Le campane suonavano da sole

Il Decameron, opera di John William Waterhouse (National Museum Liverpool Wikimedia commons)
Il povero beato narrato da Boccaccio
A Treviso se sali la scalinata del Duomo di San Pietro Apostolo, entri in una sobria ed elegante chiesa dall’aspetto neoclassico. In una giornata con poca gente in giro puoi anche ascoltare il suono dei passi. Potresti trovare giusto un paio di fedeli davanti a un altare di una delle due navate laterali e forse qualcun altro seduto in composto raccoglimento.
Nei pressi dell'ingresso c'è un'urna che contiente un corpo vestito da un misero saio e con una maschera d'oro sul volto che attrae per il netto contrasto, che deve avere un significato simbolico.
È il sarcofago che contiene i resti del Beato Enrico da Bolzano.
Uscendo dalla cattedrale che dà sulla piazza, un modesto traffico d'auto non impensierisce il passaggio, spesso anarchico, di biciclette e pedoni.
Le antiche case di via Canova (cr. Maria Francesca Bello iosonospartaco)
Dopo pochi passi, superata un'altra chiesa, il cosiddetto battistero di San Giovanni, si offrono un paio di possibilità: o procedere verso il salotto di Treviso, piazza dei Signori, o percorrere una via, sempre porticata, ma con un ridotto viavai di persone. A questo punto, scendi per via Canova e trovi i portici che ricordano la teoria di case già presenti in epoca medievale, molte delle quali, si legge chiaramente, oggi ricostruite e rimaneggiate.
Voltato l‘angolo
Poi, poco prima della curva a gomito, voltato l’angolo, compare un tempietto tra gli edifici, che inizialmente sfugge all'occhio anche perché chiuso da una cancellata alta, in ferro, che delimita il piccolo giardino. Ricorda il tempio canoviano e il Pantheon, in miniatura.
È il monumento dedicato al Beato Enrico da Bolzano, da come si legge sul muro di recinzione che lo protegge. Il sant'uomo morì poverissimo nel 1315 in una vecchia abitazione proprio in questa zona. La leggenda narra che quando il santo - che divideva con gli altri quel poco che aveva - lasciò questa terra, le campane del vicino Duomo spontaneamente suonarono senza che nessuno tirasse le corde.
Il tempietto del beato Enrico da Bolzano (cr. Maria Francesca Bello iosonospartaco)
Torna alla memoria che anche Giovanni Boccaccio contribuì alla fama dei poteri miracolosi di Enrico per chi riuscisse, anche solo a toccare, le sue estreme sembianze. Una notorietà che si diffuse come un tam tam, di bocca in bocca.
Martellino (novella prima della seconda giornata), buontempone toscano giunto in Trevigi con un paio di amici proprio durante le esequie, si finse attratto cioè storpio. Quando il burlone fiorentino toccò il corpo del tedesco Arrigo, cioè il beato Enrico, fece mostra di ritornare normale ma fu smascherato da un suo conterraneo lì presente, che ben lo conosceva. Martellino per fuggire al linciaggio della folla insultata dal suo atto turpe, venne catturato dalle guardie e ingiustamente accusato di furto, rischiando l'impiccagione. La novella, a lieto fine, racconta che il toscano burlone riuscì ad evitare la pena di morte per un soffio. Ed è bello pensare che sia accaduto proprio per la benevolenza del poverello Enrico, che dai trevigiani viene comunemente nomato, Beato Èrico.
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