Le paure dei carovanieri del sale
La carovana del sale in movimento (cr. Alessandra Coppa iosonospartaco)
L’arrivo dei cinesi mette a rischio un’attività antichissima
Ci sono paesaggi immutati da secoli e un’umanità intenta a ripetere gesti millenari tramandati di padre in figlio, scolpiti nella memoria di un popolo. O forse sarebbe meglio dire che c’erano luoghi come questi, protetti da un isolamento geografico e dalla fama di genti guerriere, oggi divenuti fragili terre di conquista.
Nell’estremo nord-est dell’Etiopia, nella regione desertica della Dancalia, a circa 120 metri sotto il livello del mare, si trova il lago di Assale. Intorno ad esso si estende una immensa piana di sale dal biancore abbacinante, un terreno a volte insidioso che diventa impraticabile dopo le piogge, una bellezza che intrappola i passi e riflette i colori del cielo.

L'estrazione del sale con l'uso di bastoni (cr. Alessandra Coppa iosonospartaco)
Il sale, l’oro bianco, ha avuto un ruolo fondamentale nella storia dell’Etiopia. Utilizzato fino al XIX secolo come moneta corrente, è stato la base di una economia secolare, vitale per l’alimentazione e il commercio. Alla sua estrazione lavorano ancora oggi gli Afar, popolo nomade e fiero di religione islamica, mentre del trasporto si occupano i Tigrini, in maggioranza cristiani ortodossi, nel rispetto reciproco delle rispettive credenze religiose.

La carovana in attesa di partire (cr. Alessandra Coppa iosonospartaco)
A mano a mano che mi avvicino al luogo di estrazione appare evidente la presenza di decine e decine di uomini che, a piedi nudi o con semplici sandali in plastica spaccano il terreno con piccole accette e sollevano blocchi di sale con lunghe pertiche. Accanto a loro altri uomini lavorano per ridurre le lastre irregolari in grosse mattonelle adatte ad essere caricate e poi trasportate a dorso di dromedario. Le carovane del sale prendono forma piano piano e si incamminano verso la regione del Tigray su sentieri secolari in una lunga fila ondeggiante preceduta e accompagnata da carovanieri col caratteristico bastone poggiato sulle spalle. 
La preparazione dei blocchi di sale (cr. Alessandra Coppa iosonospartaco)
È un girone infernale: bianco accecante, caldo torrido (si possono raggiungere anche i 50 gradi), nessuna possibilità di ripararsi dal sole, solo qualche caraffa di acqua da rovesciarsi addosso per placare il bruciore del sale sulla pelle ferita dal lavoro. Abbiamo portato con noi decine di occhiali da sole che consegniamo a quegli uomini dagli occhi aggrediti ogni giorno dalla luce e dal sale. Sono incredibilmente e inspiegabilmente amichevoli, parlano volentieri e sorridono apertamente, mentre noi con i piedi ben protetti nelle nostre scarpe da trekking, l’acqua che ci aspetta in auto e la consapevolezza che siamo di passaggio, viviamo uno dei momenti di più brutale consapevolezza del nostro viaggio.

La carovana in movimento (cr. Alessandra Coppa iosonospartaco)
Nel suo libro “Le ultime carovane del sale” Erika Mattio raccoglie la testimonianza di uno dei raccoglitori: Sono un raccoglitore di sale, come lo era mio padre. Ho iniziato presto e adesso ho cinquant’anni. Sono cieco da un occhio, ma non posso permettermi di smettere. È faticoso lavorare qui, ma sono abituato alla fatica. Non lavoriamo il venerdì perché siamo musulmani e passiamo la giornata con la famiglia. Qui iniziamo a lavorare all’alba e terminiamo al calare del sole. Le pause sono poche, ma abbiamo il tempo di mangiare e pregare. Ognuno ha il suo compito: c’è chi estrae il sale con dei grandi bastoni, chi lo taglia a rettangoli, come me, e chi lo carica. A volte arrivano ragazzi nuovi a cercare un impiego: mi fanno tornare in mente gli anni in cui ero giovane e amavo questo lavoro, perché ero forte e non avevo famiglia; ora passo poco tempo con mia moglie e i miei figli; questa vita mi sta abbandonando: ho meno forza, non ci vedo quasi più, ma so che devo resistere per aiutare i miei cari.
Dromedari e asini carichi di sale (cr. Alessandra Coppa iosonospartaco)
Ma da alcuni anni qualcosa sta cambiando. Una trasformazione che prende le sembianze del progresso, ma che sta modificando in maniera irreversibile questo territorio nonché la cultura e la vita sociale di questi popoli. Responsabile di questa trasformazione è in gran parte la Cina, che riveste un’importanza sempre più crescente in Africa, con investimenti significativi nelle infrastrutture e in settori strategici come energia e risorse minerarie.
Proprio le infrastrutture stanno minacciando la sopravvivenza delle carovane del sale. Le strade asfaltate si sono spinte fin qui e ora sono i camion a trasportare gran parte del sale. Più capienti e veloci, guidati da autisti cinesi dalla cultura così distante, utilizzano nuove vie di comunicazione che se da un lato stanno facilitando il commercio e il trasporto di risorse naturali, dall’altro stanno stravolgendo la vita delle comunità locali e non solo da un punto di vista economico. Per secoli strumento di trasmissione delle conoscenze di generazione in generazione, le carovane del sale hanno preservato l’identità di un popolo e quella di un territorio aspro e difficile, con cui l’uomo ha sempre dovuto confrontarsi con flessibilità e rispetto.

Un riparo e i giacigli per i carovanieri del sale (cr. Alessandra Coppa iosonospartaco)
Ancora dal libro di Erika Mattio ecco la testimonianza di un carovaniere: Sono un carovaniere da quando me lo ricordo: la mia è una famiglia di carovanieri da quattro generazioni. I dromedari hanno un grandissimo valore economico e sociale: ai tempi di mio padre e mio nonno eravamo i più invidiati della zona, perché potevamo vantare una grande carovana; anche mio figlio prenderà questo sentiero, ma sto insistendo affinché studi, perché l’arrivo dei cinesi potrebbe metterci in crisi. Gli animali sono costosi da comprare, ma passano di padre in figlio e vivono tanti anni. Sono bestie testarde, ma resistono a questo clima e sono molto socievoli. Mi prendo molta cura di loro, perché la perdita di uno solo è una perdita anche per me. L’arrivo dei cinesi ha creato un grande problema per i carovanieri come me: significa che quelli che hanno pochi dromedari non possono più competere con il nuovo tipo di trasporto e quindi devono venderli e vivere in una nuova condizione. Molte persone che conosco hanno tentato la fortuna ad Addis, alcuni ci sono riusciti, altri sono diventati poveri, perdendo il lavoro.
La sera scende su Ahmed-Ela, remoto villaggio base logistica per le carovane del sale. Le file di dromedari col loro carico di lastre di sale si stagliano contro il cielo che sbiadisce piano piano. I raccoglitori fanno ritorno a casa, i carovanieri si preparano a ripartire. Qualcuno parla di una nuova strada che i cinesi stanno costruendo per arrivare alla piana con i camion. Quella notte sembrava un’ipotesi remota, ma il cambiamento era già iniziato.
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