Buon compleanno Maestro

Buon compleanno Maestro

Federico Fellini fra Ennio Flaiano e Anita Ekberg Crediti arch. Gazzetta del Popolo Wikimedia commons

L’intervista impossibile al genio del cinema Federico Fellini

Accidenti Maestro, oggi è il mio giorno fortunato. Finalmente sono riuscita a prendere un caffè con lei. Addirittura qui, a Rimini, dove pure io sono nata e nel giorno del suo compleanno, che è stato il 20 gennaio, questo lo so, ma facciamo finta che sia oggi. D’altronde lei nell’arte della finzione non ha eguali. Una coincidenza straordinaria, almeno per me, oscura giornalista di provincia, mentre lei è Federico Fellini. Un mito, un gigante del cinema di tutti i tempi. Anzi lei è il Cinema.

“Guardi - esordisce lui, con aria sorniona - non ci provi a denigrare la provincia, è proprio da qui che tutto ha preso forma, da quei personaggi stravaganti che uscivano dalle nebbie, quei donnoni dalle forme generose, quelle voci che animavano i vicoli del borgo quando ero bambino e poi ancora da ragazzo, che non sapeva cosa voleva fare nella vita. Quel magma indistinto tra sogno e realtà, tra storie inventate o presunte, rappresenta la fonte diretta dei miei film. Tutti, ma proprio tutti, hanno dentro, questo legame indissolubile e spesso inconscio con il mio passato, che dunque passato non è, ma è sempre un divenire”.

Mi sembra di capire che lei ha un amore viscerale per i luoghi che l’hanno vista crescere, ma non pensa che la sua Rimini abbia tardato a ricambiare questo affetto incondizionato e a riconoscerle gli onori che le sono dovuti?

“Mah veda non mi pongo il problema.  Io sono andato a Roma nel ’39, a 19 anni, e a Rimini non sono più tornato se non furtivamente, di notte, per rivedere i vecchi amici. Credo che questo la mia città abbia fatto fatica a perdonarmelo. Mi avrebbe voluto a casa, confuso con il paesaggio e la sua gente. Non ha mai capito appieno che da Rimini in realtà non mi sono mai allontanato. Tutta la mia carriera è segnata dal tentativo, certamente inconscio, di riprodurre i primi turbamenti adolescenziali e quelle atmosfere dell’altrove che cercavo oltre l’opprimente clima intriso di cattolicesimo e parate fasciste”.

 

Dove tutto ebbe inizio

 

Lasciamo il caffè Commercio per una breve passeggiata in centro. Dove un tempo non c’era niente oggi tutto parla di lui. Nelle pieghe del marketing turistico-balneare ha preso piede la Rimini artistica e culturale. La città dei bagnanti e dello svago è diventata la città di Fellini. Con il suo percorso museale diffuso che da Castel Sismondo, attraverso la piazza dei Sogni, conduce al ritrovato cinema Fulgor, oggetto di un lungo e mirabile restauro. Da vecchia sala scalcinata è diventato il fiore all’occhiello della Rimini colta e riconoscente, un gioiellino liberty, arredato secondo i dettami dello scenografo due volte premio Oscar Dante Ferretti, che il Maestro lo conosceva bene.



Il rinnovato cinema Fulgor di Rimini Credito Rita Rocchetti per iosonospartaco

E quando ci passiamo davanti, lui si ferma e non può fare a meno di ricordare il giorno – quasi un secolo fa – in cui sulle ginocchia del padre là dentro vide per la prima volta, “Maciste all’inferno”.

 “Se c’è un film che mi ha segnato nel profondo è stato proprio questo – afferma - e ogni volta, in ogni mia pellicola, ho cercato di riproporne lo stupore che aveva suscitato in me, la fascinazione e la magia, che è poi la magia del cinema, non altro”.

Già, il Fulgor, ma non solo.

Ha visto Maestro come è cambiato l’antico borgo? Oggi c’è chi viene qua anche d’inverno per respirare l’aria di Fellini. L’avrebbe mai detto?

Fa freddo, è quasi buio, lui alza il bavero del cappotto e rincalza il cappello.

 “Sono fiero della mia gente – afferma guardandosi attorno un po’ stupito – mi sembra di stare a Cinecittà, dentro il set di Amarcord, nel villaggio di cartapesta che ho tirato su in 24 settimane, ma intendiamoci, quella non era la mia Rimini dell’infanzia, era per me un luogo metafisico, completamente inventato, dove tutto si immagina, dove tutto è possibile e perciò un luogo universale”.

Questo carattere di universalità deve aver colpito al cuore anche gli americani che, nel ’75, hanno premiato Amarcord con l’Oscar (il quarto per Fellini, nel ’93 arrivò il quinto alla carriera) come miglior film straniero.

Nei luoghi di Amarcord 

Nella Rimini del terzo millennio sono ovviamente scomparse le dimensioni ruvide del paesotto di provincia, dove il cinema era un luogo peccaminoso e il mondo era oltre la ferrovia, dentro le esotiche, scintillanti atmosfere del Grand Hotel. Oggi, accanto alle vetrine e ai ristorantini, c’è l’omaggio allegorico al figlio ritrovato, cineasta pluripremiato, ma devoto forse più alla caricatura e allo sberleffo, alle atmosfere del circo e alle luci del varietà che alle dinamiche del mondo della celluloide. Perché così Fellini ha scalato le vette del cinema mondiale, con una matita in mano.



Una scena da "Maciste all'inferno" del 1925, primo film visto da Fellini al Fulgor

Sua madre lo portò a Roma a studiare Giurisprudenza (ci voleva un avvocato in famiglia) ma lui nella capitale diede sfogo invece alla sua passione più vera, coltivata fin da piccolo, per il disegno, le vignette, i fumetti, le caricature. Era così che, qualche anno prima, si guadagnava gli ingressi al Fulgor, barattando le locandine pubblicitarie dei film in uscita abilmente confezionate, con i biglietti del cinema (da 11 soldi) per sé e i suoi amici. E allo stesso modo nella capitale si fece subito apprezzare per il suo talento da vignettista caricaturale, umorista un po’ grottesco che lo introdusse nel mondo del cinema, senza mai abbandonarlo, ma divenendo sempre più imprescindibile. Tutto il film era nella testa e sulla carta e poi sul grande schermo. Il resto è storia, da molti raccontata tra miti e leggende, fantasie ed esagerazioni, che Fellini stesso ha contribuito ad alimentare e ingigantire.

“Come ho già ripetuto più volte – dice sorridendo mentre stiamo per lasciarci – nulla si sa, tutto si immagina e io sono un grande bugiardo”.

 Sarà vero?

Federico Fellini, Rimini 20 gennaio 1920 – Roma 31 ottobre 1993

La sua tomba è insieme a quella di Giulietta Masina al cimitero monumentale di Rimini, dove Arnaldo Pomodoro ha realizzato una scultura raffigurante la prua di una nave.

 

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