Valli e il cinema, i capolavori dei giganti

Valli e il cinema, i capolavori dei giganti

Valli con Bertolucci, De Niro e Sutherland sul set di Novecento (foto da Facebook)

L’incarnazione dei personaggi autorevoli

Si addicevano, a Romolo Valli, i ruoli di autorità mediati dalla ricchezza di sfumature. Una dote che veniva dal teatro? Non troppo, direi, perché i suoi mezzi toni e i bassissimi, talvolta contrastati dall’empito rabbioso e perfino crudele, si offrivano con elegante disinvoltura al primo piano, al tempo di ripresa, e alle pause previste o improvvisate del montaggio cinematografico. Come l’intonazione, del resto, sempre felice sul palcoscenico come nel film, quindi nel doppiaggio. Un attore “tradizionale”, certo, ma non al punto di meritare la definizione di Carmelo Bene, il quale, criticando la nuova intitolazione del Teatro Municipale di Reggio Emilia – che a suo dire aveva già un nome perfetto – parlò di lui come di un bravo caratterista. Carmelo Bene argomentava giustamente sulla nobiltà della qualifica: Municipale, ma, a mio avviso, trattava con sbrigativo disprezzo il ruolo “minore” di scuola.



Valli in "Non stuzzicate la zanzara" (cr. Wikimedia commons)

Come molti attori di teatro Valli ha accettato, nella sua lunga e densa carriera, di figurare in film di genere o in apparenza inadatti al blasone. Vorrei ricordare a proposito Non stuzzicate la zanzara di Lina Wertmüller (1967), seguito di Rita la zanzara con la Pavone, e Giù la testa di Sergio Leone (1971) un “western-messicano” nel quale interpretava il ruolo del dottor Villega, strana figura di cospiratore schierato con Pancho Villa.

Mai protagonista, mai comprimario

Dottori, medici, avvocati. Spesso Romolo Valli è stato scelto dai produttori e dai cineasti per l’esemplarità di figure comprimarie ma di eccellenza, cioè capaci - già accennavo in apertura - di coniugare l’autorità dell’attore in quanto tale con l’efficacia dei ruoli “secondari”, ma quasi sempre con lo spessore virtuale o compiuto del personaggio.

Nel Gattopardo di Luchino Visconti (1963) fu Padre Pirrone, il prelato di Casa Salina, obbediente ai voleri del Principe, quindi destinato a un ministero servile e perfino equivoco. Il Nostro si calò nel ruolo con arte psicologica e convinzione: sempre a un passo dal grottesco e invece fermo alla mediocrità di un umano polveroso e universale, pur se raccolto nel tipico di una Sicilia segnata dalla decadenza aristocratica. Il ruolo di prete, d’altra parte, era congeniale alla sua spontanea e, al tempo stesso, studiata cura delle sfumature. Nel 1961 aveva interpretato don Pietro, incaricato da una famiglia bene parmense di convincere la bella e selvatica Aida a troncare il rapporto col rampollo Lorenzo. In fin dei conti ne La ragazza con la valigia, uno dei film più belli di Valerio Zurlini e a mio avviso del decennio italiano sessanta, Valli anticipava, in chiave moderna e geograficamente diversa, il ruolo di Padre Pirrone.

Non soltanto gli eroi

Nell’episodio Guglielmo il dentone di Luigi Filippo d’Amico, 1965 – terzo de I complessi - l’attore era il membro vaticano di una commissione che doveva assumere un lettore per il Telegiornale. Andò che, anche per la simpatia del prete, venne scelto un candidato – Guglielmo, appunto, un magnifico Alberto Sordi – inconsapevole della propria enorme e antiestetica dentatura. Nel 1977, poi, Valli fu ancora prete in Holocaust 2000 di De Martino.

L’attore incarnò anche notevoli figure di padre: Il giardino dei Finzi Contini  (De Sica, 1970) Novecento (Bertolucci, 1976). Guai a dimenticare, infine, la straordinaria prova in La Grande Guerra di Monicelli, 1959 – che  lo avrebbe diretto anche in Un borghese piccolo piccolo nel 1977 - dove il Nostro creò il personaggio del Tenente Gallina, nonché il ruolo insolito di capo partigiano in Un giorno da leoni, un film poco ricordato ma interessantissimo di Nanni Loy, 1961.

                                                                 

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