Ettore Scola, il cinema ringrazia

Ettore Scola, il cinema ringrazia

Un ritratto fotografico di Ettore Scola (dal profilo X Anpi nazionale)

Il lascito di un genio della regia e della sceneggiatura

Dieci anni fa il cinema piangeva la morte di Ettore Scola. Iosonospartaco lo ricorda con questo articolo del critico Tullio Masoni.

Nel 1973, quando esce Trevico Torino / Viaggio nel Fiat-nam, una vicenda di emigrazione interna, ci accorgiamo di un regista al quale non avevamo fatto caso – Se permettete parliamo di donne è infatti del 1964, poi verranno La congiuntura, 1965, il più appariscente Dramma della gelosia, Tutti i particolari in cronaca, 1972, e Permette? Rocco Papaleo.


Gassman e Giovanna Ralli in "Se permettete parliamo di donne", 1964 (Wikimedia commons)

Trevico Torino
  ha una sua ragione autobiografica perché Scola proviene appunto da Trevico; quanto al lavoro di sceneggiatore, ha firmato con altri commedie fra le più rilevanti del primo periodo sessanta, tra cui Il sorpasso di Dino Risi, 1962 (vero monumento d’epoca), Anni ruggenti (di Luigi Zampa, stesso anno), I mostri (ancora di Risi, 1963), poi nel 1965 l’eccellente Io la conoscevo bene (Antonio Pietrangeli), una sorta di Dolce vita in chiave nobilmente comico-tragica, nel quale spicca, con l’interpretazione di Stefania Sandrelli, una delle figure femminili più belle e giuste del nostro cinema.


Gassman in uno dei personaggi de "I mostri", sceneggiato da Scola, 1963 (Wikimedia commons)

Prima di fare lo sceneggiatore e il regista, negli anni cinquanta Scola aveva collaborato a periodici umoristici, e il segno di questa esperienza si sarebbe riconosciuto nella vena grottesca che alimenterà sempre il suo lavoro.


Stefania Sandrelli in "Io la conoscevo bene", sceneggiato da Scola, 1965 (Wikimedia commons)

Uomo di sinistra, particolarmente legato al Pci, Scola è poi stato un autore esigente, a mio avviso diseguale, ma capace di toccare i valori alti, in certe occasioni, e di essere considerato, alla lunga e per coerenza, fra i maggiori.

Le opere

Di seguito proverò a fare qualche osservazione sui suoi titoli più famosi o ambiziosi, cercando di rilevare le costanti che danno tipicità, se non a uno stile a un impegno artistico sicuramente cercato.

Trevico Torino credo abbia il pregio di inserirsi in un’attualità forte, quella appunto dell’emigrazione interna e dei destini dell’operaio/massa meridionale che, partendo da un ambiente agricolo e depresso, deve confrontarsi con la città del nord e la grande fabbrica.


Mastroianni, Vitti e Giannini in "Dramma della gelosia", 1970 (Wikimedia commons)

Film difficile, ovviamente, dove il regista cerca un linguaggio adeguato mischiando, non sempre con successo, finzione e documentario. Notevoli, comunque, alcuni brani e notazioni fra cui, impressionante e grottesca, la nottata alla stazione di Porta Nuova trascorsa dal protagonista appena arrivato a Torino.

Disegnando qualche figura salace – si tenga conto che il cast è formato da Mastroianni, Monica Vitti e Giancarlo Giannini - e infiorando alcune battute efficaci per fantasia e cinismo, Dramma della gelosia, pur molto popolare, a una nuova visione appare ambizioso quanto “facile” e sembra non reggere nel tempo.


Particolare dal manifesto di "Riusciranno i nostri eroi...", 1968

Scola è stato un maestro della “commedia di costume” (o “all’italiana”) per la ricordata opera di sceneggiatore, e lo conferma come regista. La sua filmografia, dopo la fine degli anni sessanta, periodo nel quale firma due interessanti titoli con Alberto Sordi protagonista: Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico scomparso misteriosamente in Africa? e Ugo Tognazzi: Il commissario Pepe, storia veneta che riprende lo spunto di Signore e Signori di Germi, aggiunge poi nei settanta, il funerale dei Nuovi mostri (1977), pantomima memorabile di Sordi, C’eravamo tanto amati, 1974, grande successo anche “politico” ma forse sopravvalutato, La terrazza (1980), sorta di summa della commedia,  che vuole comunicare un satirico ma compiaciuto stacco dal costume della sinistra intellettualborghese romana.

Scola in una pausa sul set (dalla pagina Fb Ettore Scola)

Il lavoro che occupa gli anni ottanta e parte dei novanta potrebbe essere spartito per due “serie di affinità”, insieme a prove relativamente singole o inaspettate. Nella prima metterei i film in costume e di preferenza letteraria: Passione d’amore (1981) da Tarchetti, Il mondo nuovo (1982, settecentesco, fra pittura e museo delle cere), Il viaggio di Capitan Fracassa (1990) da Gautier, ai quali si aggiungerebbe per anticipo e non in costume, La più bella serata della mia vita (1974) da Durrenmatt, sempre con l’affezionato Sordi in un ruolo che  impegna l’attore, come già era accaduto ai tempi di Tutti a casa e Una vita difficile: commedia, dramma e tocchi di farsa.


Tutto il cast di "Brutti, sporchi e cattivi", 1976 (Wikimedia commons)

Eccellente a mio avviso Brutti, sporchi e cattivi (1976); una messa in scena di baraccopoli perfino “troppo” grottesca, provocatoria e cinica. Pasolini avrebbe dovuto vederla ma ne fu impedito dalla tragedia del novembre 1975.


Un fotogramma da "Ballando ballando", 1983 (dalla pagina Fb Film Europe cz)

Del 1983 è il singolare Ballando ballando, interamente concepito in un locale della periferia parigina, dalla quale il regista scende in flash-back agli anni trenta senza cambiare luogo; poi vengono imprese di tempo storico e interni, La famiglia (1987) – molto ammirato – e La cena (1998) mentre – e sul film vorrei soffermarmi per concludere – del 1977 è Una giornata particolare, incontro di due persone ai margini (la celebre coppia Loren-Mastroianni lanciata già negli anni cinquanta in notevoli commedie di Alessandro Blasetti) che animano una brevissima e intensa avventura il 6 maggio 1938 quando Hitler visita Roma in pompa magna con il duce.


Loren e Mastroianni in "Una giornata particolare", 1977 (Wikimedia commons)

A commento e conclusione su quello che credo sia il capolavoro di Scola, riporto le parole di Gianni Volpi, maestro critico e amico: «…un bel ritratto del fascismo quotidiano che si compie attraverso il breve incontro di due emarginati, una popolana carica di figli e un ex annunciatore della radio, destinato al confino perché omosessuale, dunque “sovversivo”. (…) Il saggio di costume si fa incontro crepuscolare, sposta il suo interesse sulla faccia in ombra della realtà. Investe con rara sensibilità la sessualità diversa di lui, quella violentata e repressa di lei. Più che altrove, Scola regista prevale sulle risorse e le costrizioni di un genere di cui è uno dei maestri. Niente tipi di costume, ma una Loren volutamente “spenta, grigia, delavée come i mobili, i vestiti”, in una giornata particolare, già virata in seppia. Come non sempre gli è capitato, Scola mostra un suo preciso, forte punto di vista narrativo rispetto a ciò che filma».

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