons)
Qui l'invisibile, non necessariamente religioso-cattolico, anzi, era la chiave di volta degli accadimenti quotidiani. Non solo l'invisibile ma addirittura l'arcano, il misterioso, per certi versi l'indicibile. Questa "apparizione" improvvisa, come un fantasma che agita il turibolo nel bel mezzo di una reunion di atei materialisti, fu, forse, tra i motivi principali dello straordinario seguito dei 15 milioni di italiani che pendevano dal piccolo schermo. E che dura tuttora. In fatto di gruppi social che rievocano ogni anelito ed ogni anfratto dello sceneggiato o riedizioni di saggi o romanzi che "aggiornano" il capostipite.

Massimo Girotti in scena con Ugo Pagliai (dalla pagina Fb Nicola Peres)
La miscela occulta fendeva ogni trama ed ogni arte espressiva: c’erano il romantico Byron, bello e mezzo dannato della letteratura inglese, il suo presunto manoscritto dalla difficile esegesi, l’impetuoso e ficca guai docente di Cambridge, il già citato pittore Tagliaferri col suo quadro di un’imprevista piazza capitolina, un musicista minore e, questo sì, del tutto maledetto Baldassarre Vitali (a suo nome fu scritta ad hoc una partitura per organo racchiudendo nel Salmo XVII o “Della doppia morte” la soluzione del mistero), l’orafo negromante Ilario Brandani e un’altra serie di personaggi, vivi o viventi, già defunti o presumibilmente tali, che restituivano un quadro inquietante ed onirico che cercava di scacciare i “fantasmi del quotidiano” imperante, usati come locuzione, di un post ’68 capace di banalizzare tutto a libertà immediate e individuali o ad un marxismo che riduceva il senso di ogni cosa ad una dialettica economica tra le classi. Insomma, l’istanza generale di una risposta superiore, o presunta tale, era più che latente.

Il 45 giri "Cento campane" sigla del Segno del comando, cantata da Nico
Inutile intrufolarci più approfonditamente nella trama di un intreccio e di una soluzione che ancor oggi presenta diversi araldi interpretativi. Chi ama lo sceneggiato, ne conosce a memoria ogni afflato, chi (ancora) non l’ha visto, resti nell’oscurità della fascinazione, che il ritorno alla luce sarà così più estatico. Qui ognuno ci veda ciò che crede.

Via Caetani, il punto in cui fu ritrovato Moro (Wikimedia commons)
Ma un dato oggettivamente inquietante resta: il corpo di Aldo Moro, il presidente della Democrazia cristiana ucciso dalle Brigate rosse nel ’78, venne ritrovato il 9 maggio (circa il settimo anniversario della prima messa in onda del “Segno del comando”), nella Renault 4 parcheggiata in via Caetani presso palazzo Mattei di Giove, che col nome di palazzo Anchisi era stato teatro di alcune scene madri della fiction. A volte, purtroppo, la realtà supera di gran lunga la fantasia. A proposito di oscure trame.
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