Il lunedě, la sera dei film bidone

Iames Cagossi “Vinčli” davanti al cinema parrocchiale del quale aveva la gestione crediti iosonospartaco
Quando il padrone del cinema chiedeva scusa
I film bidone erano numericamente superiori alle giornate in calendario disponibili per la programmazione. Vinéli (così era chiamato Iames Cagossi, proprietario del cinema Ausonia di Castelnovo Sotto, in provincia di Reggio Emilia, dove tutti avevano un soprannome) li considerava uno per uno e cercava di capire, con le poche informazioni di cui disponeva, quale era il meno scadente.
Conosceva bene i gusti del suo pubblico. I western piacevano purché conditi da un congruo numero di sparatorie. Al secondo posto i film di spionaggio, poi quelli piccanti con un po’ di sesso alla buona (i porno non esistevano ancora) e in fondo alla graduatoria i presunti film impegnati in grado di stendere platee di clienti ben più numerose di quelle del lunedì sera.
La programmazione del film boiata lasciava sempre l’amaro in bocca. Vinéli cercava di conciliare le due anime del suo lavoro, da un lato quella economica che lo spingeva a proiettare i film bidone per ridurre almeno in parte il costo pieno sul suo bilancio, dall’altro l’anima generosa di colui che sente di poter dispensare con le sue scelte gioia e divertimento al paese. Queste forze contrapposte sfociavano il lunedì nella decisione di proiettare il meno peggio e chiedere scusa ai clienti. Si posizionava all’ingresso della sala, come sempre, per controllare il biglietto e guardare in faccia i malcapitati.
Un gioco di sguardi, senza tante parole. Il solito saluto, l’occhiata di traverso con aria interrogativa e via, partivano le giustificazioni.
“No! non è una boiata! E’ meglio della settimana scorsa!”
“Dai su, non raccontar balle, il biglietto l’ho già comprato”.
“Mi dispiace, bisogna che lo faccia vedere, se no al costa trop! (altrimenti costa troppo, nel suo dialetto)”.
Eccetera eccetera.
Quando si spegnevano le luci, iniziava la proiezione e la storia scorreva sullo schermo, la platea dei pochi spettatori si animava come se fosse nel salotto di casa propria.
“Anselmo… et vist che lavor? (Hai visto che lavoro?)”
“Sééé l’è propria na stupideda (E’ proprio una stupidaggine)”
“Và là ch’lè grosa (E’ davvero grossa)”
Risa, urla, commenti, qualche rutto a sottolineare i passaggi più assurdi della trama e un crescendo di divertimento tanto più la storia risultava poco credibile.
Al termine della proiezione la sala lentamente si svuotava con il sottofondo delle ultime risate e nell’atrio del cinema i clienti si attardavano ancora un po’ per stanare Vinéli che nel frattempo si era nascosto nello sgabuzzino dei cartelloni pubblicitari con la scusa di mettersi avanti con i lavori del giorno dopo.
“Dai Vinéli! Vieni fuori! torniamo anche lunedì prossimo, ci siamo divertiti”.
Lui, con un sorriso malizioso, salutava e ringraziava sentendosi nell’animo un po’ monello come quando da piccolo aveva colpito con un sasso il parroco del paese di nome Vinelli. Grazie a quella mascalzonata si era aggiudicato il soprannome dialettale Vinéli che lo ha accompagnato per tutta la vita.
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