Jarmusch e Di Costanzo, nel meglio del cinema
Venezia, il cast di Father, Mother, Sister, Brother (cr. Harald Krichel Wikimedia commons)
Father, Mother, Sister, Brother ed Elisa: vale la pena vederli
Causa pigrizia, fastidio a prendere l’automobile di sera, ed età – che tutto racchiude – mi è sempre più difficile fare bilanci sulle uscite cinematografiche dell’anno. Una quantità di titoli, a ogni modo, che non sembra raggiungibile neanche dai più tenaci “cursori” delle sale, perché le teniture si limitano spesso a un solo giorno.
Un esempio per tutti l’ultimo film di Giuseppe Piccioni su Pascoli che nella mia città si è guadagnato, finora almeno, non più che una comparizione pomeridiana. E Piccioni non è un esordiente; è un bravo autore dalla lunga filmografia e meritata fama nella critica e in parte del pubblico.

Giuseppe Piccioni, regista del film su Pascoli (cr. Yasu Wikimedia commons)
Quanto a me, a proposito di classifiche, non ho il dono di scegliere con sicurezza l’apice: «Il più bel film degli ultimi dieci anni!» perché sono sempre molti i film che mi interessano, anche per il dettaglio. Dal 2025, quindi, prenderò due titoli per semplice preferenza: uno straniero e uno italiano.
Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch ha vinto il Leone d’oro a Venezia evolvendo, ma non troppo, da Paterson, vicenda quest’ultima, di un autista d’autobus che ha il nome della sua città e condivide col poeta William Carlos Williams il fatto di esserci nato. Anche lui, l’autista, scrive poesie, ma si limita ad annotarle in un taccuino, resistendo alle affettuose insistenze della moglie che vorrebbe tentasse di pubblicare. Poeti, dunque, la loro terra, la vita quotidiana della provincia di una coppia che coltiva la fantasia, e qualche debito verso J.D. Salinger, che del minimalismo americano è stato maestro discreto o precursore.

Le protagoniste femminili del film di Jarmusch (da Instagram Labiennale)
Minimalista in senso perfino ardito, ma con sensibilità di racconto che non tradisce la morbidezza mi sembra sia Father Mother… che infila tre episodi legati dal disincanto per la famiglia e da rimandi visivo-drammaturgici, cioè da una solo apparente estraneità. Visite a un padre, il redivivo Tom Waits, a una madre Charlotte Rampling, e a un appartamento smesso, dove un fratello e una sorella cercano di recuperare antiche memorie.

Salinger disegnato per la rivista Time (cr. Tome inc. Wikimedia commons)
In una recensione piuttosto severa Cristina Battocletti (Il Sole 24 Ore, La Domenica) scrive: «…Purtroppo Father Mother Sister Brother tiene solo nel primo episodio. Poi la briglia del bizzarro si annacqua con una sola punta di novità: la compassione verso i figli, anche noiosi, schiacciati dal vuoto genitoriale…».
A me non sembra, intanto perché la “disciplina” minimalista si fonda sulle ambiguità della ripetizione e il recupero in progress delle varianti, poi perché nel film non c’è solo Tom Waits (sovente idolatrato) ma c’è anche la prodigiosa Charlotte Rampling e ci sono due personaggi, nel terzo episodio, che dalla soglia dell’incesto possono dire e alludere molte cose. Jarmush si muove lentamente, dosa i contrappunti, inventa con l’aria di non volerlo fare, e conferma la sua vecchia vocazione per la libertà e la fuga, anche se stavolta la direzione è più incerta che altrove e la scommessa sta appunto in un movimento che di continuo fa sospettare la stasi, l’immobilità.

Il regista Leonardo Di Costanzo (dalla pagina Fb Zia Lidia social club)
La mia seconda preferenza va a Elisa, di Leonardo Di Costanzo, un cineasta che ha sbagliato davvero poco, e anzi ha saputo trovare il più difficile equilibrio drammatico (e simbolico) in film come L’intervallo, Ariaferma, l’Intrusa, e alcuni notevoli “documentari ibridi”. Va preliminarmente aggiunto, poi, che Di Costanzo ha scelto il cinema venendo da lontano, cioè definendosi attraverso una pratica graduale, in cui interessi antropologici si sono spesso confrontati con la scuola parigina di Jean Rouch, dove la realtà è oggetto primario di ricerca e al tempo stesso – col superamento del limite che in quanto tale il “cinema diréct” comporterebbe - occasione fantastica.
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Jean Rouch (cr. losousers Wikimedia commons)
Interrogato da Franco Montini sulla preferenza degli ambienti ristretti e degli incerti morali per raccontare le proprie storie, Di Costanzo dice: «…Elisa è in carcere da dieci anni e sostiene di non avere memoria del suo delitto; tuttavia, benché non diano accesso ad alcun tipo di beneficio, decide di partecipare volontariamente agli incontri con il criminologo Alaoui e i ricordi iniziano a emergere, costringendola con dolore a mettersi di fronte alle proprie responsabilità, fino a raccontare tutto: forse il primo passo per una possibile redenzione. Il tutto è narrato a distanza, nel modo più freddo e oggettivo, sospendendo qualsiasi giudizio etico…».

Barbara Ronchi protagonista del film di Di Costanzo (cr. Harald Krichel Wikimedia commons)
E ancora: «…nei miei film i dati strutturali (a proposito di spazi circoscritti, ndr) ritornano con regolarità, ma in questo caso il confronto fra bene e male è ancora più sottile e fa innalzare il livello di tensione. Mi piace pensare che, metaforicamente, il mio cinema sia segnato da una bomba sotto il tavolo, che può esplodere o non esplodere, ma in ogni caso è presente. Quanto alla discussione sulla colpa, nei film precedenti a guardarla e attribuirla erano gli altri, ovvero chi stava attorno al colpevole. Qui, come già accennato, è la stessa protagonista e mettersi di fronte al male…».
Poco da aggiungere, se non rilevare che una vicenda grave come quella che lo stesso autore ha analiticamente descritto, richiede valori elevati di recitazione e presenza. Nella parte dell’assassina Barbara Ronchi nobilita come meglio non si potrebbe la “monotonia” imposta dal ruolo e lo fa con una invidiabile tenuta del primo piano. Quanto ai luoghi, rimarcherei un valore civile che, secondariamente, il regista ha voluto affermare, cioè la tipologia del carcere (in territorio svizzero) visto più come mezzo di recupero che di punizione o – ed è il caso italiano – come brutale e insolubile emergenza.
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