Il dopo-Grande Fratello, cosa mi resta

Il dopo-Grande Fratello, cosa mi resta

Jim Carrey in "The Truman show" di Peter Weir (cr. RanZag fotogramma dal film Wikimedia commons)

“The Truman show”,  “EdTv” e il contrabbando di sentimenti

Mettiamo che un giorno due amici si accorgano che sta iniziando uno “spettacolo televisivo di realtà” - è molto difficile limitarsi all'uso del solo italiano - al quale sono chiamati a farne parte il giovanissimo cugino di uno dei due e l’altrettanto giovane parrucchiere del negozio sotto casa dell’altro. L’uno, spinto da familiari che vogliono il suo giudizio, inizia a seguirlo, mentre l’altro ne resta a buona distanza; salvo sorprendersi dell’enorme mole di materiale scritto che il primo dei due, cioè io, produce e pubblica in sei mesi. Quali gli stimoli, quali le permanenze?

In questi giorni, con Il Grande Fratello appena concluso, sono alla fase detossinante. Eliminato il mio “giovane idolo” ho dovuto sottrarmi alle abitudini di visione e alle risibili curiosità circa gli sviluppi ulteriori. Non sento di aver mostrato tolleranza, non ho problemi reali; tuttavia, se avessi vissuto così tanto tempo nella Casa, oggi probabilmente avrei bisogno del supporto di un analista. Perché so che già come semplice spettatore ho vissuto a tratti emozioni forse indotte.

E qui c’è un aspetto non banale per i concorrenti: il programma prevede di metterli di fronte ai limiti dell’umano convivere. In fondo se siamo lupi per i nostri simili ha un significato parlare di estensioni e territori. Ogni concorrente è una sorta di cavia consenziente cui vengono limitati spazi e relazioni. Le difficoltà sono costantemente accresciute dagli autori del programma, ai quali ciascun inquilino ha riferito minuziosamente la propria vita prima dell’inizio e i quali utilizzano pillole di queste rivelazioni per sceneggiare, quando più quando meno, la vita della Casa con degli imprevisti.


Installazione su "The Truman show" al Museo del cinema di Torino (cr. Bocassina Wikimedia commons)

Il Grande Fratello origina in un periodo – la fine degli anni ’90 – quando il mondo cambiò senza la reale consapevolezza dei suoi abitanti. L’impulso fu tecnologico e furono realizzate due pellicole cinematografiche che erano diretta conseguenza delle scoperte fatte. Parliamo di “The Truman Show” di Peter Weir e di “EdTv” di Ron Howard, entrambe illustravano lo svilupparsi di esistenze umane con esclusione completa della riservatezza. Il fascino che esercitarono sul pubblico fu tale che l’olandese John De Mol comprese come rendere perfettibile l’esperienza e la trasformò in occasione di ricchezza per sé stesso e in programma di smisurato successo per gli acquirenti, fra cui ci fu Silvio Berlusconi.

Al Cavaliere piacevano questi programmi non tanto per suo proprio sollazzo, ma perché esercitavano un richiamo sul ventre molle della popolazione, intere fasce di utenti televisivi guidate dal conformismo e propense a fare ciò che fanno tutti gli altri: nella marginalizzazione c’è angoscia, nella generalizzazione c’è conforto. Qualcosa del genere l’abbiamo già discusso a proposito di vedere o non vedere Sanremo.

La televisione purtroppo non è strumento che interpreta i gusti popolari, ma li crea. Se oggi un italiano su tre segue “spettacoli televisivi di realtà” ciò significa probabilmente che siamo già in quel “mondo nuovo” preconizzato da Huxley dove il “rumore di fondo” tende a escludere ogni critica al sistema.

Ho seguito il Grande Fratello tentando di capire a quale tipo di comunicazione dava origine. E come mi aspettavo ho percepito grosse intelligenze e grosse capacità finalizzate a suscitare reazioni. Mi sono convinto che per scriverne andassero formulate e sostenute opinioni e che andavano espresse con un linguaggio adeguato.

L’angolo visuale dato allo spettatore mi faceva vedere e sentire cose che gli inquilini della Casa avvertivano in maniera grandemente differente. Dopo un po’ mi sono reso conto che l’interpolazione degli autori era eccessiva, taluni concorrenti erano eterodiretti. Ad altri sono state apparentemente date tutele ed essi le hanno usate per dar luogo a logiche persecutorie e di branco.

L’immedesimazione è un potente trascinante ma è stata consentita con limitazione perché non c’era parità espressiva tra i vari personaggi. L’aver voluto creare degli alfa scegliendo i più screanzati (e meno leali verso gli spettatori) ha portato ad altrettanti boomerang sugli esiti televisivi; tutt’oggi non credo che questo programma basi il suo residuo successo – un po’ più di 2 milioni di spettatori, rispetto i circa dieci milioni medi della prima edizione (oltre sedici nella finale) – sul provocare disagio a chi lo guarda. Eppure l’hanno fatto.


Scatto fra Stefania Orlando e alcuni concorrenti eliminati dall'edizione 24/25 (foto da Facebook e X)

Questa edizione ha sostenuto la liquidità di genere, una concorrente ha affermato senza contraddittorio che leggere libri è roba per ricchi e almeno cinque erano convinti che il Sole girasse attorno alla Terra. E nonostante questo ci siamo sorbiti pipponi moraleggianti sul rispetto per l’altro sesso, la non violenza, l’educazione, cosa quest’ultima che purtroppo ha moltissime carenze negli under trenta che comunque si definiscono ancora giovani che devono crescere.

La mia sensazione finale è di aver guardato una produzione sceneggiata dove, a parte qualche eccezione, al posto di bravi attori c’erano dilettanti presuntuosi che contrabbandavano sentimenti.

E leggendo la cronaca recente, quanto detto non è nulla. Forse potrà esserci di peggio. Sta emergendo una realtà distopica sul sistema di voto che decide eliminati e vincitori. Per gli esperti sentiti da Striscia la Notizia il meccanismo è completamente in mano a false identità, capaci di utilizzare migliaia e migliaia di altrui mail personali e con esse determinare gli esiti delle votazioni, nonché punire chi si muove per denunciare gli eventi.

Insomma, un’anticipazione di quel futuro che in molti ci spaventa: algoritmi gestionali che leggono dati prodotti da algoritmi corrotti e falsi e determinano un esito che va a colpire le opportunità di una persona vivente.

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